Oltre il conatus (17.II)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

 

Il singolo essere umano è un essere desiderante e la sua singolarità prende progressivamente forma a seconda di come viene strutturato il suo desiderare. Così chiudevo il precedente articolo. La mancata stabilizzazione del singolo essere umano esistente impone l’uscita da sé. La consapevolezza del dover uscire da sé rende l’essere umano non un semplice appetente, ma un essere che dirige il suo appetito verso qualcosa che ritiene capace di risolvere la mancanza avvertita e di stabilizzare il suo ex-sistere.

Pensando etimologicamente lo ex-sistere, si deve notare che “sistere” è verbo causativo di stare (lo stare in piedi); indica pertanto l’azione del “far stare in piedi” qualcos’altro. Ex-sistere indica l’azione del far stare in piedi qualcosa a muovere da, fuori da (il suo luogo originario). Proprio in quanto viene mantenuto “fuori” dalla sua origine, l’esistente “non sta” (da solo); per “mantenersi in essere” deve perciò cambiare, trasformarsi. Continue Reading

Il concetto di transazione (18.I)

Per indicare il valore prioritario e costitutivo della relazione, si è parlato di “transazione”. Il concetto di “transazione” viene compiutamente tematizzato da John Dewey in un’opera da lui scritta in collaborazione con Arthur Fisher Bentley e intitolata Conoscenza e transazione.

Prendendo in esame le molteplici forme del «conoscere» e il loro rapporto con i «conosciuti», i due Autori precisano che «qualsiasi conoscere (knowing) o qualsiasi conosciuto (know) si stabilisce o meno unicamente attraverso una continua e infaticabile ricerca, e mai sulla base di un qualche presunto “fondamento”, “premessa”, “assioma” o ipse dixit estrinseco» (Dewey – Bentley 1946, 62). Continue Reading

Schmitt filosofo dell’ordine, non del Kaos

Quanto sia lontano da una prospettiva caotica, dominata dal Kaos (secondo il titolo di un recente libro di filosofia politica) e dalle forze del vuoto e dell’abisso, Carl Schmitt lo ribadisce alla fine del saggio L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni pubblicato nel 1929: Ab integro nascitur ordo, l’ordine delle cose umane nasce dalla forza di una coscienza integra. Il mondo schmittiano è un mondo dell’ordine, non del caos.

Dobbiamo domandare allora in cosa consiste questa coscienza integra. Schmitt risponde con la forza implacabile del suo ragionamento. Coscienza integra è sinonimo di vita spirituale la quale, per sua natura, nasce dalla lotta che contrappone ciò che è spirito a spirito, ciò che è vita a vita. Questo significa che ogni posizione politica, per essere tale, deve riconoscere l’altro nella sua dignità di avversario, nemico da combattere e, di conseguenza, da rispettare. Non è corretto (ma bisognerebbe aggiungere non è nemmeno sano) risolvere un problema politico con l’antitesi tra bene assoluto e male assoluto. Un mondo di questo tipo, oltre a non avere un ordine, è un mondo brutale. Eliminare la lotta significa eliminare lo spirito e questo vale anche per coloro che, nelle loro comfort zone, pretendono di vivere in modo securitario, al riparo da qualsiasi rischio, così come esemplificato da Nietzsche con la metafora dell’ultimo uomo. 

La forza della coscienza integra da cui nasce l’ordine significa allora per Schmitt recuperare la dimensione della politica, cioè il terreno della lotta eterna amico-nemico, vero e autentico “caso serio” della vita.

Continue Reading

Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto. Continue Reading

Il grado zero del diritto

 

A Barbara

Carlo Nitsch ha appena pubblicato una monografia (Nitsch 2026), corredata da un ricchissimo apparato di note, con il dichiarato obiettivo di testare la validità della dottrina pura del diritto kelseniana sul campo accidentato degli ordinamenti primitivi. 

L’espressione “grado zero” appartiene al canone della Rhétorique générale, adottato dal Gruppo di Liegi nella critica letteraria per indicare un discorso depurato da ogni superfetazione e ridotto ai suoi semi essenziali (p. 14). Nell’analisi del diritto, tale metodologia intercetta il fenomeno giuridico nel suo momento primigenio ed essenziale: “quel complesso di elementi, non ulteriormente riducibile, pena la perdita della possibilità stessa di intendere la natura dell’ordinamento giuridico nella sua propria, necessaria consistenza” (p. 15). 

In questa indagine, diretta dunque ad individuare il confine tra non-diritto e diritto, si staglia la figura di Hans Kelsen (Praga, 1881 – Berkeley, 1973). Pur assumendo lo Stato moderno di diritto quale forma ideale e compiuta di ordinamento giuridico, Kelsen avverte infatti l’esigenza di non restringere il perimetro della giuridicità alla sola comunità statale. In questa prospettiva, un banco di prova privilegiato è costituito dalle formazioni sociali arcaiche e dalla moderna comunità internazionale, entrambe definite da Kelsen come comunità giuridiche primitive in quanto prive di un apparato coercitivo centralizzato. La questione metodologica verte dunque su come la definizione kelseniana di diritto possa comprendere tali fenomeni estremi. 

