Il grado zero del diritto

 

A Barbara

Carlo Nitsch ha appena pubblicato una monografia (Nitsch 2026), corredata da un ricchissimo apparato di note, con il dichiarato obiettivo di testare la validità della dottrina pura del diritto kelseniana sul campo accidentato degli ordinamenti primitivi. 

L’espressione “grado zero” appartiene al canone della Rhétorique générale, adottato dal Gruppo di Liegi nella critica letteraria per indicare un discorso depurato da ogni superfetazione e ridotto ai suoi semi essenziali (p. 14). Nell’analisi del diritto, tale metodologia intercetta il fenomeno giuridico nel suo momento primigenio ed essenziale: “quel complesso di elementi, non ulteriormente riducibile, pena la perdita della possibilità stessa di intendere la natura dell’ordinamento giuridico nella sua propria, necessaria consistenza” (p. 15). 

In questa indagine, diretta dunque ad individuare il confine tra non-diritto e diritto, si staglia la figura di Hans Kelsen (Praga, 1881 – Berkeley, 1973). Pur assumendo lo Stato moderno di diritto quale forma ideale e compiuta di ordinamento giuridico, Kelsen avverte infatti l’esigenza di non restringere il perimetro della giuridicità alla sola comunità statale. In questa prospettiva, un banco di prova privilegiato è costituito dalle formazioni sociali arcaiche e dalla moderna comunità internazionale, entrambe definite da Kelsen come comunità giuridiche primitive in quanto prive di un apparato coercitivo centralizzato. La questione metodologica verte dunque su come la definizione kelseniana di diritto possa comprendere tali fenomeni estremi. 

In sintesi: se il positivismo kelseniano si identifica con la novità rappresentata dallo Stato moderno, la sua aspirazione a farsi teoria generale impone di saggiare la tenuta delle categorie proposte su realtà a prima vista refrattarie a tale dogmatica. In questo sforzo, Nitsch ravvisa il segnale di una sofisticata macchina concettuale: costrette alla prova dei fatti materiali, le categorie pure non perdono il loro valore teoretico ma risultano “fatalmente destinate a sporcarsi” con il dato concreto proveniente dalla realtà effettuale (p. 16). 

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La filosofia e il fuoco: l’eredità di Severino

Si pensa, spesso a ragione, a un sistema filosofico come un complesso teoretico e organico che raccoglie un’unità di tesi su diversi ambiti, dalla metafisica all’etica. Quello che Emanuele Severino ha sviluppato nel corso della sua lunga produzione filosofica è, senza alcun dubbio, un sistema filosofico; ovverosia, un complesso teoretico-metafisico solido che si sviluppa intorno ad un fuoco centrale. Fa bene Leonardo Messinese, nel suo volume dedicato al filosofo bresciano, Emanuele Severino. Il destino e il mortale, edito da Feltrinelli (Messinese 2025) nella collana “Eredi”, a sottolineare come spesso i critici di Severino che hanno definito il suo pensiero «monocromatico, quando non monocorde e ripetitivo» abbiano, con ciò, perso di vista «il ricchissimo svolgimento di quel punto metafisico», ovvero il fuoco di cui scrivevo sopra, rimanendo «a guardare dall’esterno solo l’insegna del suo imponente edificio speculativo» (Messinese 2025, 244). Continue Reading

