Giordano Bruno prima di Churchill e Trappist-1: l’intelletto più avanti del telescopio

Poco più di un mese fa la notizia, è proprio il caso di dirlo, ha subito fatto il giro del mondo: la scoperta, ottenuta grazie ad un telescopio della Nasa, di un nuovo sistema planetario, denominato Trappist-1, molto simile a quello a cui appartiene la terra, con almeno sette pianeti orbitanti attorno ad una stella centrale delle dimensioni 12 volte minore di quella del nostro sole. Il telescopio è riuscito a dedurre l’informazione grazie all’ombra che i pianeti proiettano nel momento in cui transitano di fronte alla loro stella centrale. Si è trattato dunque di un’ulteriore conferma dell’esistenza di altri mondi e pianeti di cui la scienza sta dando notizia da almeno due decenni. Secondo una notizia apparsa recentemente, anche il grande primo ministro inglese della seconda guerra mondiale, Winston Churchill, aveva teorizzato, in base ad osservazioni critiche dei dati offerti dalla comunità scientifica del tempo, la presenza non solo di altri pianeti ma anche della possibilità della vita. La scienza sta dunque recuperando terreno nei confronti della filosofia che fin dai suoi albori aveva affermato l’esistenza di una pluralità di mondi. Già l’atomismo e l’epicureismo, poi corretti e rivisitati dal De Rerum Natura di Lucrezio, li avevano preconizzati. Ma fu Giordano Bruno a teorizzare in maniera sistematica la molteplicità dei mondi in diverse sue opere la principale delle quali è sicuramente il De l’infinito, universo e mondi. Bruno, pur non avendo a disposizione né un telescopio della potenza di Trappist, né le acquisizioni scientifiche del grande e acuto primo ministro inglese, si basava su quello che egli definiva il “regolato senso”, l’idea cioè che la vera conoscenza non può essere fondata sui soli dati empirici e che non può mai prescindere dalla centralità dell’intelletto.

L’opera fa parte di una tetralogia di testi, che comprende La cena delle ceneri, il De la causa e lo Spaccio della bestia trionfante, scritti e pubblicati a Londra tra il 1583 e il 1584. Come i primi due, anche il De l’infinito è dedicato all’ambasciatore di Francia in Inghilterra, Michel de Castelnau, italianizzato in Castelnovo, signore di Mauvissiero e re Cristianissimo. Nell’opera, strutturata in cinque dialoghi, compaiono altrettanti interlocutori: Filoteo, che dà voce alle teorie di Bruno, Fracastorio, un suo amico, e tre personaggi, Elpino, Albertino e Burchio che rappresentano in modo diverso le posizioni aristoteliche. Il dialogo che ne scaturisce è un saggio nel quale sono contenute fonti neoplatoniche, aristoteliche, epicuree e che presenta a volte non poche difficoltà di lettura. I primi tre dialoghi includono alcune premesse indispensabili della filosofia nolana già esposte nelle opere precedenti. Il quarto e quinto dialogo sono interamente dedicati alla dimostrazione della tesi della pluralità dei mondi e ciò viene fatto da Bruno in base a due diverse strategie retoriche.

Le dottrine del movimento e del luogo contro e a favore la pluralità dei mondi
Nella prima (quarto dialogo) Filoteo risponde direttamente alle domande di Elpino formulate secondo citazioni tratte direttamente dai testi di Aristotele. Le questioni più rilevanti sono due ed entrambe di natura fisica.
La prima riguarda il moto, questione a sua volta suddivisibile in alcuni sotto argomenti (che riduciamo a tre) i quali dimostrano (secondo la dottrina aristotelica) come sia impossibile la molteplicità dei mondi in quanto: a) il moto, che può essere naturale o violento, essendo verso l’alto o verso il basso, fa sì che i vari elementi non si scompongano in universo infinito ma tendano a riunirsi in un unico centro, un unico orizzonte, un unico mondo; b) se il corpo che dà impulso al moto fosse infinito allora dovrebbe imprimere un movimento infinito a tutti gli altri corpi ma anche questo è impossibile; c) siccome i corpi si muovono più velocemente quando si trovano vicino al loro luogo, se il moto fosse infinito sarebbero infiniti anche peso e leggerezza ma ciò è impossibile. La discussione sul movimento come si vede coinvolge presupposti irriducibili alle due prospettive. Prima di tutto per la fisica di Aristotele esso è causato dall’effetto di un agente esterno mentre per Bruno è l’espressione della vita che pulsa in ogni corpo. Inoltre Aristotele distingue in senso ontologico il moto perfetto circolare delle sfere celesti e il moto rettilineo dei corpi sublunari considerati come imperfetti e limitati: distinzione che non vale per Bruno in un quanto tutti i corpi sono animati dal medesimo principio vitale senza distinzione ontologica. Premesso ciò, le risposte di Bruno si strutturano nel modo seguente: rispetto ad a) viene negato il movimento esclusivamente verso l’alto e il basso mentre si insiste nella tesi che tutti i corpi si muovono rispettando le proprie esigenze di conservazione; rispetto a b) il nolano osserva che in ogni ente sono due i moti: uno di carattere finito, che tende a mantenere nell’esistenza gli enti finiti, ed uno infinito che, secondo l’anima del mondo, tende a produrre infiniti atti di vita: in questo modo vengono ad essere enunciati una serie di principi non legati all’approccio meccanicistico aristotelico, ma a quello del movimento secondo l’impulso naturale di ogni corpo; rispetto a c) la conclusione che si deve ricavare è che dall’infinità del moto segue l’infinità dello spazio e non quella voluta da Aristotele circa il peso e la leggerezza dei corpi.
La seconda questione, più volte sollevata anche nei dialoghi iniziali, riguarda la dottrina del luogo. La cosmologia aristotelica presupponeva, secondo il principio della scala naturale, una struttura gerarchica dell’universo il quale era diviso tra sfera lunare e sfera sublunare all’interno di un firmamento che, come dice la parola stessa, è il contenitore fisso ed immutabile di tutto ciò che si trova sotto di esso e limite esterno fuori del quale c’è il nulla. L’aporia fondamentale di questo ragionamento, osserva Bruno, consiste nello stabilire se il limite superiore del cielo (ottava sfera) faccia parte del contenuto o se rientri nell’ambito del contenente. Questo perché delle due l’una: o il limite è parte del contenuto (e allora deve darsi un ulteriore limite che però si ripete all’infinito); oppure il limite è il contenente (e allora si dovrà stabilire di che natura è questa superficie). La dottrina del luogo è funzionale all’idea di centro verso il quale convergono per natura, per Aristotele, tutte le parti composte rendendo così impossibile la molteplicità. Ma nel mondo infinito di Bruno l’idea stessa di centro, anche alla luce della rivoluzione copernicana, è ormai venuta meno. Le aporie del sistema aristotelico conducono di necessità ad affermare l’universo infinito e non finito.

Una sfida a tutto campo con la visione aristotelica
La seconda strategia retorica, contenuta nell’ultimo dialogo, consiste nell’intervento di un nuovo interlocutore, pronto a dare battaglia non solo con gli strumenti dello stagirita ma anche con quelli forgiati dall’interpretazione tomistica. Albertino, profondamente permeato di aristotelismo ma «dotato di felice ingegno», come osserva il nolano a sottolineare la sua natura di avversario ma non di pedante, presenta in un lungo monologo tredici argomenti nei quali è condensata di fatto la dottrina aristotelica sull’universo. I più importanti sono i seguenti:
1) la riproposizione ex auctoritate della cosmologia aristotelica per cui fuori dal cielo non ci sono né mondi né altri corpi;
2) l’unità del motore, da cui discende l’unicità del moto: ma se ciò è vero allora esso non può discendere che da una sola causa la quale risponde all’unico governante e motore il quale, essendo immateriale, non è moltiplicabile di numero e di conseguenza non esistono più mondi;
3) la distinzione tra potenza attiva e potenza passiva: affinché vi sia una pluralità di mondi è necessaria la potenza passiva delle cose che possa ricevere la potenza infinita della prima: ma questo è impossibile per effetto dell’ontologia aristotelica che distingue potenza assoluta e potenza ordinata. La distinzione, a cui soggiace quella fondamentale tra atto e potenza, consiste nell’idea secondo la quale pur avendo Dio il potere di fare infinite cose egli si astiene dal farle tutte limitando il suo potere creativo;
4) lo spazio ed altri argomenti a carattere geometrico: se esistessero più mondi sferici contigui uno all’altro, lo spazio che separa la superficie dell’uno dall’altro sarebbe minore della distanza che separa i due centri: una conclusione illogica ed impossibile che esclude la molteplicità dei mondi;
5) la natura non fa mai cose invano: essa cioè né abbonda né difetta di qualcosa e dunque non vi è ragione che vi sia qualcos’altro rispetto a ciò che esiste;
6) la bontà civile: consistendo questa nella civile conversazione, non vi è pluralità di mondi in quanto gli dèi non avrebbero fatto cosa buona escludendola a causa della pratica impossibilità di scambio reciproco;
7) la perfezione del mondo: secondo un argomento tratto dal De Cielo di Aristotele, Tommaso rifiuta la tesi della pluralità dei mondi in quanto altrimenti Dio avrebbe inutilmente moltiplicato un esemplare (la terra) già di per se stesso perfetto.

