Per riprendere il discorso sul concetto di relazione in Heidegger, prendiamo in esame un altro passo, sempre tratto da Sull’essenza della verità: «Da dove – si chiede ancora Heidegger – il giudizio appresentante riceve l’indicazione di dirigersi all’oggetto e di accordarsi con esso secondo la norma della conformità? Perché questo accordo si determina con l’essenza della verità? Come può accadere una cosa del genere e cioè che si ricorra al presupposto di una conformità e ci si insedii in un accordo? Ciò è possibile solo se questo presupposto si è già liberamente offerto in un’apertura che lega ogni appresentazione a ciò che, a partire da questa apertura, si apre e dominando si impone» (Heidegger 1988, 18-19).
La verità, intesa come non nascondimento – appunto come ἀλήθεια – e dunque come manifestazione, vale quindi quale relazione originaria, perché anche la manifestazione è una doppia relazione che si instaura, da un lato, tra ciò che si manifesta (il manifestante) e la sua manifestazione (il manifestato); dall’altro, tra il manifestato (la manifestazione) e ciò a cui (colui al quale) esso si manifesta, così che tra di essi deve riproporsi l’apertura originaria.
Comprendiamo il senso del discorso di Heidegger, ma non ci sembra che egli abbia tematizzato a sufficienza il concetto di relazione, come invece avrebbe dovuto fare dato il valore che ad esso viene attribuito. Egli si spinge anche oltre e pone la relazione quale essenza dell’essere (essere-presente) e dell’essente (essente-presente): «La relazione all’essente-presente, che occupa l’essenza stessa dell’esser-presente, è assolutamente unica. È irraffrontabile con qualsiasi altra relazione. Rientra nell’unicità dell’essere stesso» (Heidegger 1977, 342).
Si potrebbe così sintetizzare: la relazione è il luogo, da sempre aperto, in cui ciò che si presenta può essere presente oppure assente, a seconda che entri od esca da essa. In essa l’ente «soggiorna» nel suo presentarsi, «soggiorna nel pervenire e nell’andar-via. Il soggiornare è il passaggio dal venire all’andare» (Heidegger 1977, 326).
Orbene, intendere la verità come “apertura originaria” consente, oltre che di fondare la concezione corrispondentista della verità, anche di intendere la relazione che sussiste tra l’essere e gli essenti, cioè di porre la differenza ontologica del fondamento rispetto ai fondati nonché di far valere la possibilità che questi ultimi si inscrivano nell’ambito presentificante rappresentato dall’essere stesso.
Allorché l’essere viene pensato come ambito presentificante, cioè come il luogo nel quale gli enti manifestano la loro presenza, la distanza con la concezione di Severino – che tratta il medesimo tema – viene a ridursi, fino quasi ad annullarsi: l’essere, infatti, viene ad identificarsi con la stessa verità intesa, appunto, quale apertura, cioè quale relazione originaria.
L’essere viene, così, ad assumere un duplice significato: da un lato, vale come termine in relazione agli enti, dai quali si diversifica nella relazione (differenza) ontologica; dall’altro, vale come la relazione medesima, la quale non solo consente tale diversificazione, ma anche l’unificazione dei diversificati in una medesimezza (che, si badi, non vale come unità, ma appunto come unificazione) che assume valore prioritario: quest’ultima, infatti, consente di riferire (ecco comparire di nuovo la relazione) la manifestazione al fondamento o, in altre parole, l’ente all’essere, nonostante la loro differenza.
Tale medesimezza, del resto, giustifica anche il circolo ermeneutico, il quale costituisce la condizione che rende possibile l’autentica interpretazione di un testo, perché scongiura il rischio che il lettore costruisca un’interpretazione che lo porti a scambiare il “proprio” pensiero dell’autore del testo con il pensiero dell’autore del testo stesso.
La relazione riveste, dunque, in Heidegger valore originario e fondante, come vedremo anche nel prosieguo dell’indagine.
Riferimenti bibliografici
– Heidegger, Martin. 1977. Der Spruch des Anaximander, in M. Heidegger, Gesamtausgabe. I. Abteilung: Veröffentliche Schriften 1914-1970, Band 5: Holzwege. Frankfurt a. M.: V. Klostermann (citata nel testo in trad. it. di Chiodi. 1968. Il detto di Anassimandro, in M. Heidegger, Sentieri interrotti, Firenze: La Nuova Italia)
– Heidegger, Martin. 1988. Vom Wesen der Wahrheit. Zu Platons Höhlengleichnis und Theätet, in M. Heidegger, Gesamtausgabe, II. Abteilung: Vorlesungen 1923-1944, Band 34, Frankfurt am Main: V. Klostermann (citato nel testo in trad. it a cura di Galimberti. 1977. Sull’essenza della verità. Brescia: La Scuola)
Articoli della serie già pubblicati
– Heidegger e il primato della relazione come fondamento (I) (8 febbraio 2026)
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