Ritorno al fondamento del fondamento

Il ritiro filosofico di quest’anno intende approfondire la questione del fondamento a partire dal rapporto tra pensiero e linguaggio nella filosofia di Emanuele Severino. Per fare ciò ci rivolgeremo in modo sistematico al suo libro fondamentale, la Struttura originaria, in un percorso che,  prendendo le mosse da Anassimandro e Parmenide per giungere fino ad Heidegger, cercherà di verificare (tra le altre cose) la tesi secondo la quale si può solo esprimere che il fondamento non si può veramente esprimere. In altre parole, noi ci collochiamo nell’universo del linguaggio il quale, se è inevitabile, non per questo è l’innegabile, cioè il vero: il vero è ciò che con il linguaggio si intende esprimere, cioè l’assoluto che, se viene espresso, viene anche determinato e cessa di valere come assoluto. Il fondamento quindi non può e non deve entrare in relazione con il fondato ma deve unilateralmente fondarlo: fondare senza essere fondato da altro che da sé stesso. Alla fine, si dovrà riconoscere che si esce dal circolo solo se ogni determinazione (cioè ogni segno) rinvia a quell’unico Significato che costituisce l’autentico e vero fondamento, emergendo così dall’immanentismo per giungere ad una prospettiva di tipo trascendentale. In questo arduo percorso saremo accompagnati da Aldo Stella, docente universitario che su tale questione ha dedicato i suoi studi più recenti.

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La coscienza in Hobbes tra politica e religione – RF15

Da venerdì 20 a domenica 22 ottobre 2017, si svolgerà a Nocera Umbra il quindicesimo ritiro filosofico organizzato da RF. Relatore di quest’anno sarà il ricercatore universitario Guido Frilli il quale ci condurrà con le sue riflessioni a sondare il pensiero di un classico della tradizione filosofica: Thomas Hobbes.

Il ritiro intende tematizzare l’idea hobbesiana di coscienza, nel suo complesso spessore antropologico, politico e teologico. L’analisi si appoggerà tanto a testi hobbesiani classici come gli Elements of Law e il Leviathan, quanto a scritti meno frequentati come il De Motu, loco et tempore, The Questions concerning Liberty, Necessity, and Chance, e A Historical Narration Concerning Heresy. Benché spesso trascurata dalla letteratura secondaria, la nozione di coscienza costituisce un punto architravico dell’edificio sistematico di Hobbes; in particolare, si vuole mostrare come un esame adeguato del concetto di coscienza non possa prescindere dall’investigazione approfondita della dottrina teologica hobbesiana. Hobbes sottopone a radicale revisione critica il concetto luterano-calvinista di coscienza individuale come centro inviolabile e sacro della fede nel regno di Cristo, riconducendola al contrario a mera opinione fallibile; al tempo stesso, Hobbes assegna alla coscienza un cruciale spazio di autonomia valutativa, non intaccabile dall’autorità politica. Lungo il sottile filo teso tra queste due tesi si gioca la tenuta del progetto hobbesiano: la costruzione di un potere politico che, se da un lato non può più essere uno strumento dispotico di conversione religiosa, dall’altro deve sforzarsi di ridurre e relativizzare, attraverso l’educazione, la distanza tra coscienza individuale e legge pubblica.

Titolo del ritiro:
La coscienza in Hobbes tra politica e religione

Relazioni:
1- L’idea di coscienza
2- Lo spazio della coscienza tra potere politico e autorità religiosa
3- Educazione, tolleranza e conversione: Hobbes e l’illuminismo


Guido Frilli è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze. Ha studiato all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, e ha svolto il dottorato a Firenze e Parigi 1 Panthéon-Sorbonne. Oltre ad articoli e contributi in volume, ha pubblicato nel 2015 una monografia sul concetto di tempo nella
Fenomenologia dello Spirito di Hegel, versione rielaborata della tesi di laurea specialistica discussa a Pisa nel 2011; e la tesi di dottorato, dedicata a Hegel e Hobbes (“Ragione, desiderio, artificio. Hegel e Hobbes a confronto”) sta per uscire in volume per i tipi di Firenze University Press. Si occupa principalmente di filosofia classica tedesca (oltre a Hegel, Kant, Fichte e Jacobi) e più recentemente della filosofia politica e religiosa di Thomas Hobbes.

Se non ritorniamo ad Elea, ci fermiamo a Megara

La seconda sessione del 14esimo Ritiro Filosofico, il prof. Rocco Ronchi l’ha dedicata ad analizzare un concetto tanto equivoco quanto importante per comprendere il suo percorso: il processo. Ad un primo impatto, la tesi qui sostenuta dell’identità fra quel Reale pura affermazione già discusso nella prima sessione e il suo stesso carattere processuale, non sembra poi presagire a chissà quale carattere rivoluzionario da parte della teoria metafisica del canone minore. Eppure, la rigorosa sistematicità dell’impianto argomentativo non può non lasciare sorpresi.