Bruno articola le sue risposte in modo puntuale non prima però di aver premesso che «trovato che sarà il capo, facilissimamente si sbroglierà tutto l’intrico». Vediamo le sue risposte rispettivamente alle obiezioni precedenti:
1) non bisogna cercar “fuori” perché uno è il luogo e lo spazio immenso senza alcuna differenza di natura fra i vari corpi;
2) se esiste un primo motore, questo non può esserlo in senso gerarchico per la semplice ragione che nell’infinito non c’è gerarchia: in questo modo vi sono infiniti motori e infinite anime;
3) se il principio fosse vero (quello cioè che implica una differenza tra potenza di fare e potenza di ricevere), allora è come dire che Dio è un musicista abilissimo e tuttavia incapace di suonare a causa dello strumento da lui stesso creato: fuor di metafora infatti come si può affermare che colui che può fare non fa perché quella cosa (che pure può fare) non può essere fatta da lui? Come si vede la questione implica la negazione della distinzione tra potenza ed atto in quanto tutto ciò che è realizzabile si realizza (cioè è atto) senza distinzione con la potenza. A questo argomento Bruno ne aggiunge un altro di Lucrezio il quale, nel De Rerum Natura, aveva provato la pluralità dei mondi sul fondamento della tesi del numero illimitato di atomi i quali si aggregano in una molteplicità infinita di combinazioni;
4) nello spazio infinito non vi è ragione di affollamento in quanto l’etere contiene ogni cosa (dove per “etere” non si intende, come nella teoria aristotelica, un quinto elemento diverso dagli altri quattro ma una composizione diversa di questi);
5) si tratta in questo caso, osserva Bruno, di un’obiezione superata in quanto, osservando come il nostro senso è limitato e vinto dallo spazio infinito, i nostri ordinamenti non sono altro che finzioni: e questo senza nemmeno contare il fatto che nello spazio infinito non vi sono ragioni di sovraffollamento;
6) in merito all’argomento della bontà civile, Bruno ricorre a Seneca per mostrare come non è affatto vero che la comunicazione tra gli uomini (la globalizzazione, potremmo dire oggi) accresca la civile conversazione: «Essendo (alle generazioni, ndr) per umano artificio accaduto il commercio, non gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che tolta: atteso che per la comunicazione più tosto si radoppiano gli vizii, che prender possano aumento le virtudi»;
7) infine, se è vero che per la perfezione di uno specifico mondo non si richiedono altri mondi, per la sussistenza e perfezione dell’universo se ne devono richiedere infiniti.
Il dialogo ha termine con l’aristotelico che riconosce la validità degli argomenti finendo per accettare le tesi della nolana filosofia la quale «apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l’intelletto e riduce l’uomo alla vera beatitudine (…) lo fa godere dell’essere presente, e non più temere che sperare del futuro. (…) Sicché solo in tal modo si magnifica l’eccellenza de Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo; non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili; non in una terra, un mondo, ma in diecento mila, dico in infiniti».

Conseguenze delle nuova cosmologia bruniana
I due aspetti più delicati che discendono dall’impostazione cosmologica di Bruno riguardano la teologia e la stessa filosofia. Da una parte infatti c’è la negazione dell’umanismo, ovvero della centralità dell’uomo nell’universo, che finirebbe per negare la dignità umana. Dall’altra l’attacco alla tesi centrale del cristianesimo, ovvero l’incarnazione di Dio. Cosa dire rispetto a queste due conseguenze? Il discorso è ovviamente lungo e andrà rivisto. Se Bruno è antiumanista (e tuttavia una delle sue fonti più importanti fu Erasmo da Rotterdam, il “principe” degli umanisti) non altrettanto si deve dire a riguardo della dignità umana la quale anzi è promossa nel suo aspetto centrale, ovvero quello della libertà come emancipazione da una condizione ferina e barbarica dell’uomo. Riguardo all’incarnazione, il suo rifiuto non esclude la considerazione di Dio come cosa eccellentissima. Motivi tuttavia che non gli valsero né l’ostracismo della comunità accademica né la condanna a morte eseguita a Roma in Campo dei Fiori il 17 febbraio del 1600.

XIV Ritiro Filosofico, un resoconto

Come largamente preannunciato si è svolto, dal 30 settembre al 2 ottobre, il XIV Ritiro Filosofico nella consueta cornice di Nocera Umbra (PG). La quattordicesima edizione del Ritiro è stata condotta dal prof. Rocco Ronchi – docente di filosofia teoretica all’Università de L’Aquila -, sul tema L’immanenza assoluta. Una tre giorni davvero interessante e ricca di dibattiti, suscitati dalle lezioni del relatore che ha potuto contare su una platea eterogenea di ascoltatori attenti e, nella loro diversità, complementari.

Le tre sessioni di lavoro (due al sabato, e una la domenica) hanno affrontato la tematica dell’immanenza assoluta attraverso una critica del concetto di contingenza, per poi passare all’esposizione della nozione di processo ed infine indagando una terza accezione della causalità metafisica. Obiettivo di Rocco Ronchi era quello di mostrare una via alternativa sia al necessitarismo sia al personalismo che fa della libertà il proprio unico orizzonte.

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Shakespeare, as you like it!

Non sono molti i testi critici che hanno tentato di affrontare in maniera sistematica la filosofia che sta a fondamento delle opere di Shakespeare. Il rischio è quello di dire di più di quanto l’autore avesse inteso dire oppure di presentare un generico elenco di temi che poco però riesce a chiarire l’impianto complessivo del suo pensiero: in un rischio simile ad esempio incorre Colin McGinn nel suo Shakespeare filosofo dal momento che quello che presenta lo studioso americano, anziché essere il significato nascosto della sua opera (come recita il sottotitolo), sembra essere piuttosto un insieme di temi eterogenei non legati tra loro da un’idea complessiva. Più coraggiosi ci sembrano invece altri tentativi che, seppure con rischi e contraddizioni, hanno tentato di affrontare in maniera più unitaria il pensiero derivante dalle sue opere teatrali.

Uno Shakespeare teologico-politico erede di Giordano Bruno
Il libro di Gilberto Sacerdoti, Sacrificio e sovranità, uscito nel 2002 e ripubblicato quest’anno dalla casa editrice Quodlibet, è una ricerca a carattere interdisciplinare che coniuga letteratura, teologia, poesia e filosofia. Centro del discorso è quella che è stata definita la scena più assurda della produzione shakesperiana e dell’intero teatro moderno: la battuta di caccia a cui si dedica la principessa giunta a visitare il re di Navarra nel IV atto di Love’s Labour’s Lost. La caccia al cervo è infatti allegoria del sacrificio di Cristo la cui ripetizione allude alla celebrazione dell’Eucarista della chiesa cattolica, a sua volta negata dalla dottrina protestante. La scena, osserva Sacerdoti, si ritrova identica in una pagina dello Spaccio della bestia trionfante di Bruno, pubblicata nel 1584, nella quale la caccia, attraverso l’invocazione di Momo, oltre ad essere un capriccio regio, è anche segno di virtù e corretta religione. In altre parole, seguendo le tracce di Erasmo e Calvino che avevano fornito indicazioni simili, il presunto sacrificio della messa (che ripete indebitamente quello di Cristo) è segno di blasfemìa ed il papa cattolico, suo esecutore, capo di tutti i carnefici.
Come osserva Michele Ciliberto nella prefazione, nella caccia di Bruno e di Shakespeare «quello che viene messo in evidenza è il processo di riunificazione nelle mani del sovrano del potere sia politico che religioso, attraverso la fondazione del moderno concetto di sovranità civile». Ecco allora che Love’s Labour’s Lost (ovvero Pene d’amor perdute secondo la traduzione invalsa nella lingua italiana), messa in scena nel 1598 al cospetto di Elisabetta I, diventa uno strumento ideologico a favore della monarchia inglese. Assassinando il cervo con le sue mani, la regina toglie al pontefice il privilegio di unico macellatore sacrificale della cristianità e la monarchia non è più soggetta ad alcun tipo di giurisdizione straniera, sia civile che ecclesiale, temporale quanto spirituale: «la scena della caccia che in Love’s Labour’s Lost porta la Principessa alla conquista della self-sovereignty è emblema ricalcato sulla Venazione regale dello Spaccio e di quell’emblema di una sovranità veramente autonoma si può dire che se Shakespeare pinxit, Giordano Bruno invenit» ((G. Sacerdoti, Sacrificio e sovranità, Macerata, Quodlibet, 2016, pp. 314-315)). Gli elementi allegorici del commento di Sacerdoti sono numerosissimi ma ci limitiamo a citarne due particolarmente siginificativi: da una parte l’ambientazione alla corte di Navarra e la revoca dei voti dei quattro gentiluomini, riferimento fin troppo esplicito a quell’Enrico IV di Navarra che proprio nel 1593, durante il presumibile periodo di composizione della commedia, abiura al calvinismo e, in nome del “Parigi val bene una messa”, diventa re cattolico; dall’altra l’esaltazione della sapienza femminile omaggio neanche troppo implicito ad Elisabetta I che si erge vittoriosa contro i comuni nemici papisti e calvinisti («Gli occhi delle donne sono le fondamenta del sapere, i libri, le accademie, da cui si sprigiona il vero fuoco di Prometeo») ((Pene d’amor perdute, IV. III)) Quello di Sacerdoti è essenzialmente un libro appassionato su Bruno di cui si descrive, con dovizia di riferimenti, l’adesione alla dottrina averroista circa la separazione tra filosofia e fede nell’ambito di un contesto politico lacerato dalle guerre civili di religione. Ma se questo è vero, c’è anche da registrare il diverso destino dei due personaggi: a causa di quell’opera che, affrontando per la prima volta apertamente il tema religioso, metteva in grave imbarazzo il cristianesimo ed il suo uso teologico-politico, Bruno fu cacciato dall’Inghilterra; Shakespeare al contrario, nonostante la medesima carica polemica contenuta nella sua opera, potè addirittura rappresentarla a corte approfittando di un periodo in cui le condizioni politiche erano profondamente mutate.

