Architettura moderna internazionale: su Quattro capanne di Leonardo Caffo

«Qual è il senso della vita umana?», si chiede a un certo punto il filosofo Leonardo Caffo nel suo Quattro capanne, o della semplicità, edito da nottetempo. Essere-nel-mondo o Essere-a-causa-del-mondo? Far valere a tutti i costi la propria esperienza di vita, la propria esistenza libera e incondizionata, o lasciarsi guidare (e un po’ sottomettere) dalle opportunità che la tecnica, l’innovazione e il progresso ci mettono a disposizione? Per rispondere a queste domande, dice Caffo, è necessario ricostruire una filosofia pratica, che è la vera essenza del filosofare. La filosofia va vissuta («se non vivi e resti seduto a leggere e a scrivere hai la stessa possibilità di diventare filosofo di una pietra in fondo al mare», p. 171); non basta saper elaborare discorsi plausibili utili a destreggiarsi nella logica, se poi ciò non serve a migliorare la vita di tutti i giorni, come afferma Wittgenstein (uno dei must read di Caffo). La filosofia, in sostanza, deve tradursi in una vita che fa cose al di là del contesto che ci viene offerto: solo così potremmo recuperare, heideggerianamente, l’autenticità della nostra esistenza.

Che fare, dunque? Ecco Thoreau (altro must read e padre filosofico di Caffo): la saggezza, la phrònesis stoica (l’autore non cita mai lo stoicismo eppure tutto il libro ne sembra intessuto), la sapienza messa in pratica, è «una vita semplice, indipendente, magnanima e fiduciosa» (p. 30), che si traduce nel ritiro. Si tratta di un passo importante da compiere e non scevro di difficoltà perché la complessità del mondo contemporaneo impedisce di fare a meno delle sue strutture: il capitalismo in senso largo, non come mera teoria economica ma come architettura sociale e spirituale, riempie ogni spazio e ogni momento vitale e, come sottolinea Caffo, sceglie per tutti, crea un contesto quasi unico. Il “quasi”, però, è d’obbligo poiché fortunatamente persistono ancora ambienti nel mondo in cui ricavare oasi di semplicità e individualità, dove recuperare il «bosco interiore», un «abitare il mondo da dentro», un «vivere la vita dall’interno e non dall’esterno» (p. 36). L’obiettivo quindi è attuare un cambio radicale di paradigma: dall’antropocentrismo, ovvero da quella «metafisica degli individui» che vede nell’uomo l’ente superiore a tutto, si deve passare a una forma di individualismo nella quale da un lato l’ente umano recupera le sue funzioni essenziali e il suo pensiero libero, dall’altro l’individuo è inteso come qualsiasi ente abiti sulla terra, animali e piante compresi, in modo che non si contempli mai, in nessun luogo, la solitudine per l’uomo. Il bosco interiore è quindi un luogo dell’anima che porta con sé un lavoro filosofico e psicologico su se stessi e sulle proprie priorità; ma tale bosco interiore si accompagna, ieri in modo sicuramente più facile di oggi, ad un bosco esteriore, un bosco fisico, dove approntare l’isolamento e dove sperimentare un lavoro pratico, fatto di ingegnosità e fatica, per arrivare al cuore stesso dell’umanità. Quest’ultima non trova pronto ciò che le serve, ma costruisce da sola il necessario, e solo quello. Da qui nasce l’idea chiave del volume: la capanna, edificio spartano (ma non per questo improvvisato) e per questo simbolo dell’isolamento e del recupero della semplicità.


La semplicità è un mantra che percorre tutte le pagine del volume di Caffo. Essa si pone come parola chiave di un nuovo paradigma ontologico ed ecologico, ma soprattutto esistenziale, essendo il primo gradino di un processo di cura di sé. La semplicità è “un altro modo di vivere” dove “l’altro” sta in relazione al modello dominante, ovvero la complessità, la qualei sta dimostrando sempre più la sua insostenibilità, gravando sulla salute mentale dell’uomo e compromettendo l’integrità del pianeta in tutte le sue componenti.

Ecco dunque che la semplicità si pone alla base della vita filosofica, della pratica filosofica. Ma in cosa consiste? Soprattutto nel ritiro, che costringe l’ente-uomo a rimodellare la propria esistenza sul realmente necessario e soprattutto a cambiare la sua prospettiva, eliminando la «dittatura dei ricordi», l’ansia della programmazione, la ricerca ossessiva del lasciare tracce («Oggi siamo soliti pensare alla vita degna come alla vita dell’uomo in carriera»”, p. 117), quindi vivendo principalmente nel presente; si tratta di «migliorare l’attimo», applicando le sette leggi della semplicità elaborate da Caffo a posteriori, partendo dunque dalla pratica filosofica.