Parte da un confronto con il senso comune l’azione di scardinamento della concezione tradizionale del processo promossa da Ronchi, e in particolare dall’identificazione di quest’ultimo con il divenire; quindi con la dimensione della temporalità. Secondo tale impostazione risalente al pensiero aristotelico infatti, l’unitarietà di ogni processo è garantita dal procedere della cosa, la quale appunto procede attraverso una successione di stati divisi muovendosi in una certa direzione. Perché, secondo Ronchi, sarebbe questa la visione che si afferma dopo Aristotele? Perché egli descrive l’ente come rispondente alla logica di potenza e atto. C’è un sostrato, la materia (poiché il divenire è sempre divenire di qualcosa, è predicativo), che partendo da uno stato di mancanza iniziale (non è causa sui) desidera e quindi si muove in direzione del compimento di tale desiderare.
Nulla di più distante dall’atto semplice e indiviso che costituisce il processo per Bergson (che in lui si chiama durata creatrice) o dall’entità attuale che ricapitola in sé tutto il proprio passato in un continuo farsi elaborata da Whitehead; due pensatori fondamentali per la definizione del canone minore. Perché però Aristotele pensa al farsi del reale come esercizio di una possibilità e non come immanenza assoluta?
La risposta di Ronchi passa attraverso l’analisi del fenomenologo Rudolf Bernet: ciò accade perché Aristotele pensa al divenire come ad un poiein, al fare umano artigianale che si realizza in un’opera trascendente la produzione stessa. Questo pensare al divenire come ad una capacità di produrre però, risponde ad un’esigenza ben precisa che emerge all’interno del libro IX della Metafisica, paragrafo III: liquidare la tesi dei filosofi Megarici intenta a negare il darsi di un “esser possibile” precedente l’atto. Per questi seguaci del socratismo infatti, c’è la potenza di qualcosa solo se quel qualcosa è già in atto, poiché è il suo stesso esercizio a renderlo possibile. Così Aristotele, facendo leva su alcuni esempi presi dal mondo delle technai, trasforma il darsi impersonale della possibilità in un “avere il potere di”, cioè in una capacità che necessita di un agente per esplicarsi; d’altronde si può forse dire che un architetto cessa di essere tale solo perché sta dormendo?
Questa svolta antropomorfizzante che assoggetta anche la natura costituisce non solo un passaggio chiave nella storia del pensiero occidentale, ma anche e soprattutto l’invenzione della soggettività intesa come esercizio di una potenza. Il passo immediatamente successivo è la nascita del potere politico come disponibilità di un potere che è tanto una potenza di fare quanto di non fare.
È evidente che una simile antropologizzazione della natura finisce per liquidare ogni forma unitaria e totalizzante del processo come ulteriore espressione della posizione megarica e del suo rifiuto di un possibile capace di non farsi atto. Eppure, è sempre rimanendo all’interno del libro IX della Metafisica che si trova l’apertura per una riflessione differente. Parlando dell’atto come praxis infatti, lo Stagirita delinea un’attività pratica assolutamente immanente a se stessa, il cui unico fine risiede nel suo stesso esercizio. Il passaggio è ormai aperto. Svincolata da ogni possibile associazione alla dimensione temporale, la praxis raggiunge il proprio compimento nel suo stesso darsi, venendosi perciò a costituire proprio come quell’atto semplice e indiviso che è la durata creatrice di Bergson. Se le attività poietiche sono radicate nella mancanza e finite, quelle pratiche sono complete in ogni istante e infinite nel loro senso; sono pura affermatività.
Eccoci dunque pervenuti alla chiusura del cerchio, figura regina della perfezione e della completezza nel suo infinito percorrersi e ripercorrersi che in ultima istanza esalta come meglio non si potrebbe la coincidenza della cosa con il proprio farsi. L’esperienza del reale, all’interno del canone minore, è un processo il cui fine è il soggetto stesso che in tale processo si compie, si fa atto, e con ciò rivela l’immanenza assoluta che governa l’impianto causale. Ora che tutto il cammino della seconda sessione è stato compiuto esso può finalmente costituirsi come la materia da cui partirà il nuovo processo di avvicinamento alla Verità, in fondo, come diceva Whitehead: «Bisogna morire per diventare immortali».

 

Ascolta “RF 14, con Rocco Ronchi: 2a Sessione” su Spreaker.

RF10 is coming …

Rieccoci: cominciamo a scaldare i motori per il consueto ritiro invernale. Quest’anno, il tema è particolarmente denso. Nella pagina dedicata potete trovare tutti i dettagli, che sono in continuo aggiornamento.