Desiderio mimetico e meccanismo vittimario nella lettura di Girard
In A theater of Envy del 1990 ((R. Girard, tr.it. Shakespeare. Il teatro dell’invidia, Adelphi, Milano, 1998)) René Girard ha dedicato un’ampia e dettagliata ricerca ai fondamenti teorici che strutturano la produzione teatrale di Shakespeare. In essa viene sottoposta a verifica una delle tesi fondamentali del filosofo ed antropologo francese recentemente scomparso, quella cioè del cosiddetto desiderio mimetico. Nei termini della dottrina hegeliana, nei confronti della quale Girard attinge buona parte dei suoi strumenti concettuali, il desiderio umano è sempre desiderio del desiderio altrui: in questo modo, rispecchiandosi nel desiderio dell’altro, l’individuo costituisce la propria autocoscienza. Ma se quella del desiderio reciproco è legge antropologica universale, ciò significa che gli uomini, volendo tutti le stesse cose, sono rivali l’uno rispetto all’altro. Questa legge non è soltanto rappresentata, in quanto l’imitazione, riproducendo l’oggetto imitato, provoca nell’individuo la volontà di appropriarsi di ciò che imita, ovvero dell’identità del suo modello. Nasce così l’idea della mimesi di appropriazione. Questa tendenza, che è volontà di fagocitare l’essere altrui, implica una conflittualità latente che riguarda tutti coloro che sono coinvolti. Se l’uomo è mimetico, sostiene Girard, la società è fatalmente conflittuale e violenta. Mentre negli animali però le forme sociali derivano dalle rivalità mimetiche che dipendono dai dominance patterns (cioè dai rapporti di dominio del forte sul debole), negli uomini esse emergono indirettamente per il tramite del meccanismo vittimario. In altre parole: nel cuore del sistema sociale esiste una chiara e ben individuabile violenza mimetica. Essa, ben lungi dall’essere uno sfogo irrazionale che finisce per ricadere su se stessa, è un’energia guidata da una logica specifica consistente in una sorta di autolimitazione avente come fine la costruzione dell’ordine sociale. Questa logica di arginamento e contenimento della violenza è ciò che costituisce l’essenza del sacro e della religione. La sequenza si snoda in questo modo: rispecchiamento mimetico tra i soggetti di una comunità, insorgere della rivalità, sprigionamento della violenza e successiva sua autolimitazione tramite il sacrificio di una vittima sostitutiva, denominata tradizionalmente come capro espiatorio. La comunità vede nella vittima la causa del suo male: è il momento della crisi mimetica che viene risolta organizzando il suo sacrificio rituale che restituisce nuova legittimità e rinnovata coesione comunitaria. Nell’atto sacrificale si riaffermano i legami sociali: si passa dal tutti contro tutti, che sarebbe irrimediabilmente distruttivo, al tutti contro uno. Secondo Girard questo meccanismo è in atto in maniera del tutto evidente nelle opere di Shakespeare. Ciò è constatabile nei drammi classici, come ad esempio nel Giulio Cesare, opera che non è incentrata né su Cesare né sui suoi assassini ma sulla violenza collettiva in quanto tale. «Suo protagonista ultimo è la folla inferocita (…): il Giulio Cesare rivela l’essenza violenta del teatro e della stessa cultura umana. Shakespeare è il primo poeta e pensatore tragico che fissa la propria attenzione, in maniera implacabile, sull’assassinio fondatore» ((Ibid., pp. 357-358)) La stessa logica soggiace a Troilo e Cressida (opera particolarmente analizzata nel libro di Girard) che si conclude con l’assassinio collettivo di Ettore, distorsione palese del testo omerico ma conferma della crisi mimetica. Le risoluzioni sacrificali, secondo Girard, sono contenute anche nelle commedie. Questo è vero in particolare sia per Sogno di una notte di mezza estate (alla quale sono dedicati ben otto capitoli) sia per Pene d’amor perdute: in entrambi i casi il vortice dei desideri mimetici viene risolto attraverso l’ingresso di meccanismi vittimari che, seppur rintracciabili, rimangono allo stato latente. Lo stesso vale per I due gentiluomini di Verona e per Il mercante di Venezia ai quali sono dedicati due interi capitoli.

La grandezza di Shakespeare, secondo Girard, consiste nell’aver portato alla luce la struttura segreta che guida i rapporti umani, quel desiderio mimetico che per la prima volta viene padroneggiato e rappresentato scenicamente per descrivere il sistema fondamentale delle relazioni umane.

La dottrina di Girard merita ulteriori approfondimenti. Per ora basti osservare che se tutte le istituzioni hanno origine dal meccanismo del sacrificio, allora significa che il pensiero umano si struttura come fatto religioso che perde memoria della sua origine. In questo senso trova conferma l’intuizione di Emile Durkheim secondo cui l’identità tra sociale e religioso è più veritiera dell’interpretazione della religione come fenomeno di superstizione. La grandezza di Shakespeare, secondo Girard, consiste nell’aver portato alla luce la struttura segreta che guida i rapporti umani, quel desiderio mimetico che per la prima volta viene padroneggiato e rappresentato scenicamente per descrivere il sistema fondamentale delle relazioni umane.

Francesco Bacone, il vero autore delle opere di Shakespeare
Nel 1857 una scrittrice americana semisconosciuta, Delia Bacon, diede alle stampe un titolo per il quale aveva speso buona parte della sua vita e delle sue ricerche intellettuali: The Philosophy of the plays of Shakespeare unfolded. L’opera fu presto e per lungo tempo dileggiata dai critici anche a causa del destino biografico dell’autrice che finì il resto dei suoi giorni in un manicomio. Recentemente però il libro sta trovando nuova considerazione tra gli studiosi. Dopo varie edizioni apparse negli ultimi anni (spesso senza alcun apparato critico), prossimamente il titolo entrerà a far parte delle prestigiose edizioni della Cambridge University Press. Tesi centrale del voluminoso studio è che le opere di Shakespeare furono in realtà composte da diversi autori: il Bardo stesso, sir Walter Raleigh e il grande scienziato e filosofo Francesco Bacone. Questa tesi è l’esito di un metodo di ricerca che intendeva rintracciare le chiavi storiche e filosofiche del periodo elisabettiano: la Bacon (soltanto omonima del filosofo) cerca di dimostrare come nelle opere di Shakespeare sia contenuta in modo nascosto la retorica scientifica e politica baconiana. Va detto che la sua tesi si fonda su inferenze filosofiche piuttosto generiche e che non sono portate prove di carattere filologico. Si tratta di un testo senza un chiaro indirizzo di ricerca e l’impressione complessiva è quella di una certa confusione. Tuttavia non mancano osservazioni argute che denotano una certa conoscenza dei testi e dell’ambiente shakesperiano. Il volume, composto da due libri scritti in diversi periodi, analizza in particolare il Giulio Cesare, il Coriolano e il Re Lear, ovvero due drammi classici e una tragedia che hanno come oggetto delicate questioni di carattere storico-politico.

Seppure con i rispettivi limiti, tutti i testi indicati ci ricordano dunque che le opere di Shakespeare hanno fondate radici filosofiche, declinate soprattutto in senso teologico-politico: del resto non poteva essere altrimenti per colui che, in modo più radicale di tanti altri filosofi, sosteneva che il problema fondamentale fosse l’essere o il non essere di tutte le cose.

Shakespeare

L’applicabilità della filosofia (II)

Nella Prima Parte di questo articolo ho cercato di richiamare una certa a-valutatività di fondo della filosofia, alla quale viene richiesto – in modo troppo spesso superficiale e dimenticando alcuni passaggi fondamentali del suo svilupparsi (anche) come risposta intorno a “problemi concreti” – una immediata applicabilità.

In questa Seconda Parte, dopo che nella Prima ci si è rivolti al Parmenide di Platone, cercherò di meglio corroborare la tesi principale dell’articolo, attraverso la rilettura di altri due importanti passaggi all’interno della storia della filosofia: prima rileggendo alcuni passi di Giordano Bruno e poi avvicinandoci ai nostri giorni grazie alle parole di Gilles Deleuze.

Bruno, essenza specifica e generica
Dunque, il secondo richiamo testuale che propongo, per mostrare come sia presente in buona parte della tradizione filosofica occidentale un’essenza avalutativa, di fondo, nella filosofia – che deve svolgere una funzione primaria e che, solo successivamente, dovrà interrogarsi sulla sua stessa praticità – è un passo di Giordano Bruno. Si tratta di un passo tratto da un dialogo bruniano che viene solitamente inteso come una critica sferzante, a tratti giocosa e ironica – com’era propria caratteristica di Bruno –, a tutte le religioni rivelate. La Cabala del cavallo pegaseo, infatti, contenuto nei così detti Dialoghi italiani, riprende i temi di un precedente dialogo bruniano, Lo spaccio de la bestia trionfante, ma ha un linguaggio più da satira morale che da dialogo platonico, per come lo si intende normalmente. Tuttavia il dialogo è colmo di critica alle religioni rivelate e propone in modo sempre geniale alcune tesi e dottrine che, come sappiamo, condurranno Bruno alla morte per eresia.

Nel dialogo secondo vi è un passaggio indicativo fra due degli interlocutori, Sebaste – che ha il ruolo di stimolare la conversazione –, e Onorio il quale, attraverso i suoi grandi discorsi, testimonia ai presenti le sue numerose, e multiformi, esistenze passate che ha vissuto egli stesso. Onorio insomma è la viva dimostrazione della possibilità della metempsicosi (argomento della prima parte del dialogo), il quale alla domanda di Sebaste: «Dunque costantemente vuoi che non sia altro in sustanza l’anima de l’uomo da quella de le bestie? E non differiscano se non in figurazione?» ((G. Bruno, Dialoghi filosofici italiani, Mondadori, Milano 2000, p. 717.)) risponde: «quella de l’uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella de le mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima: come non è corpo che non abbia o più o meno vivace e perfetta comunicazione di spirito in si stesso» ((Ibidem.)). L’uomo è uguale alle mosche, alle ostriche marine e alle piante. Ciò che ci appare come spregevole (le mosche), così come ciò che ci appare prezioso (le ostriche) o naturale e fondamentale per la nostra esistenza (le piante), hanno la stessa essenza specifica e generica, secondo Onorio – ovvero secondo Bruno. In un essere, che è poi l’infinito universo, in cui tutto si dà senza alcuna valenza morale, tutto è uguale.

L’indifferenza ontologica che questo passaggio bruniano ci porta alla luce è, sostanzialmente, il risultato che Parmenide intravedeva per il giovane e promettente Socrate, una volta che la filosofia lo avesse abbracciato definitivamente, come richiamavamo nella Prima Parte. In questa affermazione di uguaglianza essenziale di tutte le cose, c’è la prima e indiscussa predicazione filosofica – per Bruno, ma anche per molti altri. Solo a partire da questa presa di coscienza sarà possibile poi discutere delle cose del reale, del loro valore e di una gerarchia che non trova assolutamente alcun fondamento ontologico.

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Deleuze, lo spinozista
Su questa linea si innesta il terzo richiamo testuale che vorrei proporre, relativo ad uno dei filosofi più importanti del Novecento, spesso ritenuto (giustamente) di difficile lettura e avvolto da un alone politico che tradisce, al contrario, la grande teoreticità dei suoi scritti. Gilles Deleuze è stato, infatti, un moderno in mezzo al dilagante relativismo del post-moderno novecentesco. Ricercatore acuto e instancabile, figlio di una tradizione filosofica forte che ha sempre pensato la filosofia come un “illuminismo radicale”, dunque come una vera e propria uscita dallo stato di minorità. Tanto la doxa quanto un’involuta debolezza del pensiero sono da considerarsi, per Deleuze, la follia dalla quale emarginarsi per mezzo del pensiero.