Quando si parla di pratica filosofica della semplicità, Caffo fa dunque riferimento in modo preciso alla capanna. Questa assume il valore di un simbolo tangibile da contrapporre alla complessità e a un modello di vita diffuso. È dunque un nuovo modo di vita applicato da quattro figure storiche ed emblematiche in questo senso: Henry David Thoreau, Theodore Kaczynski, Le Corbusier e Ludwig Wittgenstein. Ognuna di queste avventure viene analizzata nelle sue premesse, nei suoi obiettivi e nei suoi risultati e non mancano riferimenti incrociati; le esperienze di quelle figure storiche sono quattro paradigmi diversi ma simili di affrontare la complessità, ciascuno con i propri strumenti, le proprie convinzioni, le proprie esperienze pregresse.

La capanna per tutti e quattro in qualche modo costringe ad anticipare la semplicità, nel senso che si pone come realizzazione pratica di tre principi di base: l’essenzialità (intesa come recupero del proprio corpo e dell’esistenza per sé), la liberazione dagli obblighi e dalle relazioni (i quali ci incastrano in un meccanismo che Caffo riscrive sotto forma dell’algoritmo “intenzione → obiettivo → risultato”) e la povertà (in cui eliminare il concetto di “mancanza di qualcosa”, considerandola piuttosto come sottrazione e quindi come un allontanamento da qualcosa). Questi tre principi costituiscono quella che Caffo, a proposito della capanna di Wittgenstein, chiama «rassegnazione attiva», ovvero una presa di coscienza che è necessario concentrarsi solo su ciò che è plausibile, concreto e utile. La capanna è quindi una sfida filosofica, un esercizio fisico e spirituale, e lo spazio della capanna è lo «spazio dell’assoluto» (p. 190), intendendo con questo appunto lo spazio del presente sciolto, liberato, allontanato da qualsiasi sovrastruttura. Diventa quindi necessario rivedere le proprie priorità e valutare con attenzione gli enti, fino a destrutturarli, come indica l’esempio di Kaczynski: se poniamo attenzione agli oggetti che la società ci mette attorno, con cui ci costringe ad avere a che fare e che addirittura ci obbligano a determinate scelte, noteremo che essi non sono altro che mezzi, non fini. In questo consiste l’inganno della contemporaneità. È necessario quindi rivedere le loro condizioni ontologiche: ora come ora gli oggetti sono a noi indipendenti e quindi possiedono una sorta di forza attrattiva, mentre il cambio di prospettiva della semplicità ci porta a depotenziarli, a considerarli come qualcosa di dipendente da noi e quindi di inessenziale. La filosofia della semplicità, la vita nella capanna, ci conduce a vedere negli enti che ci stanno attorno non più degli epifenomeni, cioè come involucri che ci stringono, ma dei fenomeni, esterni a noi, presenti ma superflui: se questi «pesano o complicano l’unica vita che abbiamo, dobbiamo capire se e quanto sia necessario continuare ad averci a che fare» (p. 68).

In sostanza, afferma Caffo, «la vera sfida delle capanne, della semplicità, infine di una filosofia matura, è davvero questa: la salvezza dalla dannazione di una vita mentale complessa» (p. 207). E continua: «la semplicità […] altro non è che il punto zero delle cose» (p. 205).

Il saggio di Leonardo Caffo è godibilissimo, fruibile da ogni angolazione provenga il lettore, perché non è specialistico ma nemmeno banale, non rifiuta la dialettica filosofica ma la porta al livello dell’esperienza del vivere comune. La necessità di aggiustare il tiro delle nostre esistenze è da sempre un obiettivo della Filosofia e a maggior ragione oggi, in un momento storico in cui il senso dell’individuo, inteso nella maniera più ampia introdotta sopra, si fa precario, sommerso da un mondo in cui la socialità si è fatta macchina e in cui l’ecosistema che assume valore è quello virtuale, in cui le transizioni tra individui sono mediate da strumenti che hanno la capacità di condizionare le nostre scelte. Questo saggio si inserisce pertanto in un filone di sicuro interesse e contribuisce ad aumentare il corpus di punti di vista che possono permettere ai lettori di comprendere e soprattutto cambiare il mondo attorno a loro.

 

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Giordano Bruno, l’eretico

Nell’immaginario collettivo Giordano Bruno rappresenta, a ragione, il martire per il libero pensiero per eccellenza. Un uomo arso vivo a causa delle sue idee è ovviamente il simbolo più rappresentativo della lotta per la libertà di pensiero. La figura di Bruno, simboleggiata dall’enorme statua che lo ritrae col capo chino e coperto da un cappuccio in Campo de’ Fiori a Roma, ci ricorda uno degli angoli più bui della storia dell’Occidente.

