Il punto cui siamo pervenuti nel precedente articolo è il seguente: l’intentio veritatis – ossia la spinta verso la verità autentica (cioè assoluta, cioè oggettiva), che anima la certezza soggettiva – viene contraddetta dal fatto che la verità viene determinata e, quindi, viene vincolata allo stato (soggettivo) di chi la rappresenta, cioè la riferisce (la dice) e, riferendola (dicendola), la riferisce (la vincola) al proprio sistema di riferimento. Continue Reading
Segno, significato, realtà
Riferirsi ad uno stato di cose assunto come reale è il momento costitutivo del discorso in quanto discorso (per lo meno del discorso dichiarativo).
Se, infatti, il discorso non intendesse riferirsi ad una realtà autentica, cioè ad una realtà oggettiva, allora scadrebbe a sproloquio, cioè ad un dire vano ed evanescente.
La domanda che si impone, pertanto, è la seguente: quei significati, che il discorso assume come i propri referenti oggettivi – dunque come fondanti il proprio valere quale “discorso” –, possono venire considerati effettivamente emergenti sull’ordine del linguaggio, per valere quale realtà autentica, ossia per valere come effettivamente oggettivi? Continue Reading
Rovesciare lo schema: Processo e realtà di Alfred N. Whitehead (II)
Audacia e umiltà sono le due caratteristiche che deve possedere lo spirito filosofico affinché possa cogliere ciò che si nasconde nel grembo della natura. La filosofia, dunque, come abbiamo già detto, è scoperta e ricerca continua, inevitabile processo che deve confrontarsi con la logica e i fatti, che non può e deve sfociare in una esposizione personale e individuale. La filosofia, scrive Whitehead, è «l’auto-correzione ad opera della coscienza del suo iniziale eccesso di soggettività» (Whitehead 2019, 177). La filosofia, allora, non è specialistica e nemmeno settoriale: è il più ampio dei discorsi sopra la natura; la filosofia è tale nel momento in cui è – in definitiva – metafisica. Ma per entrare in questa esposizione metafisica del reale, nel senso più completo del termine, ovvero che oltrepassi il fisico ricomprendendolo in una logica organicistica, è necessario definire alcune «nozioni primarie che costituiscono la filosofia dell’organismo» (Whitehead 2019, 187) e sulle quali, quindi, si fonda Processo e realtà.
Rovesciare lo schema: Processo e realtà di Alfred N. Whitehead (I)
Con questo articolo intendo avviare una serie di contributi che ci porteranno ad esplorare, in maniera quanto più possibile analitica e tuttavia fruibile, l’opus magnum di uno dei maggiori filosofi del Novecento occidentale: Processo e realtà di Alfred North Whitehead. Quest’opera, infatti, rappresenta il maggiore contributo filosofico del pensatore inglese che nelle sue oltre cinquecento pagine condensa e rimodella tutto quanto avesse in precedenza scritto. In Processo e realtà emerge senza dubbio l’anima metafisica di Whitehead, ma traspare evidentemente anche il suo retroterra matematico e scientifico. Prima però di inoltrarci nei temi dell’opera è bene conoscerne un po’ la genesi, la struttura e – credo – sia opportuno indicare la postura con la quale leggeremo Processo e realtà e quindi il ruolo che Whitehead immagino debba ricoprire all’interno di un discorso storico-filosofico completo. Continue Reading
Sulla contraddizione dei fatti assoluti (VIII)
Per concludere l’indagine sul “Realismo Metafisico” non possiamo non occuparci della concezione di Paul Boghossian, cui si riferisce lo stesso Diego Marconi – del quale abbiamo parlato nell’ultimo articolo – allorché ricorre al cosiddetto “argomento dei dinosauri”.
Tale argomento viene usato appunto da Boghossian in un’opera che costituisce quasi un manifesto del nuovo realismo e che si intitola, nella traduzione italiana, Paura di conoscere. Contro il relativismo e il costruttivismo.
Boghossian assume le conoscenze scientifiche come “verità assolute”. A noi sembra che, usare l’espressione “assoluto” al plurale, sia un controsenso. Obiettiamo: poiché sono i realisti per primi che affermano che per ogni cosa esiste una ed una sola verità, come non riconoscere, allora, che ogni verità è relativa a un determinato stato di cose, a sua volta relativo a un certo modo di rilevarlo?
A noi sembra che il realismo metafisico, proprio della concezione scientifica del mondo, abbia una duplice pretesa: per un verso, pretenda di negare la verità assoluta, perché le verità vengono considerate “molteplici”; per altro verso, ma in palese contrasto con l’assunto precedente, pretenda di attribuire valore assoluto a ciascuna verità sulle singole “cose” o sui singoli “stati determinati delle cose”, perché l’accertamento viene considerato esaustivo nonché indubitabile. Continue Reading
L’indipendenza delle cose essenza del realismo metafisico (VII)
La difesa più articolata e argomentata del realismo metafisico, inteso nella sua forma “forte” e dunque distinta anche dal realismo scientifico, la si trova in una delle prime opere di Mario Alai, intitolata Modi di conoscere il mondo. Soggettività, convenzioni e sostenibilità del realismo (1994).