È in questa presa di posizione, specificatamente antica, che si inserisce la dottrina deleuziana dell’univocità dell’essere. Dottrina che Deleuze nei suoi testi ritrova, piega e riapre moltissime volte, sempre alla ricerca di un linguaggio nuovo e adeguato per poterla rendere fruibile a tutti. Questa costante ricerca linguistica è il motivo principale che rende la lettura dei testi deleuziani spesso al limite dell’intelligibilità, ma è anche la testimonianza di uno sforzo impressionante, grande e ambizioso tanto quanto quello ben più celebrato di Heidegger.

La dottrina dell’univocità dell’essere è, in Deleuze, quella idea nella quale si afferma l’inconsistenza di una duplicazione delle cose rispetto all’essenza; si tratta insomma di ciò che nella vulgata filosofica si è riassunto con l’espressione «rovesciamento del platonismo». Rovesciamento che, come abbiamo mostrato nella Prima parte, forse è solo velato; poiché è possibile pensare che il Parmenide che parla al giovane Socrate, in realtà, incarni il pensiero dello stesso Platone, agile a nascondersi dietro i protagonisti dei suoi dialoghi. E comunque, la dinamicità dell’essere, che si esplica secondo Deleuze nel suo continuo darsi molteplice, non ci manifesta una copia di ciò che è nell’essenza, ma esso è l’essere stesso. Scrive in Logica del senso: «il simulacro non è una copia degradata, esso racchiude una potenza positiva che nega sia l’originale sia la copia, sia il modello sia la riproduzione» ((Gilles Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli, Milano 1975, p. 230.)), ovvero ogni cosa singola è pari alle altre cose singole che derivano tutte dalla medesima natura alla quale compartecipano. Il mondo è senza gerarchie, è anarchico dirà Deleuze, perché esso è il fondamento di sé. «L’univocità dell’essere significa dunque parimenti l’uguaglianza dell’essere. L’Essere univoco è nel contempo distribuzione nomade e anarchia incoronata» ((Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano 1997, p. 68)) scrive ancora il filosofo francese. Di questo mondo che sussiste in sé e non è copia di nulla, racconta Badiou di Deleuze ((Alain Badiou, Deleuze. «Il clamore dell’essere», Einaudi, Torino 2004.)), egli provava «una sorta di amore inamovibile» ((Ivi, p. 51)). Un amore, continua Badiou, «che si colloca al di là dell’ottimismo e del pessimismo, amore che significa: è sempre vano, è sempre al di qua del pensiero, giudicare il mondo» ((Ibidem.)) e che sembra proprio ricalcare quella necessità che, di nuovo, il Parmenide platonico faceva notare all’ingenuo Socrate.

Chiaramente per Deleuze la fonte primaria da cui nasce spontaneamente questo “amore” è la filosofia prima. In essa, e attraverso di lei, come scrive sempre in Differenza e ripetizione, «c’è stata sempre una sola proposizione ontologica: l’Essere è univoco. […] Da Parmenide a Heidegger, è sempre la stessa voce a riproporsi, in un’eco che forma da sola tutto il dispiegarsi dell’univoco. Una sola voce suscita il clamore dell’essere. È facile comprendere che l’Essere, se è assolutamente comune, non è perciò genere; basta sostituire il modello del giudizio con quello della proposizione» ((Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, cit., p. 64.)). Nello scarto previsto dal passaggio fra il giudizio e la proposizione sta il vero luogo della filosofia: essa si ritrova nell’affermazione incontestabile ed evidente di una univocità dell’essere, di una conseguente uguaglianza di tutti gli enti (mosche, capelli, fango, ostriche e uomini) e quindi, ancora più in profondo, della constatazione dell’esistenza di sole vite singolari.

Il grande filosofo al quale Deleuze qui si richiama, come in molte altre parti della sua amplissima letteratura, è senza dubbio Spinoza. L’ebreo olandese, che Deleuze amava definire il Cristo della filosofia, è colui che – scardinando ogni dualismo soggetto/oggetto e fra sostanze diverse – ha portato l’immanenza assoluta davanti agli occhi dei filosofi. Come un presocratico, e Badiou dice di Deleuze proprio che è stato un presocratico ((«Questo perché in fondo è stato, come Heidegger, un presocratico. Non un parmenideo, o un poeta dell’inaugurale dischiudimento dell’Essere. Ma nel senso in cui i Greci stessi consideravano questi pensatori come dei fisici. Intendiamoci: come pensatori del Tutto», Badiou, op. cit., p. 115.)), egli ha indagato il Tutto, trascinando dentro il pensiero anche ciò che vi è di più scioccante. Per Spinoza, in modo radicale rispetto a molta filosofia imperante, i generi astratti e gli universali sono puri enti di ragione, e perciò si è giustamente parlato di un «nominalismo ontologico» nella filosofia dell’ebreo olandese ((Cfr. Andrea Sangiacomo, Homo liber. Verso una morale spinoziana, Mimesis, Milano 2011, pp. 19 e sgg.)).

Il filosofo francese, attento tanto quanto Spinoza ad ogni tematica etico-politica e ai rischi incoati all’interno di una indifferenziata affermazione dell’essere che pone, sullo stesso piano, le mosche e gli uomini, non può però che affermare e constatare questa evidenza. Non si tratta di un’affermazione irresponsabile, ma è il grado zero – necessario – dal quale ogni riflessione morale può darsi. Del resto, è analizzando proprio il pensiero di Spinoza, in uno dei testi maggiormente accessibili e belli di Deleuze, che il filosofo francese sostiene in modo rigoroso che anche ciò che chiamiamo “artificio” è, in verità, “natura”. Scrive Deleuze: «si vede chiaramente che il piano di immanenza, il piano di Natura che distribuisce gli affetti, non separa affatto certe cose che si potrebbero dire naturali da altre che si potrebbero dire artificiali. L’artificio fa completamente parte della Natura, poiché ogni cosa, sul piano d’immanenza della Natura, si definisce per dei concatenamenti di movimenti e di affetti in cui entra, siano questi concatenamenti artificiali o naturali» ((Gilles Deleuze, Spinoza. Filosofia pratica, Guerini e Associati, Milano 1991, p. 154.)). Il che significa, nuovamente, che tutto ciò che si dà – compresa la sozzura – è Natura, è essere che non può che darsi incessantemente e senza alcuna volontà o télos che non sia se stesso. Il pensiero filosofico deve muoversi all’interno delle dinamiche di questa molteplicità, senza voler instaurare un verticalismo che è – appunto – costruito e contrario all’essenziale movimento della realtà. Risponde Deleuze in una intervista del 1988: «quali verticalità, quelle che ci danno qualcosa da contemplare o piuttosto quelle che ci fanno riflettere o comunicare? O non occorre forse sopprimere ogni verticalità in quanto trascendenza e sdraiarsi sulla terra e stringerla, senza guardare, senza riflettere, privi di comunicazione?» ((G. Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000, p. 197.)).

Conclusione
Questa linea di pensiero, dalla quale ho estrapolato tre brevissimi cenni, si pone quindi “al di qua” di ogni giudizio di valore sul mondo. Certamente si oppone a tutta quella filosofia che ha pensato, come dato ineliminabile, la separazione fra il soggetto e l’oggetto. Quest’altra linea di pensiero, come diceva Deleuze invece (pensando certamente a Nietzsche) si è sdraiata sulla terra, guardando la molteplicità e le regioni che di questo molteplice vengono a contatto. Questa filosofia è la testimonianza di quella costante meraviglia (thaumazein) aristotelica per mezzo della quale gli uomini cominciarono a filosofare ((Aristotele, Metafisica, A 2, 982 b, 12-13.)) che non si configura solo come «consapevolezza della propria ignoranza e desiderio di sottrarsi a questa, cioè di apprendere, di conoscere, di sapere» ((Enrico Berti, In principio era la meraviglia, Laterza, Roma-Bari 2007, p. VI.)), ma è anche scuotimento, paura e terrore – secondo l’interpretazione che ne ha dato Emanuele Severino, ad esempio. Appare, potremmo dire, quasi come uno scandalo. Un concetto di meraviglia, quindi, ampliato e che risuona anche nelle parole del giovane Socrate che abbiamo letto all’inizio. Egli si dice turbato (éthraxe) dal fatto che la teoria delle idee dovesse coinvolgere, nella sua bellezza iperuranica, anche i capelli e il fango. Quando pensa a questa eventualità, abbiamo visto, subito se ne allontana, «per il timore di perdermi cadendo in un abisso senza fondo di chiacchiere».

Sarà solo l’autentica filosofia, però, a scacciare definitivamente il timore di Socrate, ovvero sarà la presa di coscienza della a-moralità della filosofia stessa, del suo essere – per natura! –, nietzschianamente al di là del bene e del male. Solo così, anche attraverso il riconoscimento delle mosche e delle ostriche bruniane, dei capelli e della sozzura socratica e della naturalità di ogni artificio deleuziana, si potrà riconsegnare al pensiero il suo ruolo preminente e preliminare. Ruolo che, inevitabilmente, è la prima e imprescindibile azione (prâxis) affinché il pensiero stesso si tramuti in attività politica.

L’ultima confessione

Morris West (Melbourne, 1916 – Sydney, 1999), noto scrittore australiano, famoso soprattutto nel mondo anglosassone, una vita travagliata, al confine fra il Cristianesimo e la critica sferzante alla Chiesa, è morto nel 1999 sulla sua scrivania, appena dopo aver trascritto un passo del personaggio Gallo nel De monade di Giordano Bruno.

Il passo recita:

Ho lottato, e molto: credetti poter vincere, e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. Ma qualche cosa è già l’essere stato in campo, giacché vincere vedo che è nelle mani del fato. Ma fu in me quel che poteva, e che nessuna delle generazioni future mi negherà, qual che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile, aver preposta una morte animosa a una vita imbelle.