Leggendo Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno, il libro di Michele Ciliberto originariamente uscito nel 2007, e ripubblicato, ampliato e rivisto, quest’anno da Adelphi, non si esce con una convinzione diversa, tuttavia alcuni parametri vengono riposizionati. Ciliberto, infatti, lontano da chi, ancora nel Novecento, ha interpretato la vicenda bruniana come una pagina di continuità e normalità con quanto accadeva all’epoca (vedi Angelo Mercati con il testo del 1942 Il sommario del processo di Giordano Bruno), si pone in una posizione più intermedia rispetto al diffuso «mito idealistico ottocentesco» che ha visto in Bruno il «filosofo indomito martire del libero pensiero» (p. 767).

Biografia e filosofia
Sulla scorta del lavoro del citatissimo Luigi Firpo (Il processo di Giordano Bruno, Salerno editrice, Roma, 1993), Ciliberto intende mostrare il nesso ineludibile tra filosofia e autobiografia, necessario soprattutto in una vicenda – umana e intellettuale – come quella di Bruno. Studiare la vita di Bruno, e in generale di tutti gli autori, ci garantisce una via d’accesso al processo di elaborazione delle idee. Non si tratta – spiega Ciliberto – di relativizzare le idee rispetto al contesto e alla biografia, ma nemmeno di pensarle come completamente avulse dalle vicende che hanno assistito alla loro nascita. Il carattere rivoluzionario, inedito, impetuoso, a tratti apparentemente fuori controllo, dei testi e delle idee di Bruno, si rispecchiano nel suo stile di vita e nelle esperienze vissute dal Nolano in giro per l’Europa.

Bruno, partito da Nola, in Campania, e dal Convento di San Domenico Maggiore a Napoli, ha attraversato molte delle più grandi e vivaci città europee alla ricerca di una consacrazione intellettuale e con lo scopo di diffondere e affinare la sua «nova filosofia». Roma, Torino, Venezia, Ginevra, Tolosa, Parigi, Oxford, Londra, Praga, Magonza, Marburgo, Wittemberg e Francoforte, per poi tornare a Venezia e infine incarcerato a Roma. In tutte queste città Bruno si è scontrato col potere e l’autorità costituita, fosse essa politica, amministrativa o universitaria; questa ha sempre contrattaccato Bruno nel tentativo di arginarlo. Il Nolano, infatti, si è sempre pensato portatore, con la propria vita, di un destino manifestantesi nella sua individualità e nella sua filosofia. Scrive Ciliberto: «La consapevolezza di avere avuto in sorte un destino straordinario, di essere un predestinato, un prediletto degli dèi, un Mercurio è un tratto costitutivo di tutta l’esperienza umana e intellettuale di Giordano Bruno» (p. 25). Le vicende biografiche dunque, nel ricco e approfondito testo di Ciliberto, illuminano angoli oscuri del processo di disvelamento della Sapienza che Bruno ha condotto durante la propria esistenza, attraverso un numero esagerato di testi.

Ma quali sono le idee più radicali della «nova filosofia» bruniana, tanto da renderla incompatibile con la dottrina cristiana? Quali principi furono scardinati da Bruno, provocandogli le ire della maggior parte dei contesti culturali nei quali si è trovato a operare? E soprattutto, perché Bruno si è ostinato a diffondere e approfondire le sue geniali intuizioni, fino alla fine dei suoi giorni, anche in carcere nei colloqui con gli altri detenuti e nelle missive, a volte disperate, indirizzate a Clemente VIII, il papa «amico dei filosofi»?

All’ultima domanda, Ciliberto risponde con la presa d’atto che la vita di Giordano Bruno da Nola, secondo lui stesso, avesse una natura mercuriale, a tratti profetica. Alle altre due questioni il testo dà conto con una lunga, appassionata e intensa analisi di tutti i testi bruniani, esaminati, come detto, in rapporto al contesto nel quale furono composti, diffusi e discussi. Nelle prossime righe ne riassumerò alcuni, alla luce di un presupposto innegabile: la filosofia di Giordano Bruno è stata una rivoluzione per l’Umanesimo e il Rinascimento, uno di quei momenti nella storia in cui la bilancia comincia a vacillare e il passato non rappresenta più un’istituzione sulla quale fare affidamento.

Finito e infinito
«Il nodo filosoficamente decisivo che, attraverso Ario, Bruno mise a fuoco fin dagli anni giovanili è la sproporzione radicale e incommensurabile tra finito e infinito, tra ente ed accidente» (p. 58). Questo è l’assunto base che muove tutta la riflessione bruniana e su cui il Nolano non scese mai a compromessi, nemmeno davanti al Tribunale dell’Inquisizione prima a Venezia e poi a Roma.