Metafisica post-melanconica

L’abbandono di un puro sguardo metafisico sul mondo rappresenta una delle peggiori derive della filosofia del nostro tempo. E per nostro tempo non si intende qui soltanto la filosofia contemporanea, piuttosto ci si riferisce almeno a tutta la cultura filosofica del Novecento. Una cultura che, in un modo o nell’altro, ha fatto sue posizioni nichilistiche e ha proseguito imperterrita sulla via tracciata dai moderni, per cui la metafisica si configura come antropologia e non come una filosofia della natura. Quella che Rocco Ronchi, infatti, nel suo Il canone minore definiva come «la linea maggiore» (cfr. Ronchi 2017) del pensiero occidentale intende la metafisica come una “struttura filosofica” il cui architrave è «l’intuizione della contingenza dell’ente. […] Il piano dell’esperienza è, infatti, un piano in cui si dà sempre dell’essere minacciato dal nulla» (Ivi, p. 69). La finitezza, la forma-Uomo, la inevitabile conclusione delle cose, sono tutti concetti afferenti ad una idea di metafisica appoggiata sulla contingenza. Scriveva ancora Ronchi in quell’importante testo: «contingenza significa dunque che la cosa, qualunque cosa, è, come tale, un non-niente: è in bilico sull’abisso del nulla» (Ibidem). Questa lettura storico-critica dell’approccio metafisico moderno risente inevitabilmente dell’insegnamento di Emanuele Severino, il cui lavoro sul concetto di nichilismo resta insuperato se si vuole uscire dalla gabbia dello schema moderno (si veda ad esempio, tra i tanti, Severino 1982). Continue Reading

Appunti sul senso della natura

In una delle lettere a Lucilio (Lettera 65), Seneca argomenta attraverso alcune domande retoriche che pone al suo allievo e amico al fine di mostrarne l’assurdità e quindi la loro inconsistenza. Seneca chiede: «Mi vorresti proibire di contemplare la natura? Separandomi dal tutto, vorresti confinarmi nella parte? Non dovrei cercare i principi dell’universo?». La filosofia, invece, aveva detto poco sopra Seneca a Lucilio, ci conduce proprio a porci queste domande poiché è insito nella sua genetica invitare «l’anima a respirare liberamente di fronte allo spettacolo della natura, sollevandola dalla terra alle regioni divine» (Seneca 2010, p. 401). In altre parole, la filosofia salda quella separazione tra sé e natura, tra io e mondo, che sussiste come convinzione nel cuore di chi non guarda con attenzione al tutto ma si concentra sulla parte. Il mondo esterno – dirà Seneca – è una sorta di illusione da cui guarire: sollevarsi dalla materialità del proprio corpo (quindi dalla parzialità) è l’unico modo per avvicinarsi all’idea di una comunione del tutto. Ovviamente in Seneca opera attivamente il precetto stoico per cui il corpo rappresenta il limite massimo di un uomo: «questo corpo è tutto ciò che in me può ricevere danno. In questa dimora esposta ai pericoli abita un animo libero» (Seneca 2010, p. 403), scrive l’autore latino. Tuttavia, per quanto l’anima lavori nel tentativo di liberarsi dai vincoli del corpo, essa gli rimane connessa. Continue Reading

A coloro che stanno scappando, filosofia di Aron Gurwitsch

Segnaliamo con grande piacere la pubblicazione di un saggio di Simone Aurora, ricercatore presso l’Università di Padova, dal titolo Il campo della coscienza. Aron Gurwitsch e la fenomenologia trascendentale, uscito per Orthotes nel 2022. Il contributo è di assoluta rilevanza all’interno del nostro panorama culturale dal momento che ha il singolare merito di introdurre il lettore italiano all’opera – e alla vicenda biografica, raramente come in questo caso – del filosofo lituano Aron Gurwitsch, vissuto tra il gennaio del 1901 e il giugno del 1973, attivo soprattutto in Germania e in Francia a cavallo tra i due conflitti mondiali e poi negli Stati Uniti. Continue Reading

Uno sguardo eretico su Merleau-Ponty

Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, uscito nel 2024 per la collana «Eredi« di Feltrinelli (Taddio 2024), è l’ultimo libro di Luca Taddio, professore associato presso l’Università di Udine: un testo introduttivo – ma non divulgativo – al pensiero del fenomenologo francese e della panoramica dei suoi molteplici campi di indagine. In questo studio, Taddio si impegna a ripercorrere per intero gli snodi concettuali del pensiero di Merleau-Ponty a partire dalla prima apparizione de La struttura del comportamento, titolo risalente al 1938, sino a Il visibile e l’invisibile, l’ultima opera rimasta purtroppo incompiuta e che sarebbe stata edita in Francia solo nel 1964, vale a dire a tre anni dopo la prematura scomparsa del filosofo. Per Taddio si tratta del coronamento di una riflessione ventennale sul pensiero fenomenologico, dalle sue origini sino ai suoi approdi più originali e forse insperati, come del resto attesta l’ampiezza della sua odierna produzione scientifica.