West scriveva questo passo ne L’ultima confessione (Castelvecchi, trad. it. F. P. Crincoli, pp. 184, € 17,50), il romanzo che racconta, in forma di diario, di confessione appunto, gli ultimi giorni di fra’ Giordano Bruno. Dal 21 dicembre 1559, al 4 gennaio 1600, dove si interrompe il manoscritto incompiuto.
In questo romanzo West cerca di ripercorrere la vita e le vicende di Filippo Giordano Bruno, detto Il Nolano, come se lo stesso scrivesse pagine notturne, alla luce di fioche candele, volte a scandagliare quell’esistenza così turbolenta e vagabonda che aveva vissuto fino a sette anni prima.
West si attiene ai fatti, afferma, nella “nota dell’autore” iniziale che lo scritto è conforme ai fatti storici, e si rifà agli atti pubblicati dei processi di Venezia e di Roma, così come si rifà ai suoi biografi: Spampanato, Firpo, Mercati, Yates, Ciliberto ed altri.

L’ultimo mese di vita di Bruno, che West cerca di riportare alla memoria collettiva, è un periodo di tempo incastonato dentro due certezze: quella della condanna a morte (il personaggio del romanzo sembra sempre convinto che sarà arso vivo, a causa delle sue idee) e quella di non aver fatto nulla di male nell’esternare, attraverso le parole e le opere, le sue dottrine. Esse, secondo Bruno, non contrastano con la fede, non possono essere ritenute blasfeme o dannose. Esse sono vere.

Lo sguardo dell’oramai affranto Bruno, schiacciato dal peso di sette lunghi anni in isolamento, cerca sempre di trovare uno spiraglio di bellezza nell’idea infinita dell’universo e di Dio che compenetra ogni cosa. Su questo fattore West gioca molte delle sue carte, per far avvicinare Bruno alla sensibilità del lettore, per mezzo della consapevole messa in luce di una difficoltosa dottrina metafisica che può risultare, anche dagli scritti dello stesso Bruno, fra il magico ed il mistico. Ma che, in realtà, ha l’unico intento di mostrare, attraverso la ragione, la fallacia delle Scritture e l’immensa capacità dell’uomo.

La stanchezza di Bruno, nel ricordare il suo passato, però, si fa da parte, per lasciare spazio alla sua maestria dialogica, al suo acume e alla brillantezza. Il tradimento di Mocenigo, a Venezia, che portò Bruno al primo processo della Santa Inquisizione, è una lama profonda che nel personaggio descritto da West fa ancora male. La vita risoluta e tutt’altro che monastica è vista come una normalità, come la voglia di allargare lo sguardo e cercare il vero Dio, senza rinchiudersi in stanze fredde e silenziose avvolte dal dogmatismo e dalla superstizione.

Dogmatismo e superstizione, affiancati dalla disonestà e dalla falsità, che rimangono i costanti obbiettivi polemici di Bruno, in quest’ultima confessione che ci permette di ricordare ancora una volta come, per le idee, si siano scatenati giuristi e Inquisitori, papi ed eserciti. Ci permette di ricordare, insomma, che le idee possono essere pericolose e difficili da “amministrare”.
Se Morris West, nel suo ultimo scritto, aveva in mente di farci riflettere ancora una volta sull’immenso potere delle idee, con L’ultima confessione e attraverso la straordinaria figura di Giordano Bruno, ci è riuscito.

Festa di Scienza e Filosofia 2014

FSF-FolignoDi Andrea Cimarelli e Saverio Mariani.

È arrivata alla quarta edizione, crescendo anno dopo anno, la Festa di Scienza e Filosofia che si svolge a Foligno. Una bella manifestazione culturale, come poche se ne vedono in questi territori, che ha portato al centro dell’attenzione di un’intera città — e di chi ha raggiunto Foligno per l’occasione — il discorso filosofico e scientifico. Potremmo dire, più in generale, una ventata di cultura, della quale c’è sempre bisogno.

La città di Foligno, è il caso di dirlo, si presta a questo tipo di manifestazioni, per alcuni motivi logicistici (è facile da raggiungere dal di fuori, e il suo centro storico — dove si è concentrata la festa — è interamente percorribile a piedi) che fanno la differenza nella possibilità e nell’opportunità di fruire delle conferenze.

Noi di RF abbiamo ascoltato due delle conferenze di sabato 12 aprile 2014, girando un po’ per la città e vedendo, finalmente, il coinvolgimento di molte persone intorno ad una manifestazione fresca e al tempo stesso solida nei temi.

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#Bruno2013

Domenica 17 febbraio 2013, come già ampiamente annunciato, Ritiri Filosofici ha organizzato una rappresentazione filosofico-teatrale in memoria di Giordano Bruno, all’auditorium “Cottoni” di Nocera Umbra (PG). Il professor Filippo Mignini (ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Macerata) ha commentato alcuni passi scelti delle opere del filosofo nolano, letti in modo magistrale da Daniele Menghini (giovane attore folignate, prossimo al diploma alla scuola “Mumos” di Terni, diretta da Gastone Moschin e Marzia Ubaldi).
Un palco scarno, i due protagonisti illuminati a turno ai lati del palco, le musiche di Hans Zimmer. Ecco la semplice traduzione teatrale, e visiva, della lettura e commento.

Dopo la prima parte dello spettacolo, durata all’incirca un’ora, il professor Mignini ha dialogato e spiegato alcuni punti trattati nella rappresentazione, prima rispondendo alle domande del nostro Maurizio Morini e poi rispondendo alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

Potrete rivivere le due parti dello spettacolo, separatamente, ascoltandole in streaming nel player qui sotto, e in fondo la trascrizione integrale dello spettacolo.

PRESENTAZIONE
di Maurizio Morini

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti così numerosi a questa lettura scenica di alcuni testi di Giordano Bruno.
Prima di tutto è doveroso presentare gli organizzatori di questo evento. Ritiri Filosofici è un’associazione culturale che mi trovo qui a rappresentare essendone uno dei fondatori e che conta oggi una decina di partecipanti attivi. Nel nome c’è già la sua ragion d’essere: nasciamo infatti con l’idea di dare vita a degli incontri residenziali di uno o più giorni, due volte l’anno (a luglio e a dicembre) per discutere di filosofia. Con il termine “ritiro” noi intendiamo il ritiramento verso i fondamenti, verso gli antichi modi che hanno fornito alla nostra civiltà occidentale i principi del vivere individuale e sociale. Ritiro dunque come ritorno alla grande sapienza filosofica, simile a quello praticato dagli umanisti del ‘400 che diedero poi vita alla grande stagione del Rinascimento italiano. Oggi più che mai c’è bisogno della Filosofia, la madre Filosofia, che ci insegna a vivere e a dire la Verità nella civile conversazione. Lungi dall’essere qualcosa di astratto, la filosofia è la scoperta che si può vivere in modo umano esercitando ciò che è proprio dell’essere umano, ovvero la ragione. Chi pratica la filosofia ha una sola vera passione: la passione dell’intelletto. Da ciò discende il resto: questa è la proposta di Ritiri Filosofici.
Queste idee noi le trasmettiamo nei nostri ritiri dove discutiamo e analizziamo i grandi testi che hanno costruito la nostra civiltà e nel blog che abbiamo creato dove mettiamo i nostri studi personali, le nostre riflessioni, e che costituisce uno spazio di discussione. Lascio dunque che siano le cose stesse che facciamo a parlare per noi invitandovi sia ai ritiri sia a frequentare il nostro sito.

Ringraziamenti
La Pro-Loco che ci ha concesso l’utilizzo di questa struttura.
Lo sponsor, lo studio legale Morbinati & Longo di Roma, che ha sostenuto le spese organizzative.
La cartolibreria La Baraonda di Maurizio Angradi che ha allestito nei giorni scorsi una vetrina con alcuni libri inerenti al tema trattato e che ha offerto la sua disponibilità ad essere qui oggi per coloro che volessero acquistarne alcuni.
Un ringraziamento al Comune che ha concesso il patrocinio (vedo il Sindaco che inviterei sul palco per un saluto).
Perché questo spettacolo su Giordano Bruno? Perché Bruno è tra i più grandi filosofi italiani mai esistiti. Oggi lo ricordiamo nel giorno della sua morte avvenuta esattamente 413 anni fa in Campo dei Fiori a Roma quando fu arso vivo a causa delle sue idee per opera dell’Inquisizione della Chiesa cattolica. Non abbiamo organizzato questo evento, questo sia detto a scanso di equivoci, contro qualcuno o qualcosa, bensì per ascoltare e valutare un pensiero del resto ancora troppo lontano e sconosciuto alla cultura italiana per una serie di ragioni (estraneità ai principi del cristianesimo, il fatto di essere stato mitizzato o strumentalizzato, ma non studiato.). Noi vogliamo capire e poi discutere.
Lo facciamo attraverso uno spettacolo ideato e condotto dal prof. Filippo Mignini, professore di Storia della filosofia all’Università di Macerata e da un anno Direttore del Dipartimento degli studi umanistici, cioè come si diceva una volta, Preside delle Facoltà di Lettere, Lingue e Filosofia di quell’ateneo. Ordinario dal 1987, Mignini è studioso della prima filosofia moderna con particolare riferimento a Spinoza, al quale ha dedicato un centinaio di titoli e per il quale è noto in tutto il mondo come uno dei suoi massimi conoscitori. Di Spinoza Mignini ha pubblicato e curato tutte le opere e non c’è studio o curiosità su questo pensatore ebreo-olandese del ‘600 che siano a lui estranei. Da più di dieci anni, per ragioni anche di carattere ambientale essendo marchigiano, Mignini si occupa della figura e dell’opera del gesuita maceratese Matteo Ricci vissuto tra la seconda metà del ‘500 e l’inizio del ‘600. Matteo Ricci, è stato il primo uomo ad avviare relazioni culturali tra l’Italia e la Cina. Nel 2010, in occasione del quarto centenario della morte, Mignini ha curato quattro grandi mostre in Cina (Pechino, Shangai, Nanchino e Macao); la sua biografia su Matteo Ricci, Il chiosco delle Fenici, è stata tradotta anche in cinese. Abbiamo a che fare dunque con uno studioso i cui interessi spaziano tra gli ambiti più disparati e che costituisce una guida sicura per il periodo storico in esame. A Bruno il professor Mignini ha dedicato diversi saggi, oltre a diversi corsi universitari. Convinto che uno dei migliori veicoli per la diffusione della filosofia sia il teatro, già all’inizio degli anni novanta ha messo in scena un allestimento teatrale di una delle opere più importanti del filosofo nolano, lo Spaccio de la bestia trionfante. Dal 1995 la lettura che vedremo questa sera viene rappresentata, in questo giorno, ogni anno, in diverse città marchigiane: per la prima volta esce dunque da quella regione e abbiamo noi l’onore di ospitarla per primi. Segnalo infine che nel 2008 la lettura in due atti Per aver troppo amato il mondo, dialogo tra Alberico Gentili e Giordano Bruno, è stata messa in scena al Macerata Opera Festival con la regia di Pierluigi Divo.
Il lettore dei testi è Daniele Menghini, giovane folignate di 23 anni, studente prossimo al Diploma presso la Scuola di recitazione Mumos di Terni diretta da Gastone ed Emanuela Moschin e da Marzia Ubaldi. Le musiche sono state curate da Ritiri Filosofici.
La serata si dividerà in due parti. Nella prima ci sarà la lettura scenica accompagnata da immagini e musiche. Nella seconda avremo la possibilità di discutere con il professore, dapprima con alcune domande che ci introdurranno ad alcuni aspetti nodali del pensiero filosofico di Bruno e poi con la possibilità di rivolgere liberamente le domande che riteniate opportune direttamente dalla sala.
Vi lascio dunque allo spettacolo: buon ascolto e buona visione a tutti.