Per Bruno, le vie di connessione fra le «cose superiori» e le «cose inferiori» vanno interamente ridefinite, poiché l’infinito – concetto sul quale si impernia tutta la cosmologia e l’ontologia bruniana – non può porsi sul medesimo piano del finito. L’idea di infinito, che si inserisce a pieno nel contesto della rivoluzione operata da Copernico, è radicale e conduce il Nolano alla visione dell’universo illimitato e dei mondi innumerabili. Nel trittico di opere londinesi, scritte e pubblicate fra il 1583 e il 1584, La cena delle ceneri, De la causa, principio et uno e De l’infinito, Bruno sistematizza il palcoscenico della propria filosofia, interamente debito all’idea di infinito. La Terra, in contrasto con quanto professato dalla tradizione aristotelico-cristiana, non è che uno dei pianeti di questo infinito universo nel quale la vita si è manifestata.

Bruno mina dall’interno il «nucleo fondativo di tutto il cristianesimo occidentale» (p. 59), compresa l’idea che Cristo sia, al contempo, vero uomo e vero Dio. Il dogma dell’Incarnazione, insieme al geocentrismo e alla centralità dell’uomo nell’universo, si sgretola sotto i colpi dell’assunto bruniano della sproporzione, così come tutta una serie di convincimenti che il senso comune, con la religione, adotta e difende. In questo senso, è biograficamente significativo, che Bruno abbia operato un rifiuto nei confronti del dogma dell’Incarnazione già quando si trovava in convento, come dichiara ai giudici. L’immagine di Cristo in quanto vero uomo e vero Dio, quindi, si allontanò presto dallo sguardo di Bruno, per prendere sempre di più le sembianze di un «uomo come tutti gli uomini; Cristo nel quale furono “tutti li accidenti dell’huomo”» (p. 65) come si legge nelle carte del processo.

Ontologia e gnoseologia
All’aspetto dell’infinità dei mondi e dell’universo, è strettamente collegato il fatto che, in Bruno, la materia è il principio unico della realtà; una materia completamente cambiata rispetto a quella aristotelica. Bruno sostiene infatti che la materia non sia il prope nihil di cui ha scritto Aristotele, bensì un elemento unitario all’interno del quale sopravvivono forma e materia, atto e potenza, anima e corpo. La «materia primiera del tutto», come la definisce ne De l’infinito, è l’Unità infinita dalla quale tutto sgorga e si muove. Come sottolinea Ciliberto, però, con «questo non significa che Bruno cancellasse la differenza tra Dio e universo, tra materia corporea e materia incorporea […]. Anzi, è nella assunzione sistematica di questa differenza che si esprime il carattere specifico della “nova filosofia”, distinguendola in modo netto da altre posizioni che insistevano sul motivo dell’unità del tutto» (p. 301). L’ontologia bruniana, infatti, è «di carattere binario»: la materia è l’unità della differenza e in sé congiunge tutte le coppie concettuali oppositorie che permettono, l’una all’altra, di sopravvivere: notte/giorno, buio/luce, finito/infinito, implicito/esplicito… Grazie a un moto inesauribile e alla connessione integrata del tutto infinito, dalle «cose superiori» si può discendere alle «cose inferiori» e viceversa. Così l’uomo ha la possibilità di salire e discendere, di avvicinarsi a Dio o di comprendere tutto ciò che avviene nella vita delle «cose inferiori».

La struttura ontologica bruniana ci permette allora di definire il processo di emancipazione dell’uomo dall’ignoranza – che altro non è che la rinuncia alla conoscenza della verità –: essere parte integrante del tutto, in connessione con tutto, ci garantisce una via d’accesso ordinaria alla conoscenza. Come scrive Ciliberto: «ombra tra ombre, in un universo che, a sua volta, è ombra del primo principio, l’uomo riscatta il suo destino accidentale proiettandosi, sul piano gnoseologico, verso le idee; sul piano ontologico, verso la divinità» (p. 302).

Per entrare nel meccanismo bruniano e goderne fino in fondo occorre abbandonare totalmente ogni prospettiva antropocentrica. Questo tema, particolarmente caro a Bruno, torna molteplici volte nelle sue opere e in maniera sempre più complessa. Il rapporto dell’uomo con la luce (con Dio, in altri termini), nel quadro di un universo infinito, rappresenta la vera sfida del Nolano. Da un lato Bruno sapeva della necessità di sistematizzare la relazione gnoseologica fra i due termini estremi della materia, dall’altro lato percepiva la connessione, la esperiva col corpo. Con questo, infatti, per Bruno «occorre sempre fare i conti […]. Rivendicato, come massima energia, nel suo valore di “grado zero” della realtà; […] individuato come “leva” e, al tempo stesso, come “limite” da superare ad ogni costo […], il corpo del filosofo è, sempre e in ogni caso, momento centrale – inevitabile pietra d’inciampo, verrebbe da dire –, sia sul piano dell’esperienza autobiografica che su quello della ricerca della verità, strettamente connessi l’uno all’altro, proprio tramite l’esperienza mai esaurita e mai esauribile della corporeità» (p. 135).