Il libro di Taddio si inserisce in un filone interpretativo di per sé vasto all’interno del nostro paese, che da sempre ha riconosciuto una particolare attenzione, quando non favore, all’opera di Merleau-Ponty; questo almeno a partire dalla mediazione apportata da Enzo Paci negli anni Cinquanta, pioniere italiano del movimento fenomenologico di seconda generazione. Da allora numerosi interpreti e filosofi italiani hanno infatti dedicato a Merleau-Ponty una lettura attenta, uno sguardo interessato, un momento di riflessione quasi mai occasionale. Su tutti, mi piace ricordare il testo di Luca Vanzago, Merleau-Ponty che usciva per Carocci nel 2012, e del quale il lavoro di Taddio si pone in proficua scia concettuale (Vanzago 2012). L’apparire del senso non propone però, in questo caso e in primo piano, una ricostruzione storica del percorso intellettuale di Merleau-Ponty – nonché della sua trasformazione da fenomenologia della percezione a ontologia della carne – ma predilige un approccio più diretto e puntuale alle questioni teoriche che via via si propone di affrontare, di risolvere, o di mostrare al pubblico contemporaneo secondo una nuova luce. L’originalità del testo sta proprio in questa particolare scelta stilistica e ermeneutica, molto apprezzabile, che fa rivivere le classiche questioni merleau-pontyane nel confronto con le sfide o gli interrogativi più cogenti del nostro tempo, appoggiandosi con competenza a quesiti di filosofia della scienza o della tecnologia più attuale e stringente. Si tratta di un approccio già perseguito da Etienne Bimbenet, in Francia, e che ha consentito di riproporre quando non introdurre alcuni tratti del pensiero merleau-pontyano nel dibattito scientifico contemporaneo, e di farlo con coerenza (cosa affatto scontata). Anche Taddio dà così nuova linfa al testo di Merleau-Ponty attestandone il carattere di fondamentale apertura e di sempre rinnovata interrogazione, all’interno e oltre gli stilemi interpretativi del suo tempo e del nostro presente.

Merleau-Ponty fu lettore di Husserl, nonché commentatore attento e interessato degli esperimenti condotti dalla psicologia della Gestalt dei primi decenni del Novecento, delle considerazioni della biologia evoluzionistica, ma anche, più prosaicamente, amante del teatro e della letteratura, come l’amico-nemico Jean-Paul Sartre. La poliedricità dei suoi interessi traspare pienamente nei suoi lavori, nei riferimenti che li impreziosiscono, e negli intenti che li ispirano. La sua fenomenologia sperimentale insegna, infatti, ad «accogliere i fenomeni nella loro complessità» (Taddio 2024, 18), naturale e primitiva, senza ridurre questi portati alle prerogative della soggettività costituente, come invece prefiggeva l’idealismo trascendentale di Husserl e di maggiore ispirazione neo-kantiana. Ecco che allora lo spazio, ma soprattutto il tempo, diviene la coordinata principe per cogliere quel farsi struttura di soggetto ed oggetto, dell’apparire in rilievo delle figure che rimangono sullo sfondo percettivo e, finalmente, per abbracciare genuinamente quella dimensione estetica e pienamente sistematica che già da sempre intratteniamo nella relazione con gli altri soggetti e con le cose che ci circondano, e sulle quali non deteniamo mai una presa assoluta, come chiarisce altresì il misterioso concetto di «carne» (Taddio 2024, 87), e di chiasmo, ne Il visibile e l’invisibile. Al contrario, come dimostra il caso della pittura nel pensiero di Merleau-Ponty e che Taddio ha il merito di riprendere e sottolineare con pregnanza in questo testo, le cose e il loro significato si disvelano esattamente nel processo del loro divenire tali, anche considerando, forse paradossalmente, il carattere a tratti contraddittorio di quest’esperienza di nascita costante e imperitura del senso, per come essa prende corpo della prassi percettiva e espressiva, nel caso della produzione artistica che si dipana «in una sola realtà» (Taddio 2024, 15), sebbene secondo gradi di approfondimento differenti.

