Tra conoscere e conosciuto (18.III)

Riprendiamo il discorso sul concetto di “transazione” rilevando che il pensiero, ancorché venga inteso nella forma dell’attività, per Dewey e Bentley non subentra soltanto allorché emerge la relazione concettuale, dal momento che già nell’osservare operano le categorie logiche e semantiche che consentono di connotare la cosiddetta “realtà”.

Proprio per questa ragione, il linguaggio diventa l’espressione più esplicita del ruolo del soggetto nella configurazione dell’oggetto. Anche il “fatto”, non va dimenticato, è in sé una relazione, valendo come il necessario rinvio al suo “farsi” o, detto con altre parole, esprimendo il vincolo inscindibile tra l’osservato e l’osservante, tra l’oggetto e il soggetto, tra il dato e ciò a cui è dato. Continue Reading

Elon Musk, la Cassandra dell’abbondanza

Quando parla l’uomo più ricco del pianeta, l’ascolto è cosa che può servire per comprendere la società e le sue tendenze di sviluppo. Se poi quest’uomo, autoproclamatosi la Cassandra dei nostri tempi, propone visioni e progetti che riguardano la vita di tutti, allora l’attenzione della filosofia è cosa opportuna quanto necessaria.

Il mondo futuro di Elon Musk, imprenditore sudafricano in vari settori dell’economia, è caratterizzato da un insieme di ambizioni tecnologiche radicali, paradossi economici e una struttura di potere senza precedenti. I pilastri della sua visione sono diversi ma spiccano tre elementi fondamentali: il regno dell’abbondanza, il dominio dell’intelligenza artificiale e la fine del lavoro.

Musk prevede che, entro dieci anni, l’automazione robotica porterà a un’era di abbondanza in cui il lavoro umano diventerà opzionale e il denaro stesso perderà importanza grazie ad un’offerta di beni e servizi virtualmente infinita. Il futuro, continua a ripetere il magnate, sarà cosa diversa dal passato.

Nella storia del pensiero filosofico non sono mancate utopie simili. Solo per citarne alcune tra le più significative, nella Nuova Atlantide, scritta nel XVI secolo, Bacone aveva affidato al progresso scientifico e tecnologico la concreta realizzazione della massima “sapere è potere”.
Qualche secolo più tardi fu Marx ad assegnare al progresso tecnico il compito di risolvere le contraddizioni generate dal progresso economico, in primo luogo la redistribuzione del reddito.

In tempi più recenti Keynes, il maggiore economista del novecento, previde che entro un secolo (era il 1930) il progresso tecnologico e l’accumulazione di capitale avrebbero risolto il problema economico dell’umanità, stimando una riduzione del lavoro che avrebbe messo l’uomo di fronte al problema inedito di come impiegare il tempo libero.

Ma, ci domandiamo, le cose stanno veramente andando nella direzione profetizzata dal magnate sudafricano? Molti sono i dubbi a tale proposito. Vediamo perché.  Continue Reading

Nuove mappe per un mondo frammentato

Dalla realtà-continente alla realtà-arcipelago
Disponiamo ancora delle categorie necessarie per descrivere il mondo contemporaneo? Arcipelago della realtà, l’ultimo libro pubblicato dal saggista e filosofo Andrea Colamedici, prende le mosse da questo interrogativo tanto semplice quanto decisivo. L’autore sostiene che le trasformazioni introdotte dall’ecosistema digitale abbiano reso insufficiente il lessico con cui la modernità ha interpretato la realtà. Per questo motivo il volume si propone di ridiscutere alcuni concetti fondamentali del nostro vocabolario culturale, mostrando come essi presuppongano un’immagine del mondo che oggi non appare più adeguata. Se per secoli coppie concettuali quali destra e sinistra, progressisti e conservatori, rivoluzionari e reazionari hanno avuto valore, è stato perché presupponevano l’esistenza di un continuum tra le due parti. «Il dibattito, la deliberazione, il compromesso, la persuasione: tutte queste pratiche sono possibili solo in uno spazio in cui il cammino tra due punti esiste anche quando è lungo, tortuoso, faticoso» (p. 29). Oggi le nostre azioni avvengono all’interno di una nuova topologia, che ricalca quella delle rette sghembe: viviamo in un mondo dove è diventato impossibile capirsi reciprocamente; l’avvento del digitale ha diviso il continente monolitico della realtà in tante piccole isole incomunicabili tra loro. Si è passati da uno spazio pubblico polarizzato a uno spazio frammentato. E questa distinzione è decisiva: la polarizzazione è metrica, ossia concerne diversi gradi di lontananza; viceversa, la frammentazione è topologica, cioè irriducibile. Continue Reading