Conclusioni
I motivi etici, politici e religiosi che derivano da una tale concezione del mondo e dell’universo – brevemente riassunto qui sopra – avrebbero bisogno di molto più spazio. Una cosa è però evidente e facilmente intuibile: il mondo disegnato da Bruno rompe gli schemi tradizionali all’interno dei quali la civiltà occidentale ha costruito la sua predominanza storica e culturale. Sebbene la fede cristiana, per Bruno vero e proprio brodo di cultura per la nascita e lo sviluppo di conflitti, andava ridotta ai semplici fundamentalia; la «religione civile» rappresentava per il Nolano un compromesso necessario alla stabilità della pace, sia politica che delle anime. «Ma – sottolinea Ciliberto, che di Machiavelli è studioso attento –, con maggiore intensità di Machiavelli, [Bruno] era anche cosciente che la “religione civile”, per essere efficace, deve essere filosoficamente fondata» (p. 377), ovvero aver fatto i conti con la Sapienza e la verità.

La vita di Bruno è una testimonianza lucida di come la ricerca della verità fosse, per Bruno stesso, una fonte inesauribile dalla quale abbeverarsi. Ma la sua esistenza è anche una delle più evidenti dimostrazioni di come pensiero e vita possano proseguire sui medesimi binari. Questo è l’intento sicuramente più riuscito del libro di Ciliberto che, grazie a un andamento non sempre lineare e a volte non completamente esaustivo su alcuni temi – che vengono, però, di volta in volta approfonditi più avanti –, conduce il lettore all’interno di una vita che è essa stessa filosofia e rappresentazione teatrale.

Il teatro è, infatti, un genere di cui Bruno si è spesso servito e che ha vissuto direttamente, come alla fine della sua vita, quando – dopo lunghi anni di prigionia e numerosi tentativi di risolvere la sua questione con il Tribunale dell’Inquisizione –, il 21 dicembre 1599 dichiarò che «non aveva niente di cui pentirsi, uscendo finalmente dall’angolo in cui era stato troppo a lungo costretto, riprendendo in mano la partita e decidendo come e quando morire» (p. 682). Al termine della lettura della sentenza, l’8 febbraio 1600, come riporta Schoppe, pronunciò la famosa frase: «Certamente voi proferite questa sentenza contro di me con più timore di quello che io provo nell’accoglierla» e da lì a qualche giorno, il 17 febbraio, venne bruciato vivo in Campo de’ Fiori, «ergendosi al centro della scena […], dimostrando con la sua vita, e anche con la sua morte, di essere, lungo la vicissitudine universale delle sorti e dei destini, il vero Mercurio, il messaggero inviato dagli dèi» (p. 687).

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Virtù del popolo e altre aporie del machiavellismo radicale

In un interessante libro del 2011 (Machiavellian Democracy, Cambridge University Press, 2011, pp 252) John McCormick propone una rilettura dei testi di Niccolò Machiavelli incentrata sul rapporto fra classi sociali nel governo della cosa pubblica. Al centro dell’analisi sta una distinzione: mentre i grandi sono intrinsecamente predisposti all’oppressione, la plebe ha come unico interesse quello di non essere oppressa. In particolare nei Discorsi, Machiavelli dimostra che il popolo è abbastanza passivo da non valutare preventivamente minacce alla libertà da parte dei grandi, ma quando la minaccia diventa evidente può reagire con forza e questa reazione può prevenire future oppressioni.  La libertà della repubblica si tutela dunque armando il popolo: giuridicamente, attraverso organi di governo di classe, come tribunato e assemblee popolari costituite in tribunali e legislatori e, operativamente, per mezzo del controllo popolare dell’apparato militare.
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La Saggezza straniera di Arnaldo Momigliano fra storia e filosofia

La prima e originale versione di Saggezza straniera. L’Ellenismo e le altre culture, uscì in lingua inglese nel 1975. Venne poi tradotta e pubblicata in italiano nel 1980 da Einaudi che, ora, ne propone una nuova versione. Il volume raccoglie delle sessioni di lavoro e dei seminari che lo storico Arnaldo Momigliano ha composto tra Cambridge e il Bryn Mawr College, e rappresenta un grande esempio di erudizione e metodo. La domanda a cui l’intera ricerca prova a rispondere si trova a metà fra la storia e la filosofia: qual è stato l’atteggiamento dei Greci di fronte alle altre culture di cui ha fatto conoscenza? L’Ellenismo, infatti, considerata come la fase finale del predominio greco – parabola storico-culturale che si intende chiusa con la battaglia di Azio nella quale i Romani si assicurarono le terre egiziane (31 a.C.) ―, è il periodo nel quale i Greci conobbero da vicino Romani, Celti, Ebrei,  Egiziani, Iranici, e più o meno tutte le realtà culturali che facevano riferimento allo spazio mediterraneo. Continue Reading