L’esperienza è proprio il nome di questo curioso concorso, vale a dire di questo mutuale rapporto genetico-costitutivo tra noi e le cose, l’istituzione, come dirà Merleau-Ponty in un corso universitario del 1954, di questa strada non tracciata o pretracciata sulla quale tutti noi camminiamo, un cammino avventuroso che non prevede né fine né un vero e proprio inizio al suo corso, ma solo una «virtualità» (Taddio 2024, 94) che non può cessare di comunicarsi e propagarsi nella storia dell’uomo. All’interno di questo campo, trascendentale, di divenire – e che non disprezza nemmeno accenni deleuziani, nella lettura di Taddio, con e oltre la fenomenologia e la sua «grammatica« (Taddio 2024, 92) – la «stabilità» (Taddio 2024, 36) offerta dalla percezione è sempre provvisoria, l’equilibrio e la sua ricerca sempre differiti nello «spessore» (Taddio 2024, 139) di un presente, come rimarca l’autore in uno dei capitoli più riusciti di quest’opera, a proposito della temporalità. Proprio quest’ultima prevede costitutivi e propositivi sconfinamenti di senso, sia verso il futuro della proiezione che, stranamente, verso la misteriosa e più recondita profondità del passato, e quindi della ritenzione, come del resto insegna la lezione di Proust, e che Merleau-Ponty recupera soprattutto nei corsi universitari dedicati a Il problema della parola (2020), nonché al già citato ciclo su Istituzione e passività (2023).

Ritengo che al lavoro di Taddio vada riconosciuto il merito di aver fatto proprio uno stile eretico, come altresì suggerisce proprio il titolo di un suo saggio, apparso nel 2004 (Taddio 2004), ovvero di aver scelto di lasciare andare alla deriva e quindi sconfinare, appunto, una prospettiva interpretativa e di significato che prima non c’era, o perlomeno che non era ancora presente con questa pregnanza all’interno del contesto offerto dalla già di per sé vasta letteratura secondaria merleau-pontyana in Italia. Per queste ragioni, penso che questo libro possa altresì aprire a proficue interrelazioni e ibridazioni di senso con altre branche della filosofia contemporanea e, perché no, anche della scienza più esatta o dura, come lo stesso Merleau-Ponty avrebbe auspicato a suo tempo, in virtù dell’ampia gamma di riferimenti che la sua opera prende in considerazione.

 

Bibliografia

  • Merleau-Ponty, Maurice. 2020. Le problème de la parole. Cours au Collège de France. Notes, 1953-1954. Genève: MetisPresses.
  • Merleau-Ponty, Maurice. 2023. L’istituzione, la passività. Corso al Collège de France (1954-1955). Prefazione di Claude Lefort. (Edizione italiana a cura di Giovanni Fava e Riccardo Valenti) Milano-Udine: Mimesis.
  • Taddio, Luca. 2004. Fenomenologia eretica. Saggio sull’esperienza immediata della cosa. Milano-Udine: Mimesis
  • Taddio, Luca. 2024. Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, Milano: Feltrinelli.
  • Vanzago, Luca. 2012. Merleau-Ponty, Roma: Carocci.

Foto di Art Institute of Chicago su Unsplash

Istituire la vita

In un libro recente Roberto Esposito esplora a fondo l’idea di istituzione (Esposito 2023). Il tema, già sviluppato in lavori precedenti (si veda Esposito 2020), è quello dell’istituzione intesa come prassi umana che diviene giuridica in quanto punto di concentrazione delle innumerevoli relazioni che innervano e costituiscono la vita naturale dell’uomo. L’idea di istituzione è centrale nella riflessione giuridica del XX secolo (non solo Hauriou [1925] 2019; Romano [1918] 2018; ma anche, fuori dalla vulgata, il Carl Schmitt correttamente inteso: Croce e Salvatore 2020), ma Esposito estende il campo della ricerca e si cimenta nel tentativo di «proiettare una prospettiva istituente sul pensiero moderno, reinterpretandolo a partire da essa. Questa inversione prospettica mi ha consentito di leggere alcuni autori – Machiavelli, Spinoza, Hegel – in una chiave inconsueta rispetto alla loro collocazione canonica, riconoscendo in essi i prodromi della teoria delle istituzioni come si è andata formulando nell’ultimo secolo» (Esposito 2023, vii).