Il desiderio come domanda di fondamento (17.III)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere»
(Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

 

Il desiderio come domanda di fondamento
Chiudevo il precedente articolo asserendo che la trasformazione del singolo esistente è determinata dalla consapevolezza di non poter stare, che è consapevolezza di doversi trascendere, intendendo radicarsi in quell’essere che non può non essere. Il desiderio autentico del singolo esistente, quello che determina la trasformazione, è l’istanza di radicamento nel fondamento, è l’intenzione di verità, non il conatus, il Trieb: lo stato di bisogno che caratterizza il finito è determinato dalla sua infondatezza, la spinta ad agire è data dall’istanza di radicamento che impone il trascendimento. Propriamente, l’autentico desiderio dell’ente finito è di oltrepassare quella contraddizione che lo costituisce, ossia risolversi completamente (senza residui) nel Tutto. Continue Reading

Il valore del concetto di transazione (18.II)

Alla fine del precedente articolo, dicevamo che la relazione distingue i relati nel congiungerli e li congiunge nel distinguerli.

Si potrebbe, anzi, dire che la relazione congiunge proprio per la ragione che tiene distinti i termini e, viceversa, tiene distinti i termini solo perché li mette a confronto e, dunque, li congiunge.

Tuttavia, Dewey e Bentley specificano ulteriormente il loro discorso e aggiungono che la congiunzione non può venire intesa come una «forzosa organizzazione […] mediante un sussidio esterno» (Dewey – Bentley, 65). Continue Reading

Oltre il conatus (17.II)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere»
(Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

 

Il singolo essere umano è un essere desiderante e la sua singolarità prende progressivamente forma a seconda di come viene strutturato il suo desiderare. Così chiudevo il precedente articolo. La mancata stabilizzazione del singolo essere umano esistente impone l’uscita da sé. La consapevolezza del dover uscire da sé rende l’essere umano non un semplice appetente, ma un essere che dirige il suo appetito verso qualcosa che ritiene capace di risolvere la mancanza avvertita e di stabilizzare il suo ex-sistere.

Pensando etimologicamente lo ex-sistere, si deve notare che “sistere” è verbo causativo di stare (lo stare in piedi); indica pertanto l’azione del “far stare in piedi” qualcos’altro. Ex-sistere indica l’azione del far stare in piedi qualcosa a muovere da, fuori da (il suo luogo originario). Proprio in quanto viene mantenuto “fuori” dalla sua origine, l’esistente “non sta” (da solo); per “mantenersi in essere” deve perciò cambiare, trasformarsi. Continue Reading

Il concetto di transazione (18.I)

Per indicare il valore prioritario e costitutivo della relazione, si è parlato di “transazione”. Il concetto di “transazione” viene compiutamente tematizzato da John Dewey in un’opera da lui scritta in collaborazione con Arthur Fisher Bentley e intitolata Conoscenza e transazione.