In sintesi: se il positivismo kelseniano si identifica con la novità rappresentata dallo Stato moderno, la sua aspirazione a farsi teoria generale impone di saggiare la tenuta delle categorie proposte su realtà a prima vista refrattarie a tale dogmatica. In questo sforzo, Nitsch ravvisa il segnale di una sofisticata macchina concettuale: costrette alla prova dei fatti materiali, le categorie pure non perdono il loro valore teoretico ma risultano “fatalmente destinate a sporcarsi” con il dato concreto proveniente dalla realtà effettuale (p. 16). 

Continue Reading

Il primato della relazione (15.IV)

Un altro filosofo contemporaneo che si occupa del tema della relazione è Edgar Morin. Il primato della relazione, infatti, viene affermato con forza nei suoi scritti.

Confrontando la sua posizione con quella di Emanuele Severino, sulla quale abbiamo riflettuto in molteplici lavori – dedicati in particolare a La struttura originaria (Stella 2018; Stella 2019) –, non si può non notare che il valore prioritario della relazione costituisce il tema fondamentale della ricerca di entrambi.

Certamente, Morin esprime tale valore in forma concettualmente meno densa, ma non meno significativa. Egli, del resto, non si cura tanto dell’aspetto più specificamente teoretico dell’indagine, ma delle sue ricadute teoriche. Continue Reading

L’unità dello Spirito (16.III)

Se “Dio può essere presente nella creazione solo nella forma dell’assenza” (S. Weil), il riferirsi a Dio è riferirsi a una mancanza; la differenza “ontologica” (o se si preferisce “teologica”) tra creature (enti) e Dio (essere Assoluto) va ripensata, e alla luce di tale ripensamento va riproposto il tema della sua dicibilità.

Continue Reading

I conti con Schmitt

Già il titolo del Ritiro prevedeva un compito arduo: I conti con Schmitt. Come si fanno i conti con un filosofo così spigoloso, la cui compromessa biografia si affaccia continuamente nell’analisi dei suoi testi? I conti con Carl Schmitt è necessario farli, però, come ha mostrato il professor Ernesto Sferrazza Papa nel corso dei tre giorni del XXII Ritiro Filosofico, poiché il nostro è un tempo schmittiano. E, forse, provocatoriamente ma nemmeno troppo, potremmo dire che tutti i tempi sono tempi schmittiani.

Schmitt, infatti, è un pensatore che si muove all’interno di categorie come crisi, conflitto, disordine, guerra e sui lembi di queste ritaglia il proprio sguardo. Un pensatore radicale, non tanto e non soltanto per il carattere estremo del suo pensiero, quanto piuttosto perché egli è andato alla radice delle idee che lo interessavano. Continue Reading

La relazione come mero presupposto (15.III)

Riprendiamo il discorso svolto nel precedente articolo da questo punto: il circolo ermeneutico, poiché vale come traduzione dell’apertura che sussiste tra testo e interprete, consente all’interprete – sempre secondo Heidegger – di cogliere il pensiero dell’autore del testo come esso in effetti è. 

La relazione preliminare tra interprete e interpretato produce, infatti, quella precomprensione del testo sulla quale si fonda l’interpretazione.  Continue Reading

Sulla menzogna nella politica contemporanea

Die Lüge wird zur Weltordnung gemacht, «la menzogna viene eretta ad ordine mondiale». Questa frase, tratta dall’opera letteraria Il processo di Franz Kafka, scritta nel 1914, è emblematica per descrivere la condizione attuale in cui la menzogna, a livello mediatico, sociale, economico e politico, sta diventando ormai la regola. 

Certo, nel corso della storia, la menzogna è sempre esistita e la disinformazione è vecchia quanto la stessa civiltà: dal cavallo utilizzato per entrare a tradimento a Troia, al falso documento della donazione di Costantino diffuso per fondare l’impero cristiano; dalla Guerra fredda, che fece esplodere su larga scala i mezzi della disinformazione, fino al neologismo fake news utilizzato per indicare l’ascesa del nuovi populismi. 

Anche il pensiero filosofico non ha mai smesso di riflettere su questo fenomeno. Dal paradosso del mentitore, elaborato dai greci, fino ai saggi sul De mendacio di sant’Agostino; dalle considerazioni di Kant, che negava il diritto di mentire in un celebre dibattito con Benjamin Constant, fino ad Heidegger e Wittgenstein, che legavano la menzogna in modo costitutivo al linguaggio. 

Un posto particolare in quest’ambito è riservato a quella vasta letteratura che ha analizzato la menzogna in riferimento alla politica come (solo per rimanere a quella più recente) la manipolazione della realtà in 1984 di George Orwell o la distinzione tra vita nella verità e vita nella menzogna nel Potere dei senza potere di Vaclav Havel. 

Cosa caratterizza allora l’odierna ascesa della menzogna ad ordine mondiale, come sosteneva Kafka? Quali sono i suoi caratteri distintivi rispetto alla menzogna tradizionale? Che cosa, soprattutto, può abbattere il bugiardo dalla sua pretesa totalitaria e apparentemente invincibile?

Per rispondere a queste domande, il saggio Verità e politica di Hannah Arendt, costituisce uno studio ancora oggi imprescindibile per scavare nei tunnel sotterranei della disinformazione e dei suoi presupposti politici e psicologici.  Continue Reading

1 2 3