Tutte le epoche misurano il proprio orizzonte di senso giuridico sulla capacità di istituire la vita secondo una legge fornita di valore universale. A tal fine, è dunque decisivo il riferimento alla parola, che è giuridica solo in quanto espressa linguisticamente. il Nomos dunque è formulabile soltanto come Logos. Facendosi Nomos, la lingua si distacca dalla vita biologica in cui è originariamente inscritta, autonomizzando l’uomo dalla sfera naturale. È tale processo di emersione del Nomos, attraverso l’esperienza dell’istituzione, che estrae il propriamente umano dal magma della natura (Esposito 2023, 8).

Nelle pagine del libro di Esposito vengono via via messi a fuoco alcuni concetti cardine del pensiero istituzionale, che hanno plasmato il canone giuridico occidentale fino ai giorni nostri.

Vediamoli.

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Il sovrano e l’eccezione

Mariano Croce e Andrea Salvatore hanno recentemente pubblicato un libro (Croce e Salvatore 2022) che aiuta a inquadrare il concetto di stato di eccezione, forgiato da Carl Schmitt nei primi decenni del secolo scorso e che viene «da più parti presentato come ciò che prende a ostaggio la coscienza e la percezione di intere popolazioni per consegnarle a una nuova concezione del diritto e della politica, in cui i valori liberal-democratici passano in secondo piano»: a causa di un pericolo percepito come incombente e letale, «le persone sono indotte a barattare la sacralità dei valori della libertà e della democrazia per aver salva la vita». Lo stato di eccezione consentirebbe allora un rimodellamento della normalità senza spargimento di sangue ma con una «gestione accorta di un pericolo  collettivo presentato come incalzante e prossimo». 

Il libro smentisce convincentemente questa impostazione: «l’intera impalcatura concettuale che si fonda sull’idea di stato di eccezione non aiuta in alcun modo né a criticare i processi politici in corso né a rinvenire modalità più efficaci e trasparenti di gestione dei vari rischi in cui una popolazione può incorrere in uno o più frangenti della sua storia».

Il tema si colloca sulla faglia fra diritto e politica e di conseguenza la prospettiva storica è ineliminabile: in questo articolo esamineremo dunque alcuni passaggi, fra i molti d’interesse che il libro mette in luce.

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l’uomo di Kiev

Nel 1966 lo scrittore americano Bernard Malamud, figlio di due ebrei russi immigrati in America,  dà alle stampe uno dei suoi migliori romanzi, The Fixer (in italiano il titolo è L’uomo di Kiev). Il romanzo valse al suo autore il National Book Award e il premio Pulitzer, due dei maggiori riconoscimenti ai quali uno scrittore americano possa aspirare.

L’uomo di Kiev, al di là del suo indiscutibile valore letterario, evidenzia un aspetto filosofico degno di nota. Continue Reading

Indice, o dell’amore per la conoscenza

In una luminosa giornata del settembre 1675, Baruch Spinoza ricevette la lettera con la quale Albert Burgh, tardivamente rientrato nel cattolicesimo, gli chiedeva di dimostrare la correttezza delle tesi per le quali Spinoza era considerato, nella migliore delle ipotesi, eccentrico. Spinoza si limitò a rispondere laconicamente che «verum index sui et falsi» (Ep. 88), per far intendere al petulante corrispondente che la verità è unica guida dell’indagine, anche quando è essa stessa l’oggetto della ricerca.
L’indice come bussola e guida nel mare immenso della conoscenza non è dunque una novità né Google ha risolto definitivamente il problema. Mancava tuttavia una approfondita storia di questo strumento a volte trascurato. Con il suo ultimo libro Dennis Duncan, professore all’University College di Londra, ha colmato la lacuna in maniera eccellente, raccontando la storia dell’indice con piglio accattivante ed  incredibilmente privo di paludamenti accademici, nell’ottima traduzione italiana di Chiara Baffa.

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