MEMORIA DI GIORDANO BRUNO
di Filippo Mignini

1.
Il rogo tentò di spegnerne la voce; ma Bruno si erge ancora come scoglio aspro e solido, vanamente battuto dai flutti di un’invidiosa ignoranza. Egli fu arso vivo per aver votato l’esistenza alla “madre” filosofia, rivendicando il diritto di conoscere e svelare, con la forza del solo intelletto naturale, le nascoste verità delle cose. Per questo la sua vita fu spenta con altra forza, brutale. Egli sapeva che la verità è indifferente ai desideri del cuore umano; sicché può essere trovata e amata soltanto da animi forti ed intrepidi, capaci di sentire, dire e vivere eroicamente. Nel congedo del De immenso, il poema latino sull’infinità dell’universo pubblicato a Francoforte nel 1591, Bruno delinea un incisivo ritratto del proprio profilo di uomo-filosofo. Pur avendo frequentato le principali corti e accademie d ‘Europa, egli si dipinge come un satiro irsuto in caccia della sapienza, non per molli conviti, ma per monti e selve solitarie, indomito ai colpi degli uomini e della fortuna.

Non mi presento come un poeta, dalle labbra melliflue; non sono raffinato e attraente […], mielato, elegante, terso, tronfio del mio bello stile. Sono brusco, irsuto, rozzo, aspro, duro, asciutto. Sarò colui a cui non mancano castagne ed è abbondanza di formaggio. Riecheggia ben distinto in alto il suono della mia zampogna, non dolcemente, forse, per chi non vi è abituato e anche da lontano risuona in modo chiaro e riempie il piano per un largo tratto. Dòtta, l’Eco risponde alle note, reiterandole, e testimonia che tutto è impresso nel suo arcano senso […]
Io, calcando le orme caprine di Pane, non ripeto l’eco: poiché la natura mi ha creato irsuto, non imparerò mai ad adattare smeraldi alle mie rozze dita, ad arricciare la mia chioma, a tingere il mio volto di un roseo colore, ad adornare il mio capo di profumati giacinti, ad atteggiarmi mollemente, a danzare dolcemente, a falsare la mia voce, quasi uscisse da una gola tenerella, per non comportarmi da ragazzo, uomo come sono, e per non divenire, da maschio, femmina.
Se così sono fatto, grazie agli Dei, mi conserverò qual sono, severo, virilmente forte nelle membra, intrepido, indomito e con voce maschile dirò ai Narcisi: le Ninfe hanno molto amato anche me.

2.
Al Tribunale dell’Inquisizione veneta, nel 1592, Giordano descrisse la famiglia di origine, la formazione nell’ordine domenicano, l’ordinazione sacerdotale e i due processi che gli furono intentati a Napoli: fuggendo i quali, si trasferì nel convento di Roma; nuovamente accusato, nel 1576 uscì dall’ordine e abbracciò nel 1576 la sua vita di esule, divenuto ormai, come ebbe a scrivere, “zimbello della fortuna “.

Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato et allevato in quella città, et la professione mia è stata et è di littere et d’ogni scientia; et mio padre haveva nome Gioanni, et mia madre Fraulissa Savolina; et la professione de mio padre era di soldato, il qual è morto insieme anco con mia madre.
lo son de età de anni quarantaquattro incirca, et nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell’anno ’48. Et son stato in Napoli a imparar littere de humanità, logica et dialettica sino a 14 anni. […] Et de 14 anni, o 15 incirca, pigliai l’abito de San Dominico nel monasterio o convento de San Dominico in Napoli. […] Fui promosso alli ordini sacri et al sacerdotio alli tempi debiti; […] et continuai in questo habito della religione di San Dominico, celebrando messa e li divini offitii […] sino l’anno del 76, che fu l ‘anno doppo del Giubileo.
Fui poi in Roma nel convento della Minerva, dove era andato a presentarmi, perché a Napoli ero stato processato due volte: prima per haver dato via certe figure et imagine de’ santi et retenuto un crocifisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagine de’ santi; et anco per haver detto a un novitio che leggeva la Historia delle sette allegrezze in versi, che cosa voleva far de quel libro, che lo gettasse via, et leggesse più presto qualche altro libro, come è la Vita de’ Santi Padri.
Il qual processo fu rinovato, nel tempo che io andai a Roma, con altri articuli ch ‘io non so; per il che uscì dalla religione et, deposto l ‘habito, andai a Noli territorio genoese, dove mi trattenni quattro o cinque mesi a insegnar grammatica a putti.

3.
Come meteora incandescente, l’esistenza filosofica del Nolano attraversa tutta Europa. Dal 1576 al maggio 1592 è un succedersi di città, nazioni, accademie e università, corti e case private, fino all’arresto in Venezia:

’76: dopo la scomunica cattolica, si rifugia a Genova, quindi a Noli, poi a Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo, Brescia, Milano, Lione

’78: a Ginevra aderisce al calvinismo, per essere quasi subito scomunicato da quella chiesa

’79- ’81: per quasi due anni è a Tolosa, dove tiene pubbliche lezioni sul De anima di Aristotele

’81: lascia Tolosa per Parigi, dove conquista con l’arte della memoria l’ammirazione del re di Francia Enrico III

’82: a Parigi pubblica le prime opere

’83-85: è a Londra, dove difende il sistema copernicano e presenta la propria filosofia naturale nei grandi Dialoghi italiani: La Cena de le ceneri; De la causa, principio et uno; De l’infinito, universo e mondi; Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori.

’85: lascia Londra per Parigi

’86: è in Germania: a Wittenberg, nella città di Lutero; presentato e sostenuto da Alberigo Gentili, ottiene di insegnare I ‘Organon di Aristotele per due anni

’88: mutato il governo della città, è costretto a lasciare Wittenberg e si rifugia a Praga; dopo sei mesi è a Tubinga, poi a Helmsted, dove riceve una scomunica luterana.

’90: è a Francoforte, per farvi stampare la trilogia dei poemi latini: De immenso, De monade, De minimo.

’91: in febbraio riceve l’estradizione da Francoforte; ripara a Zurigo, dove insegna filosofia scolastica; infine, accettando l’invito del nobile Mocenigo, che voleva da Bruno l’arte della memoria, in agosto torna in Italia, a Venezia.

Maggio ’92: viene denunciato da Mocenigo e arrestato dall’Inquisizione veneta.

Febbraio ’93: è trasferito nel carcere dell’Inquisizione romana.

17 febbraio 1600: dopo un processo durato quasi otto anni, Bruno è condannato al rogo.

Ecco un passo della sentenza di condanna, pronunciata l’8 febbraio 1600.

Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima Madre sempre vergine Maria, nella causa vertente in questo Santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterentii, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte; per questa nostra diffinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una e l’altra legge, proferimo, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiariamo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli sacri Canoni, leggi et constitutioni a tali heretici confessi, impenitenti et ostinati imposte; et come tale te dechiariamo dover essere degradato, per punirti delle debite pene, pregando però che le leggi circa la pena della tua persona, sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.
Di più, condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti i tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quelli che sin’hora si son havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale; et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.

4.
La condanna non viene immediatamente eseguita. Qualche giorno più tardi, in un Avviso di Roma, si legge:

Di Roma, li 12 febraro 1600, sabbato.
Hoggi credevamo vedere una solennissima giustitia, et non si sa perché si sia restata, et era di un domenichino da Nola, heretico ostinatissimo, che mercordì in casa del cardinal Madrucci sententiarono come auttore di diverse enormi opinioni, nelle quali restò ostinatissimo, et ci sta tuttora, non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui. Questi frati dicono sia stato due anni in Genevra; poi passò a legere nello Studio di Tolosa, et poi in Lione, et di là in Inghilterra, dove dicono non piacessono punto le sue opinioni; et però se ne passò in Norinbergh, et di là venendosene in Italia, fu acchiappato, et dicono in Germania habbia più volte disputato col cardinal Belarminio. Et in somma il meschino, s’Iddio non l’aiuta, vuol morir ostinato et esser abbruggiato vivo.

5.
Quattro giorni dopo, il verbale dell’ Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato annota:

Giustitia di un eretico inpenitente bruciato vivo . Giovedì a dì 16. A hore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustitia di un inpenitente; et però alle 6 h ore di notte radunati li confortatori e capellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra capella e fatte le solite orationi, ci fu consegniato l’infrascritto a morte condennato, cioè: Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da NoIa eretico inpenitente. ll quale esortato da’ nostri fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due Padri di san Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di san Girolamo, i quali con ogni affetto et con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette senpre nella sua maladetta ostinatione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tantoperseverò nella sua ostinatione, che da’ ministri di giustitia fu condotto in Campo di Fiori, e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo, aconpagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie, e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinatione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita

6.
Bruno fu ucciso per l’esercizio radicale di una libera filosofia. Una delle pagine iniziali del De la Causa può essere assunta come esempio di prosa polemica, ironica e irriverente contro teologi e filosofi pedanti e asini, ripetitori all’infinito di dottrine altrui per di più erronee, rese incomprensibili da un linguaggio ricercato ed astruso. Contro di essi il Nolano si presenta come uomo “che non ho altro cervello che il mio”, e che fonda la propria ricerca sul solo intelletto naturale e sulla lingua comune appresa da una vigorosa nutrice.