Prendendo in esame le molteplici forme del «conoscere» e il loro rapporto con i «conosciuti», i due Autori precisano che «qualsiasi conoscere (knowing) o qualsiasi conosciuto (know) si stabilisce o meno unicamente attraverso una continua e infaticabile ricerca, e mai sulla base di un qualche presunto “fondamento”, “premessa”, “assioma” o ipse dixit estrinseco» (Dewey – Bentley 1946, 62). Continue Reading

Schmitt filosofo dell’ordine, non del Kaos

Quanto sia lontano da una prospettiva caotica, dominata dal Kaos (secondo il titolo di un recente libro di filosofia politica) e dalle forze del vuoto e dell’abisso, Carl Schmitt lo ribadisce alla fine del saggio L’epoca delle neutralizzazioni e spoliticizzazioni pubblicato nel 1929: Ab integro nascitur ordo, l’ordine delle cose umane nasce dalla forza di una coscienza integra. Il mondo schmittiano è un mondo dell’ordine, non del caos.

Dobbiamo domandare allora in cosa consiste questa coscienza integra. Schmitt risponde con la forza implacabile del suo ragionamento. Coscienza integra è sinonimo di vita spirituale la quale, per sua natura, nasce dalla lotta che contrappone ciò che è spirito a spirito, ciò che è vita a vita. Questo significa che ogni posizione politica, per essere tale, deve riconoscere l’altro nella sua dignità di avversario, nemico da combattere e, di conseguenza, da rispettare. Non è corretto (ma bisognerebbe aggiungere non è nemmeno sano) risolvere un problema politico con l’antitesi tra bene assoluto e male assoluto. Un mondo di questo tipo, oltre a non avere un ordine, è un mondo brutale. Eliminare la lotta significa eliminare lo spirito e questo vale anche per coloro che, nelle loro comfort zone, pretendono di vivere in modo securitario, al riparo da qualsiasi rischio, così come esemplificato da Nietzsche con la metafora dell’ultimo uomo. 

La forza della coscienza integra da cui nasce l’ordine significa allora per Schmitt recuperare la dimensione della politica, cioè il terreno della lotta eterna amico-nemico, vero e autentico “caso serio” della vita.

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Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere»
(Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto. Continue Reading

Il grado zero del diritto

 

A Barbara

Carlo Nitsch ha appena pubblicato una monografia (Nitsch 2026), corredata da un ricchissimo apparato di note, con il dichiarato obiettivo di testare la validità della dottrina pura del diritto kelseniana sul campo accidentato degli ordinamenti primitivi. 

L’espressione “grado zero” appartiene al canone della Rhétorique générale, adottato dal Gruppo di Liegi nella critica letteraria per indicare un discorso depurato da ogni superfetazione e ridotto ai suoi semi essenziali (p. 14). Nell’analisi del diritto, tale metodologia intercetta il fenomeno giuridico nel suo momento primigenio ed essenziale: “quel complesso di elementi, non ulteriormente riducibile, pena la perdita della possibilità stessa di intendere la natura dell’ordinamento giuridico nella sua propria, necessaria consistenza” (p. 15). 

In questa indagine, diretta dunque ad individuare il confine tra non-diritto e diritto, si staglia la figura di Hans Kelsen (Praga, 1881 – Berkeley, 1973). Pur assumendo lo Stato moderno di diritto quale forma ideale e compiuta di ordinamento giuridico, Kelsen avverte infatti l’esigenza di non restringere il perimetro della giuridicità alla sola comunità statale. In questa prospettiva, un banco di prova privilegiato è costituito dalle formazioni sociali arcaiche e dalla moderna comunità internazionale, entrambe definite da Kelsen come comunità giuridiche primitive in quanto prive di un apparato coercitivo centralizzato. La questione metodologica verte dunque su come la definizione kelseniana di diritto possa comprendere tali fenomeni estremi. 

In sintesi: se il positivismo kelseniano si identifica con la novità rappresentata dallo Stato moderno, la sua aspirazione a farsi teoria generale impone di saggiare la tenuta delle categorie proposte su realtà a prima vista refrattarie a tale dogmatica. In questo sforzo, Nitsch ravvisa il segnale di una sofisticata macchina concettuale: costrette alla prova dei fatti materiali, le categorie pure non perdono il loro valore teoretico ma risultano “fatalmente destinate a sporcarsi” con il dato concreto proveniente dalla realtà effettuale (p. 16). 

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