Dafne, o del divenir altro

Il testo Ontologie de l’accident, originariamente pubblicato nel 2009 per Éditions Léo Scheer da Catherine Malabou, è ora disponibile anche in italiano, grazie all’edizione curata da Valeria Maggiore per Meltemi.

Il testo di Malabou è singolarmente rilevante, da un punto di vista filosofico, poiché apre direttamente allo studio della scienza dell’“accidente”. Per l’autrice, l’accidente consta dell’elemento traumatico, del risultato connaturato in cui inevitabilmente incappa il soggetto che esperisce un mutamento del proprio essere, un cambiamento essenziale. L’accidente non è in questa sede associabile alla “casualità” del senso comune, a ciò che sfugge all’indagine scientifica in quanto “non necessario”, né tantomeno al “potere di non” che caratterizzava la metafisica aristotelica.

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Il linguaggio politico e la necessità del ritorno della retorica

È possibile discutere dei temi della retorica classica, di logos, ethos e pathos, della loro commistione e del loro uso (ed abuso) nel discorso pubblico, senza scadere in un polveroso sfoggio di erudizione? Mark Thompson, già direttore generale di BBC e amministratore delegato del New York Times, ci ha provato nel 2016 pubblicando un importante saggio sulla retorica e sullo stato generale del discorso pubblico contemporaneo, che è stato tradotto in Italia da Feltrinelli (La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia, Feltrinelli, 2017, p. 426). Va subito detto che la traduzione italiana del titolo lascia fortemente a desiderare, a causa di una connotazione negativa del concetto di retorica che nel libro e nello stesso titolo originale (Enough Said. What’s gone wrong with the language of politics, St Martin Pr, 2016) è del tutto assente. Thompson, difatti, ha un concetto alto di retorica, mutuato dai classici del canone occidentale, e il libro è un vero e proprio appello al suo uso consapevole, come rimedio al degrado della politica contemporanea. Definita come lo studio accademico del linguaggio pubblico nonché dell’arte di insegnare e padroneggiare i meccanismi che lo articolano, il termine retorica viene usato da Thompson, per traslazione, anche come sinonimo dello stesso linguaggio pubblico.

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Coltivare il segno: Severino e la testimonianza del destino

A gennaio di quest’anno, alla soglia dei novant’anni, Emanuele Severino ha dato alle stampe un nuovo libro, Testimoniando il destino. L’intento dichiarato di questo volume è una “discussione” intorno agli scritti di Severino, una sorta di auto-riflessione che il filosofo bresciano compie su tutto quello che, dal 1958 — anno di uscita de La struttura originaria — ad oggi, è andato scrivendo. In altre parole, Testimoniando il destino vuole «coltivare il segno» rappresentato dall’insieme degli scritti severiniani. Poiché l’unica cosa che dobbiamo (non possiamo) fare è, appunto, coltivare il segno, lasciando il campo nel quale il segno si manifesta, alla sua natura. «Quella pianura non ne ha bisogno. Non può nemmeno esser posseduta da alcuno. Essa è anzi l’essenza profonda per la quale si è qualcuno». Questo intento generale, nel libro di Severino, si costituisce di varie nervature che l’autore sembra voler ripercorrere e chiarire.

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L’uomo della torre che scuote l’America

L’America di Trump, questa sconosciuta. L’elezione del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti ha colto molti di sorpresa, sia in patria che soprattutto all’estero. Dopo un anno di mandato si può dire che Donald J. Trump non ha tradito se stesso, nel senso che non ha rinnegato le promesse elettorali, ma al contrario tutta la sua azione è stata volta a realizzarle, con alcune decisioni considerate “disruptive” dai media internazionali, come l’uscita dall’Accordo di Parigi sul clima, l’uscita dai negoziati per la TransPacific Partnership (TPP), la decisione di trasferire l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, la volontà di denunciare l’accordo nucleare con l’Iran, etc.
L’esigenza è quindi di capire il personaggio Trump e soprattutto l’America (profonda) che lo ha portato alla Casa Bianca. Come ha detto recentemente il Ministro degli Esteri tedesco Gabriel alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, “ci rivolgiamo al nostro alleato tradizionale, ma ci sembra quasi di non riconoscerlo”.
Tre libri possono forse aiutare, se non a capire, quanto meno a gettare la luce sull’America di oggi. Si tratta di Ossessioni americane di Massimo Teodori, Collusione di Luke Harding, Fuoco e furia di Michael Wolff.