Come al solito, dunque, … stay tuned!

RF9

Si è appena concluso il IX Ritiro Filosofico, anche detto il Ritiro del #TuLoSai (se non sapete che cosa significhi, vuol dire che ve lo siete perso, e allora peggio per voi…).

Un nuovo amico si è aggiunto alla nostra compagnia, i temi sono stati tanti ed intensi, la discussione si è svolta vivace e, last but not least, il cuoco si è dimostrato formidabile.

Insomma, senza false modestie, ancora un successo.

Come sempre, qui troverete materiali e documentazione storica sul Ritiro, via via che verranno preparati e pubblicati.

Cominciamo con lo Storify.

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RF9 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro estivo 2013. Nella sezione Ritiri è possibile trovare tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

RF8: i temi affrontati

VIII Ritiro Filosofico

Nocera Umbra, loc. Salmata, 8 – 9 dicembre 2012
Centro Soggiorno Salmata
Via Fano 40 – Nocera Umbra

Tema
La dottrina morale in Seneca e l’ influenza della Stoa sul pensiero di Baruch Spinoza
a cura di Saverio Mariani e Andrea Cimarelli

Prima giornata
Arrivo sabato 8 dicembre alle 14,30: presentazione dei partecipanti.
ore 15:00, prima sessione: la dottrina morale di Seneca e i padri fondatori della Stoa.
ore 17:00: pausa.
ore 18:00, seconda sessione: le tesi senecane e stoiche rispetto alla dottrina di Spinoza.
ore 20:00: cena.
ore 21:30, sessione serale: dibattito.

Seconda giornata
ore   8:00: colazione.
ore   9:30, prima sessione: lettura e commento di alcuni passi delle Lettere a Lucilio.
ore 11:00: dibattito.
ore 13:00: pranzo.
Partenza nel pomeriggio di domenica 9 dicembre.

Testi suggeriti per la preparazione del ritiro:
– Seneca, Lettere a Lucilio (possibilmente edizione con testo a fronte);
– Max Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, Bompiani, 2005.

Come arrivare.
In treno: linea ferroviaria Roma-Ancona, stazione di Nocera Umbra. Comunicando l’ora di arrivo può essere organizzato il trasferimento in auto.
In auto: Da Roma, percorrere la SS3 Flaminia. Superata Nocera Umbra, seguire le indicazioni per Salmata.

Informazioni e prenotazioni: ritirifilosofici@gmail.com

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Ex Post

 

Ecco, in forma necessariamente riassuntiva ed asistematica, alcuni dei temi affrontati durante RF8.

8 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
Agire moralmente, alla fine della riflessione di Seneca è vivere secondo natura. Per affermare ciò c’è bisogno di percorrere un sentiero lungo, sul quale la filosofia dovrà porre luce. Razionalità della ragione universale, che è l’ impetus interno della realtà. È ciò che svolgendosi dà forma alla realtà. Seneca è alternativo al movimento stoico perché guarda all’azione come al vertice della filosofia, e non pone la condizione del saggio unicamente in isolamento. In questo è figlio della cultura romana. Come inserisce Seneca l’azione nel suo pensiero? Secondo Seneca la natura conforma l’uomo: gli impone di contemplarla (quindi di conoscere) e gli impone di agire (De Otio). Il saggio stoico (secondo Seneca, cioè inteso con la declinazione romana fondata sull’azione) si relaziona con la necessità rinnovando un continuo sì al fato e si pone in prima persona all’interno del destino: si integra nel movimento razionale della natura e dunque ne è compartecipe (epistola 77).
La saggezza è la meta, la filosofia è la via (ep. 89).
La comprensione dell’ immutabilità e della non alterabilità delle cause esterne è fondamentale e permette al saggio di tollerare l’esistenza. L’accettazione della non modificabilità delle condizioni esterne da parte delle azioni dell’uomo. La dottrina di Seneca predica l’agire secondo virtù per il perseguimento della felicità; ha vinto però la dottrina (cristianesimo)  che predica l’agire secondo virtù per il semplice fatto di predicare la virtù.
Gli stoici trasformano quello che è pratico in movimento teoretico. Millantano la loro pretesa etica per altro. Fanno di meno rispetto ai cinici per ciò che concerne l’attività pratica. Introducono una discrepanza fra l’agire pratico e la dottrina.