In essa, Alai così precisa il suo programma: «Oltre a ciò, il realismo metafisico che intendo difendere non implica nessuna delle tesi seguenti: 1) che vi siano due mondi diversi, uno “per noi” e uno “in sé”, di cui anche il secondo sarebbe conoscibile; 2) che una volta saputo tutto quel che c’è da sapere sul mondo dell’esperienza resti ancora dell’altro da conoscere, su cui possiamo scoprire verità di tipo non empirico; 3) che vi sia un “mondo in sé” per definizione inconoscibile agli uomini. Io sosterrò anzi la negazione di queste tesi, ossia che ciò che conosciamo, il cosiddetto “mondo empirico”, o “dell’esperienza”, è in effetti un mondo in sé, nel senso di indipendente dalla conoscenza. Ancora, la mia tesi è che noi possiamo conoscere il mondo in sé, e non che lo conosciamo davvero» (Alai 1994, 7).
Il realismo metafisico in Italia (VI)
Anche in Italia si registra un significativo ritorno delle tesi realiste, che si contrappongono al relativismo e al costruttivismo che hanno caratterizzato la fine del secolo scorso.
Il realismo viene significativamente riproposto da parte di filosofi di area cattolica, da filosofi della scienza, ma anche da filosofi di area analitica e post-analitica, cioè tanto da filosofi del linguaggio quanto da filosofi della mente.
La Filosofia della mente viene considerata il fronte più avanzato della odierna ricerca filosofica, che, dopo avere affermato la centralità del linguaggio, è passata a valorizzare il ruolo che hanno le funzioni psichiche – a cominciare dalla percezione – nel processo del conoscere. Di essa ci siamo già occupati in saggi precedenti, ai quali rinviamo, e torneremo ad occuparci. Qui, invece, daremo delle brevi indicazioni sulla concezione realista che emerge da altri ambiti, proprio per cercare di completare il quadro.
Il realismo metafisico contemporaneo (V)
Il discorso svolto negli articoli precedenti impone che si prenda in esame il dibattito contemporaneo che si è sviluppato tra “realisti” e “antirealisti”.
Ebbene, tale dibattito concerne, in estrema sintesi, l’indipendenza o meno della cosa reale, ossia il senso della realtà oggettiva.
Il realismo metafisico (RM) sostiene che la cosa reale è la cosa ordinaria, ossia la cosa che fa parte dell’universo sensibile: essa, infatti, ancorché inscritta nella trama di riferimenti con le altre cose, non di meno esiste in sé e di per sé. Proprio per questo suo esistere autonomo e indipendente, essa – dicono i realisti – può venire rilevata.
L’antirealista dubita, invece, che la cosa ordinaria sia veramente indipendente e sostiene che essa dipende, se non altro, dal sistema che consente di rilevarla e dal sistema all’interno del quale essa si colloca, facendone parte. L’antirealista comunque nega che la cosa reale, se veramente indipendente, possa venire conosciuta nel suo essere indipendente.
L’antirealista, insomma, sostiene che, proprio per la ragione che la realtà oggettiva non può non essere veramente autonoma e autosufficiente, ossia assolutamente indipendente da ogni altro da sé, nessuna determinazione (cosa ordinaria) può venire considerata come “cosa reale”, ossia come “realtà oggettiva”.
Realtà e sistema di riferimento (IV)
Il discorso che è stato svolto nei precedenti articoli ha inteso vincolare esistenza e rilevamento. Il rilevamento, a sua volta, inscrive la presenza rilevata (l’esistente, l’ente) all’interno di un sistema o campo nel quale si dispongono le esistenze rilevate. In tal modo, il sistema di rilevamento e il sistema di riferimento si traducono in un sistema o campo di presenze rilevate e, più in generale, riferite a ciò che ad esse si riferisce.
In effetti, anche Carnap e Quine hanno subordinato l’esistenza delle cose a un qualche sistema di riferimento (framework), nel senso che essi hanno definito l’esistente relativamente a un sistema nel quale compare o viene espresso.
Il realismo contemporaneo (I)
La ricerca filosofica sorge come domanda di verità. Essa, insomma, si configura a muovere dalla domanda se ciò che si presenta, e si presenta nell’ordinario esperire, sia effettivamente vero, cioè se la sua verità coincida effettivamente con la forma del suo presentarsi.
Il valore della domanda non viene misconosciuto, giacché non si può non riconoscere che la ricerca sorge nell’intento di rispondere, direttamente o indirettamente, alla domanda di verità. La vera difficoltà, invece, consiste nel rispondere a tale domanda, ossia nel definire cosa sia effettivamente “verità”. Ebbene, la difficoltà nel rispondere ha prodotto la rinuncia alla ricerca radicale e ha suggerito l’obiettivo di stabilire solo se la teoria sia conforme all’esperienza che intende spiegare, onde mettere l’uomo nella condizione di poter prevedere l’esperienza e di intervenire su di essa. Continue Reading