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Il cervello, l’organo della sopravvivenza individuale

Che ci sia un mondo fuori di noi sembra una cosa banale perfino da dover giustificare. Dovremmo essere, in teoria, meno certi dell’affermazione secondo cui questo mondo fuori di noi sia una realtà che conosciamo in maniera oggettiva. Come spiega, in maniera quasi didattica e penetrante, Beau Lotto in Percezioni. Come il cervello costruisce il mondo, la realtà che noi vediamo è parziale e finalizzata all’azione.

Beau Lotto (che è neuroscienziato dello University College di Londra) affronta la questione dell’oggettività della realtà da un particolare angolo di osservazione: il cervello. O meglio, le funzioni percettive del cervello che sono – in definitiva – la soglia tra ciò che è in noi e fuori di noi. Percepire, infatti, non è conoscere (come ben sapeva il Bergson di Materia e memoria), bensì è prepararsi ad agire. «Ci siamo evoluti per percepire allo scopo di sopravvivere, cosa che presuppone delle azioni da parte nostra, il bisogno di fare qualcosa», scrive Lotto (p. 69). In altre parole, la percezione è una ricezione di informazioni “dall’esterno” che si configura e struttura non per consegnarci un’immagine fedele della realtà, ma per produrre una risposta motoria adeguata allo stimolo che abbiamo elaborato. In altre parole ancora – ovvero quelle scritte nel 1896 da Henri Bergson –, la percezione, «presa nel senso in cui l’intendiamo noi, misura la nostra azione possibile sulle cose e con ciò, inversamente, l’azione possibile delle cose su di noi» ((H. Bergson, Materia e memoria, trad. it. F. Sossi, Mondadori, p. 182.)).

Questa presa di coscienza ci mette di fronte non soltanto a una rimodulazione del concetto di realtà oggettiva/soggettiva, ma apre una prospettiva filosofica nuova. Beau Lotto nel suo testo accenna a questioni più ampie senza trattarle direttamente, rimanendo così all’interno del suo ambito più strettamente neurobiologico. Tuttavia, quando scrive che le nostre decisioni (argomento sul quale si torna lungamente nel testo, descrivendo la fallacia di un’idea come il libero arbitrio) non avvengono unicamente nel nostro cervello ma sono sempre «in relazione al nostro corpo e al mondo circostante» (p. 79), si configura un processo dinamico nel quale siamo costantemente immersi. Adattarsi è infatti gestire continuamente gli stimoli esterni e proporre risposte adeguate che ci permettano di sopravvivere. Così si è formato il nostro cervello e a partire da questo assunto nascono le nostre idee. L’evoluzione è qualcosa che non si ferma mai, così come la fluidità del processo nel quale navighiamo a vista grazie a un metodo non infallibile (ma il più congeniale per noi) come quello per tentativi ed errori: «in sostanza, vivere altro non è se non sperimentare cicli continui di tentativi ed errori. È un processo empirico» (p. 128).

La grande sacca dinamica dove viviamo è l’ambiente, il mondo fuori di noi che – oramai – non è proprio così fuori di noi come all’inizio credevamo. Tale ambiente è più precisamente per Lotto uno spazio ecologico, un’ecologia; con questo termine si indica «la relazione interattiva fra le cose e lo spazio fisico nel quale esistono» esso «coglie meglio la natura fluida, inestricabilmente connessa delle cose che vi sono contenute» (p. 93).

Sapere come lavora il nostro cervello, come detto, ci aiuta a stabilire delle gerarchie e a prendere con la dovuta cautela ogni tipo di assoluto, sia esso normativo, morale o metafisico. Il fatto che la nostra percezione ci impedisca di vedere davvero la realtà per quel che è, può apparire come una deficienza del nostro sviluppatissimo sistema gnoseologico; in verità – spiega Lotto – «è fondamentale per la nostra capacità di adattamento» (p. 93). Noi non dobbiamo conoscere, dobbiamo sopravvivere. Come scriverà sempre Bergson (che ora, grazie anche al lavoro dei neurobiologi come Lotto, torna ad acquisire una centralità nel dibattito), «la speculazione è un lusso, mentre l’azione è una necessità» ((H. Bergson, L’evoluzione creatrice, trad. it. M. Acerra, Mondadori, p. 50.)). Noi dobbiamo agire e, allo stesso tempo, dare significato ai fatti del mondo che – di per sé – non hanno alcun significato. L’informazione grezza, ciò che ci arriva direttamente attraverso i sensi, è senza significato. Dare un senso a queste informazioni significa classificarle, ridurle scartando ciò che non ci interessa e mantenendo intatte le informazioni di cui, invece, abbiamo necessità. E cos’è che ci aiuta a dare senso a delle informazioni grezze, ad interpretarle e a renderle qualcosa da utilizzare?