Andrea Cimarelli.
Nietzsche ha una visione della filosofia come strumento non contemplativo ma operativo molto simile a quella di Seneca: “Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono avvelenatori, lo sappiano o no” (Così parlò Zarathustra).
Il coraggio dell’oltre-uomo è quello dell’accettazione. L’esistenza della libertà umana è la prova dell’uccisione di dio. Se l’uomo è libero, dio è morto, perché altrimenti la libertà umana ne risulterebbe limitata.
Affinità tra l’impetus stoico con la volontà di potenza di Nietzsche.
Nietzsche è l’ultimo avamposto della religione. La religione è una dottrina rivolta agli uomini per convertirsi. Così Nietzsche propone Zarathustra, che è un profeta, non un filosofo. L’approccio di Nietzsche non è quindi filosofico, come ricerca individuale della verità, che non è mai rivelazione, annuncio.

9 dicembre 2012.

Saverio Mariani.
La filosofia deve portare a uno stato di consapevolezza che consenta di eliminare le terminazioni passionali che conducono alla sofferenza. Per comprendere questo si deve analizzare che cosa si intende per passione, per scelta libera, per volontà: dunque si deve analizzare il rapporto tra appetito (desiderio) e scelta razionale.
Filologicamente: in latino per esprimere il concetto di desiderio troviamo sempre una duplicità di lemmi: passio/desiderium. Si tratta di una spinta che non consente il controllo di se stesso. La distinzione di Seneca è netta fra desiderio naturale e desiderio artificiale. I desideri naturali sono finiti e possono trovare appagamento e soddisfazione, quelli artificiali sono infiniti e sempre inappagati (v. Ep. 16).
Antropologicamente il desiderio è preceduto dal conatus, che è un impulso che non ha oggetto di destinazione. Il tentativo di dare soddisfazione al desiderio non naturale, necessariamente impossibile, data l’infinita estensione del desiderio non naturale, produce il dolore e il male (ep. 121).
Dove si inserisce la razionalità? La razionalità sta nel:

  • comprendere che siamo spinti dal desiderio;
  • capire che il desiderio è solo auto conservazione;
  • comprendere che il desiderio si costruisce di due parti (artificiale e naturale);
  • eliminare il tentativo di appagamento dei desideri naturali.

Seneca afferma che questo percorso non è per anime deboli, giacché serve fortitudo (coraggio). Il presupposto razionale determina l’eticità dell’azione (intellettualismo etico). Il male è frutto di in giudizio sbagliato: con la ragione puoi curare, anzi estirpare l’errore e dunque il male (ep. 37: se devi assoggettarti a qualcosa, assoggettati alla ragione). Siamo noi che, cercando di andare oltre le nostre possibilità, ci auto-infliggiamo il dolore.
L’essere un ente desiderante condanna l’uomo ad una condizione di instabilità. La passione è un giudizio errato; la ragione è un giudizio retto. Questo è il limite degli antichi. La spiegazione del retto agire è costretta ad escludere la passione, gli affetti, che però sono una parte ineludibile dell’essere umano. Per Seneca la bona voluntas è poi lo strumento che consente di inscrivere nella prassi il retto agire: la bona voluntas è l’ultima terminazione della ratio (cioè del retto agire). In realtà però la bona voluntas è un modo per giustificare l’accettazione della necessità (ep. 54).

Secondo Spinoza, la ratio produce un affetto buono (amor dei intellectualis), con il quale si può combattere e vincere l’affetto cattivo. Secondo Spinoza il percorso per l’estirpazione del male non è la ratio (ragione) ma la creazione di un affetto/passione (l’ amor dei intellectualis) che può combattere e sconfiggere l’affetto negativo (il male). Insomma, in Spinoza il male è un connotato ontologico dell’uomo: in questo va ritrovata la differenza fondamentale e il limite della filosofia degli antichi.
Mappa concettuale che rappresenta l’agire umano secondo Aristotele. In questo quadro il desiderio, come inteso da Seneca, si inserisce nell’alveo dell’agire volontario.

VIII Ritiro Filosofico (RF8)

Si è appena concluso l’ VIII Ritiro Filosofico, quest’anno incentrato su Seneca e la dottrina della Stoa. Di seguito, lo Storify, foto, eccetera. Al più presto, relazione ed info sulle prossime novità di RF.

Qui lo Storify. Retweet, please.

E, per finire, un breve album fotografico (foto di Saverio Mariani & Mauro Longo).

 

RF8 is coming …

Cominciano i preparativi per il Ritiro invernale 2012. Qui tutte le informazioni. La pagina è in continuo aggiornamento, dunque … stay tuned!

Postille al VII Ritiro Filosofico

Ogni ritiro, così come ogni intensa esperienza di studio e di confronto reciproco, porta dietro di sé, oltre al grande arricchimento culturale, un insieme di tarli costituito da domande a cui non si è potuto dare risposta, approfondimenti mancati, cose non dette ma che si dovevano dire. Anche per l’ultimo ritiro è stato così e dunque voglio con questo contributo colmare alcune lacune che sento particolarmente pressanti.