Io non parlarò come santo profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico; non raggionarò come inspirato da Bacco, né gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso, o come una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cassandra, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un Salomone inver gli enigmi della regina Sabba, né qual Calcante, interprete dell’olimpico senato.
Ma parlarò per l’ordinario e per volgare, come uomo che ho avuto altro pensiero che d’andarmi lambiccando il succhio de la grande e piccola nuca, come uomo, dico, che non ho altro cervello che il mio; a cui, manco gli dei dell’ultima cotta e da tinello nella corte celestiale […] si degnano cacciarmene una pagliusca di più dentro, quantunque sogliano far copia de’ fatti lor sin ai cavalli.
Voglio dir brevemente, che vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione, passate per lambicco, digerite dal bagno di Maria, e subblimate in recipe di quinta essenza; ma tale quali m’insaccò nel capo la nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscaldatoio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebbono sicuramente a far due pive ferrarese.

7.
L ‘uso del solo intelletto naturale e di un linguaggio comprensibile e comunicabile intende porsi al servizio della verità oscurata e avvilita da secoli d’ignoranza e sopraffazione; affinché, vendicata e restituita alla sua dignità, una rinnovata filosofia torni ad essere disponibile, come nei tempi antichi, per il governo delle nazioni. Leggiamo ancora nel De la Causa:

E così mi sien propici gli superi, Armesso mio, che io mai feci di simili vendette per sordido amor proprio o per villana cura d ‘uomo particulare, ma per amor della mia tanto amata madre filosofia e per zelo della lesa maestà di quella. La quale da’ mentiti famigliari e figli (perché non è vil pedante, poltron dizionario, stupido fauno, ignorante cavallo, che, o con mostrarsi carco di libri, con allungarsi la barba o con altre maniere mettersi in prosopopea, non voglia intitolarsi de la famiglia) è ridutta a tale, che appresso il volgo tanto val dire un filosofo, quanto un frappone, un disutile, pedantaccio, circulatore, saltainbanco, ciarlatano, buono per servir per passatempo in casa e per spavantacchio d ‘ucelli a la campagna.
Lodiamo, dunque, nel suo genio l’antiquità, quando tali erano gli filosofi che da quelli si promovevano ad essere legislatori, consiliarii e regi; tali erano consiliarii e regi, che da questo essere s’inalzavano a essere sacerdoti. A questi tempi la massima parte di sacerdoti son tali, che son spreggiati essi, e per essi son spreggiate le leggi divine; son tali quasi tutti quei che veggiamo filosofi, che essi son vilipesi, e per essi le scienze vegnono vilipese.

8.
Il rinnovamento della filosofia, cioè della vera conoscenza mediante l’esercizio dell’intelletto naturale, si scontra in modo drammatico con il potere di una secolare superstizione – fondata sul culto dell’ignoranza e sul disprezzo della natura -, che ha oscurato e depresso l’Occidente dai tempi di Grecia e di Roma, specialmente a causa del Cristianesimo, considerato da Bruno come la più grande impostura nella storia dell’Occidente.

Nello Spaccio de la bestia trionfante Bruno addita in Orione la figura di Cristo, così come è stata interpretata e presentata dal cristianesimo storico: emblema del rovesciamento delle leggi e delle verità naturali soppiantate da miracoli e prodigi soprannaturali.

“Spaccio” significa cacciata, espulsione della bestia, ossia del vizio che trionfa nell’alto del cielo, per riportarvi le virtù che si nascondono raminghe nelle oscurità della terra. Portatore dell’esigenza di un rovesciamento radicale dei valori culturalmente e socialmente dominanti, lo Spaccio, venuto nelle mani degli inquisitori nel corso del 1599, segnò la condanna definitiva di Bruno.

Dimandò Nettuno: che farrete o Dei del mio favorito, di quell’Orione, dico, che fa per spavento orinare il cielo?
Qua, rispose Momo: lasciate proponere a me, o Dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio.
Orione, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l’onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo, consequentemente, potrà far molte altre belle gentilezze, mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l’intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che secondo la raggione pare eccellente, buono ed ottimo, è vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è una puttana bagassa, che la legge naturale è una ribaldaria; che la natura e divinità non possono concorrere in uno medesimo buono fine, e che la giustizia de l’una non è subordinata alla giustizia de l’altra, ma son cose contrarie, come le tenebre e la luce; che scienze, fortezza, giudicio, bellezza ed autorità son doni naturali e spreggiati da gli dei, e lasciati a quelli che non son capaci de più grandi privilegii: cioè di quei sopranaturali che dona la divinità, come questo di saltar sopra l’acqui, di far ballare i granchi, di far fare capriole ai zoppi, far vedere le talpe senza occhiali ed altre belle galanterie innumerabili.
Persuaderà con questo che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia che possa far gli uomini simili a dei, non sono altro che pazzie; che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza è la più bella scienza del mondo, perché s’aquista senza fatica e non rende l’animo affetto di melancolia. Ma con timore, o dei, io vi dono questo conseglio, perché qualche mosca mi sussurra ne l’orecchio: atteso che potrebbe essere che costui al fine, trovandosi al caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facendoli oltre credere, che il gran Giove non è Giove, ma che Orione è Giove e che li dei tutti non sono altro che chimere e fantasie.

9.
Per Bruno, la storia è ciclica alternanza di luce e tenebra. La luce splendeva ancora nella civiltà e religione degli Egizi, i quali sapevano ancora riconoscere e onorare nella natura la nascosta divinità. Seguirono secoli di decadimento e di tenebra, fino al nuovo giorno annunciato da Copernico e ora splendente nella filosofia bruniana. Leggiamo nello Spaccio il celebre Lamento di Asclepio, una delle pagine più intense dell’intera opera bruniana:

Non sai, o Asclepio, come l’Egitto sia la imagine del cielo, e per dir meglio, la colonia de tutte cose che si governano ed esercitano nel cielo? Ma, oimè, tempo verrà che apparirà l’Egitto in vano essere stato religioso cultore della divinitade; perché la divinità, remigrando al cielo, lasciarà l’Egitto deserto e vi succederà gente straniera e barbara senza religione, pietà, legge e culto alcuno. O Egitto, Egitto, delle religioni tue solamente rimarranno le favole, anco incredibili alle generazioni future alle quali non sarà altro, che narri gli pii tuoi gesti, che le lettere scolpite nelle pietre.
Le tenebre si preponeranno alla luce, la morte sarà giudicata più utile che la vita, nessuno alzarà gli occhi al cielo, il religioso sarà stimato insano, l’empio sarà giudicato prudente, il furioso forte, il pessimo buono. E credetemi che ancora sarà definita pena capitale a colui che s’applicarà alla religion della mente. Soli angeli perniciosi rimarranno, li quali, meschiati con gli uomini, forzaranno gli miseri all’audacia di ogni male, come fusse giustizia: donando materia a guerre, rapine, frodi e tutte altre cose contrarie alla anima e giustizia naturale; e questa sarà la vecchiaia ed il disordine e la irreligione del mondo.
Ma non dubitare, Asclepio, perché, dopo che saranno accadute queste cose, allora il Signore e Padre Dio, governator del mondo, l’omnipotente proveditore, per diluvio d’acqua o di fuoco, di morbi o di pestilenze, o altri ministri della sua giustizia misericordiosa, senza dubbio donarà fine a cotal macchia, richiamando il mondo all’antico volto.

10.
Bruno riconobbe due fonti della sua filosofia: Copernico, salutato come “alba del nuovo giorno” per la sua dottrina dell’universo; e il divino Cusano, per la sua dottrina dell’essere. Onoriamo con Bruno questi due padri della modernità. Così è presentato Copernico nella Cena de le ceneri:

Lui avea un grave, elaborato, sollecito e maturo ingegno; uomo che non è inferiore a nessuno astronomo che sii stato avanti lui, se non per luogo di successione e tempo; uomo che, quanto al giudizio naturale, è stato molto superiore a Tolomeo, Ipparco, Eudoxo e tutti gli altri, ch ‘han caminato appo i vestigi di questi. Al che è dovenuto per essersi liberato da alcuni presuppositi falsi de la comone e volgar filosofia, non voglio dir cecità. Ma però non se n’è molto allontanato; perché lui, più studioso de la matematica che de la natura, non ha possuto profondar e penetrar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficultà e venesse a liberar e sé ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contemplazione ne le cose costante e certe. Con tutto ciò chi potrà a pieno lodar la magnanimità di questo germano, il quale, avendo poco riguardo a la stolta moltitudine, è stato sì saldo contra il torrente de la contraria fede, ripigliando quelli abietti e rugginosi fragmenti ch’ha possuto aver per le mani da la antiquità, le ha ripoliti, accozzati e risaldati in tanto, ch’ha resa la causa, già ridicola, abietta e vilipesa, onorata, preggiata, più verisimile che la contraria? Cossì questo alemano, benché non abbi avuti sufficienti modi, per i quali potesse a bastanza vencere, debellare e sopprimere la falsità, ha pur fissato il piede in determinare ne l’animo suo ed apertissimamente confessare, ch’al fine si debba conchiudere necessariamente, che più tosto questo globo si muova a l’aspetto de l’universo, che sii possibile che la generalità di tanti corpi innumerabili, al dispetto della natura, abbia conoscere questo per mezzo e base de suoi giri ed influssi.
Chi dunque sarà sì villano e discortese verso il studio di quest’uomo, che, avendo posto in oblio quel tanto che ha fatto, con esser ordinato da gli dei come una aurora, che dovea precedere l’uscita dl questo sole de l’antiqua filosofia, per tanti secoli sepolta nelle tenebrose caverne de la cieca, maligna, proterva ed invida ignoranza; vogli, notandolo per quel che non ha possuto fare, metterlo nel medesmo numero de la gregaria moltitudine, che discorre, si guida e si precipita più per il senso de l’orecchio d’una brutale e ignobil fede; che non vogli computarlo tra quei, che col felice ingegno s ‘han possuto drizzare ed inalzarsi per la fidissima scorta de l’occhio de la divina intelligenza?