Il passato. Da un lato il passato evolutivo, la nostra storia di sopravvivenza e adattabilità, dall’altra il passato dei nostri ricordi. Ma è scorretto dire che il passato insegna, è più corretto sostenere che il passato si riscrive continuamente – nel nostro cervello. Lotto ci spiega infatti la plasticità e mobilità dei ricordi, il loro modificarsi al modificarsi di una nuova informazione che si aggiunge alla rete. Questo perché «il significato di ciascun ricordo è una rappresentazione dell’insieme, non di un elemento specifico» (p. 136), e perché gli elementi specifici sono fruibili solo se in connessione e, come in tutti i sistemi di connessione, il variare di un singolo elemento riscrive l’intera filiera in relazione.

Dunque, non solo le percezioni che abbiamo del mondo non ci danno una realtà oggettiva ma sono, a loro volta, sempre condizionate dalla plasticità della memoria e delle informazioni pregresse. Se chiamiamo questa informazione personale fatta di ricordi che si aggiunge alla percezione, «affezione», potremmo immediatamente capire le parole di Bergson in Materia e memoria quando scriveva «non vi è percezione senza affezione. […] La verità è che l’affezione non è la materia prima di cui è fatta la percezione, quanto piuttosto l’impurità che si mescola ad essa» ((H. Bergson, Materia e memoria, cit., pp. 183-184.)).9788833927053_0_0_0_75

Se la situazione è questa, come è possibile la filosofia?
Si tratta di una domanda lecita e quanto mai attuale. Di certo, alla luce di queste scoperte, dovremo abbandonare un certo modo di intendere la filosofia. Sicuramente dovremmo tralasciare quella filosofia che vede nell’uomo il vettore principale della natura, perché risulta sempre meno valida. Allo stesso tempo è necessario sganciarsi dai dualismi ingenui che già Bergson denunciava (non siamo né realisti né idealisti, amava ripetere il professor Bergson), poiché dividere il mondo in due sostanze opposte che comunicano tra loro vuol dire affidarsi a rappresentazioni statiche della realtà e che si fondano sullo stesso assunto: percepiamo per conoscere. Lotto e la neuroscienza ci insegnano che questo assunto non è vero e che l’unico modo per inserirsi in maniera intelligente in questo processo è essere consapevoli della nostra struttura mobile. Bisogna essere devianti, scrive il neuroscienziato. «Vedere in maniera differente – deviare – inizia con la consapevolezza, con il vedere noi stessi mentre vediamo (però non è assolutamente qui che finisce). Inizia sapendo che alcuni di quegli assunti spesso invisibili che in passato ci hanno permesso di sopravvivere potrebbero non essere più così utili. Inizia comprendendo che possono di fatto essere (o diventare) dannosi per noi (e per altri), e che se non cambieranno potrebbero imporre delle limitazioni al nostro vivere. Incarnare veramente questa idea equivale a porsi in empatia con ciò che significa essere umani, anzi, con ciò che significa essere qualunque sistema vivente percettivo» (p. 195). Significa, in buona sostanza, mettere in dubbio gli assoluti del senso comune e chiedersi sempre “perché”, di fronte a un fenomeno.
E cos’altro era la filosofia nel suo statuto originario se non una domanda puntuale che accerchiava sempre più le sicurezze racchiuse in quel castello chiamato mito?

Prove per il superamento dell’umano

Nel tentativo di rispondere alla domanda più difficile per chiunque si interessi di filosofia – Che cos’è la filosofia? – Deleuze e Guattari descrivono cos’è, quali caratteristiche e a cosa è necessario il piano d’immanenza. Esso si situa “prima” dei concetti (che sono ciò di cui si compone il pensiero filosofico) ed è, per questo, pre-filosofico ((cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002, p. 31.)). Il piano d’immanenza è l’orizzonte assoluto, la conditio sine qua non del pensiero filosofico alla cui concettualizzazione, però, sfugge. Perché la filosofia possa intuire la potenza del piano d’immanenza e la sua appartenenza a quello “spazio” deve non solo sganciarsi dal linguaggio (il segno non è mai la cosa segnata), ma retrocedere. Fare un passo indietro. Questo passo indietro è fondamentale affinché l’uomo non pensi più come individuo singolo, ma si ponga nella condizione di poter pensare in comunione. Questo passo indietro sconvolge la vita di chi lo compie, ed ecco anche perché la filosofia è – in fondo – un atto di coraggio. Continue Reading

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