11.
Bruno assume dal Cusano due dottrine: quella di un Principio unico, nel quale tutte le cose sono comprese coincidendo in esso in modo indifferenziato; e quella dell’identità di Dio con il mondo, essendo questo considerato manifestazione dell’unica sostanza divina. La dottrina dell’indeterminatezza del Principio, forma e materia di tutte le cose, costituisce la grande novità e la drammatica frattura che le filosofie di Cusano e di Bruno segnano rispetto alla tradizione.

Ascoltiamo questa fondamentale dottrina in una pagina del De la causa:

È dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l ‘atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito. Oltre che, per comprender tutte contrarietadi nell’essere suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere, non può essere soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde.
Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile ne misura. Non si agguaglia, perché non è altro e altro ma uno e medesimo. Questo è termine di sorte che non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e perciò è uno, l’universo è uno.

12.
Bruno deve dunque al Cusano l’idea dell’unità sostanziale di tutte le cose, dell’Uno come coincidenza di tutti i contrari, dell’Universo uno e infinito. Se tutte le cose sono fatte della stessa materia divina e dalla stessa divina potenza, poiché la causa è infinita, infinito è anche l’effetto che ne deriva. L’universo è dunque un solo campo immenso, privo di figura e dimensioni, di centro e periferia, nel quale innumerevoli mondi finiti, fatti tutti della stessa vivente materia, si muovono con ordinate distanze per intimo impulso.

Leggiamo ne La cena de le ceneri:

Il Nolano ha disciolto l’animo umano e la cognizione, che era rinchiusa ne l’artissimo carcere de l’aria turbolento, ha varcato l’aria, penetrato il cielo, discorso le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiungere, sfere; nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti e n’apre gli occhi a veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senza alma e vita. Cossì conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de migliaia ch’assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più imprigionata la nostra raggione coi ceppi de’ fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch’un cielo, un ‘eterea regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la partecipazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi son que’ ambasciatori, che annunziano l’eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scoprire l’infinito effetto dell’infinita causa, il vero e vivo vestigio de l’infinito vigore; ed abbiam dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori de gli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l’avendo appresso e dentro di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna.

13.
Essenziale, nel pensiero di Bruno, è la valenza politica delle dottrine proposte. La filosofia è al servizio di una vita buona: buono è ciò che favorisce la costruzione di società umane, male ciò che queste ostacola e distrugge. Infatti è dalla forza e stabilità degli stati che dipendono la sicurezza e la libertà degli individui. In una celebre pagina dello Spaccio, Sofia rivela che cosa piaccia agli dei e che cosa essi condannino.

Ascolta. Li dei massime vogliono essere amati e temuti, per fine di faurire al consorzio umano, ed avertire massimamente que’ vizii che apportano noia a quello. E però li peccati interiori, solamente denno esser giudicati peccati, per quel che metteno o metter possono in effetto esteriore; e le giustizie interiori mai sono giustizie senza la prattica esterna, come le piante in vano sono piante senza frutti.
E Giove vuole che de gli errori, in comparazione, massimi sieno quelli che sono in pregiudicio della repubblica; minori quelli che sono in pregiudicio d’un altro particulare interessato; minimo sia quello ch ‘accade tra doi d ‘accordo; nullo è quello, che non procede a mal essempio o male effetto.
Ha comandato ancora al giudicio che non distingua gli costumi e religioni tanto per la distinzione di toghe e differenze de vesti, quanto per buoni e megliori abiti di virtudi e discipline.
Non dica maggior errore il superbo appetito di gloria, onde resulta sovente bene alla repubblica, che la sordida cupidigia di danari.
Non faccia tanto trionfo d’uno, perché abbia sanato un vile e disutil zoppo, che poco o nulla vale più sano che infermo, quanto d ‘un altro ch’ha liberata la patria e riformato un animo perturbato.
Non permetta, che si addrizzeno statue a’ poltroni, nemici del stato de le repubbliche, ma a color che fanno tempii a’ dei, aumentano il culto ed il zelo di tale legge e religione per quale vegna accesa o la magnanimità ed ardore di quella gloria che seguita dal servizio della sua patria ed utilità del genere umano; onde appaiono istituite universitadi per le discipline di costumi, lettere ed armi.
E guarde di promettere amore, onore e premio di vita eterna ed immortalitade a quei che approvano gli pedanti e parabolani; ma a quelli che per adoprarsi nella perfezione del proprio ed altrui intelletto, nel servizio della communitade, nell’osservanza espressa circa gli atti della magnanimità, giustizia e misericordia, piaceno a gli dei.

14.
Poiché gli Stati e ogni forma di vita buona si costruiscono con l’operosità umana, nella Cabala del cavallo pegaseo Bruno celebra la mano come simbolo della stessa umanità e strumento che distingue la specie umana dalle altre specie, conferendole il vero titolo di superiorità.

Molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d’intelletto che l’uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del serpe, che nominò sapientissimo tra tutte l’altre bestie de la terra); ma per penuria d’instrumenti gli viene ad essere inferiore, come quello, per ricchezza e dono de medesimi, gli è tanto superiore.
E che ciò sia la verità, considera un poco al sottile, ed essamina entro a te stesso quel che sarrebe se, posto che l’uomo avesse al doppio d’ingegno che non ave, e l’intelletto agente gli splendesse tanto più chiaro che non gli splende, e con tutto ciò le mani gli venesser transformate in forma di doi piedi, rimanendogli tutto l’altro nel suo ordinario intiero; dimmi, dove potrebbe impune esser la conversazion de gli uomini?
Come potrebono instituirsi e durar le fameglie ed unioni di costoro parimente, o più, che de cavalli, cervii, porci, senza esserno devorati da innumerabili specie de bestie, per essere in tal maniera suggetti a maggiore e più certa ruina? E per conseguenza, dove sarrebono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edificii ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana, e fanno l’uomo trionfator veramente invitto sopra l’altre specie?

Tutto questo, se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo degli organi.

15.
Anche le scoperte di nuove terre e di nuovi popoli, che dopo Colombo avevano profondamente mutato l’immagine del mondo, vengono giudicate in relazione agli effetti che esse producono sulla “civile conversazione” degli uomini. Assumendo a simbolo dei nuovi conquistatori l’antico navigatore Tifo, Bruno condanna, ne La Cena de le Ceneri, la violenza inferta a interi popoli ridotti in schiavitù. A tali conquiste egli oppone quelle della propria filosofia, capace di sciogliere l’animo umano e la sua conoscenza da catene secolari:

Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che la provvida natura distinse, per il commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii de l’una e l’altra generazione; con violenza propagar nove follie e piantar l’inaudite pazzie ove non sono, conchiudendosi alfin più saggio quel ch’è più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte de tirannizar e sassinar l’un l’altro; per mercè de’ quai gesti tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese imparato, per forza de la vicissitudine de le cose, sapranno e potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniciose invenzioni.

16.
Qual è dunque il frutto maturo della nolana filosofia, la preda dell’eroica caccia alla sapienza? Questa è detta da una sola parola: libertà; dalle catene del pregiudizio, della superstizione e di una secolare ignoranza. Libertà dalla paura della morte e dei mutamenti della fortuna. Libertà dai vincoli del tempo e dello spazio.

Ci congediamo da Bruno con una delle pagine iniziali del De immenso, nella quale egli offre un definitivo ritratto della propria esperienza di uomo e filosofo:

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con arditezza d’immaginazione piacque dotarmi le spalle di ali e condurre il mio cuore verso una meta stabilita da un ordine eccelso: in nome del quale è possibile disprezzare e la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene che solo pochi elusero e da cui solo pochi si sciolsero. I secoli, gli anni, i mesi, i giorni, le numerose generazioni, armi del tempo, per le quali non sono duri né il bronzo, né il diamante, hanno voluto che noi rimanessimo immuni dal loro furore.
Così, io sorgo impavido a solcare con l’ali l’immensità dello spazio, senza che il pregiudizio mi faccia arrestare contro sfere celesti, la cui esistenza fu erroneamente dedotta da un falso principio, affinché fossimo come rinchiusi in un fittizio carcere ed il tutto fosse costretto entro adamantine muraglie.
Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri mondi lucenti e percorro da ogni parte l’etereo spazio, lascio dietro le spalle, lontano, lo stupore degli attoniti.

The Free Thought of Giordano Bruno

On February 17th, 1600, Giordano Bruno was burned on the stake, condemned by the tribunal of the Inquisition because of his revolutionary ideas on the plurality of worlds, the unity of substance and the infinity of the universe.
He is probably one of the founders of modern (and free) thought.
Tomorrow, 413 years from the pyre, Ritiri Filosofici reminds the philosopher with a reading of prof. Filippo Mignini, professor at the Faculty of Philosophy, University of Macerata, a deep expert on the thought of Giordano Bruno and Baruch Spinoza.
A tribute to freedom of thought and to whom, for it, sacrificed his life.
More info here and here.

La “nuova filosofia” a Nocera

Siamo arrivati. Dopo una preparazione durata alcuni mesi, Ritiri Filosofici presenta il suo primo evento pubblico, che si terrà a Nocera Umbra domenica 17 febbraio alle ore 17:00. L’occasione è di quelle forti: una lettura scenica commentata in occasione del 413° anniversario del rogo di Giordano Bruno. Dopo la rappresentazione seguirà la discussione in sala, introdotta e guidata dai nostri Maurizio Morini e Giovanni Marinangeli, con il prof. Filippo Mignini, ordinario in Storia della Filosofia all’Università di Macerata, sui temi principali del pensiero filosofico di Bruno.

Il luogo dell’evento è l’auditorium Cottoni. Per chi giunga da fuori città, il riferimento obbligato è l’Hotel Europa situato in centro: l’auditorium infatti si trova proprio sotto l’albergo una volta discese a piedi le scale a fianco. Per il parcheggio, si consiglia piazza Medaglie d’oro oppure l’ampia area delle ex scuole elementari situata dietro l’auditorium (area utilizzata in estate per la taverna del quartiere San Martino): per raggiungerla si consiglia di girare a destra dopo il distributore di benzina situato a pochi metri dell’Hotel Europa, percorrere la piazza e poi la discesa mantenendosi sempre sulla destra ed infine (dopo circa 200 mt) girare nuovamente a destra. Nella sidebar, qui accanto, la locandina dell’evento. A presto dunque!

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