L’amore eterna coincidenza dei contrari

Gli Eroici Furori, dialogo apparso dopo quelli cosmologici (L’infinito e La causa) e quelli etico civili (lo Spaccio), è la grande opera di Bruno sull’amore. Come aveva scritto nell’ultimo degli articoli in Theses de Magia: «Tutte le passioni e i vincoli della volontà si riducono e si riferiscono a due, vale a dire all’odio e all’amore; ma l’odio si riduce all’amore e così l’unico vincolo della volontà è l’amore. (…) Avrebbe fatto un gran progresso colui che fosse giunto a quella filosofia o magia che sa occuparsi del vincolo sommo, principale e generalissimo dell’amore».

Pubblicata a Londra nel 1585, Bruno riunisce in quest’opera la biografia con la sua maturità di filosofo. Se è vero che gli Eroici Furori sono una riscrittura del De Umbris Idearum, è altrettanto vero che rispetto a quest’ultimo, pubblicato a Parigi tre anni prima, cambiano i toni e il contesto: ora prevale il movimento e l’esposizione alla luce, non più la quiete e il refrigerio dell’ombra. Se è vero che il Cantico dei cantici è l’orizzonte comune, nei Furori (a differenza del De Umbris) la fusione al divino è cercata e voluta, nonostante le sue conseguenze.

In entrambe le opere è centrale il principio della coincidenza dei contrari, unico strumento che permette al finito di accedere (se così si può dire) alla dimensione dell’infinito. Vale inoltre quanto enunciato nell’introduzione al trattato parigino (sebbene ciò debba sempre esser tenuto presente quando si legge il Nolano), ovvero che «la natura del nostro ingegno non è tale da vincolarci ad un genere determinato di filosofia, o di far sì che disprezziamo in linea di principio ogni altra via di filosofare (…); non aboliamo i misteri dei pitagorici, non sminuiamo la fede dei platonici, né disprezziamo le argomentazioni dei peripatetici, purché riposino su un fondamento reale». Bruno insomma si tiene le mani libere, fedele al principio che la vera sapienza non nasce dai libri e dall’autorità ma dalla ricerca personale.

Filosofia, donne e poesia
Negli Eroici Furori questa volontà si esprime attraverso la ricerca di una diversa relazione tra filosofia e poesia la quale, dice Bruno, ha questo di straordinario, che non nasce dalle regole ma è lei stessa a fare le regole e così facendo si tramuta in strumento di conoscenza. Gli Eroici furori sono costruiti come una sorta di Canzoniere in cui l’elemento stilistico predominante è la poesia, tanto è vero che esso doveva intitolarsi Cantica in omaggio al biblico Cantico dei Cantici: Bruno dovette rinunciare però a questo proposito per timore delle proteste violente dei fanatici religiosi.

La volontà che si converte in amore è il motivo dell’intero dialogo. Colpisce allora fino ad un certo punto la violenta polemica contro il linguaggio petrarchesco dell’amore che aveva confuso amore erotico ed amore eroico. Per Bruno quest’ultimo non ha nulla a che vedere con il primo, tanto che egli giunge fino a scomodare l’avvertimento di Cristo di «dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Il suo programma è quello di tenere separati i due linguaggi perché rispondenti ad esperienze diverse, sicché solo mettendo in luce le differenze è possibile una vera conoscenza.

Dal linguaggio alle donne, la polemica rimane particolarmente forte anche perché, in quest’ultimo caso, l’attrazione verso di loro è definita (anticipando la tesi di Schopenhauer) ingiusta e torto di natura, «circeo incantesimo ordinato al servizio della generazione». Questo non significa che Bruno sia contrario all’amore terreno: «Sono forse nemico della generazione? Ho in odio il sole?» Le donne piuttosto non devono essere oggetto di culto: onorate sì ma non fino ad essere oggetto di beatificazione (come voleva l’amore cortese).
Bruno vuole che sia chiaro un altro principio: osservando come colui che veramente ama non vorrebbe non amare, è falso dire che l’amore istupidisce perché esso aumenta piuttosto l’intelligenza. In altre parole, l’amore non è cieco (come si dice di solito) perché i suoi effetti dipendono dalla costituzione dell’individuo che lo vive: se la disposizione di quest’ultimo è ignobile allora «per essere tu orbo chiami l’amore cieco»; ma se l’individuo è capace di usare l’intelletto (il quale non può essere strumento di falsità e malvagità) allora l’amore sarà in grado di potenziare il suo essere fino alla massima perfezione.

Pensieri che divorano l’eroe e dissoluzione dell’individuo
Gli Eroici furori sono noti per la figura del mitico Atteone, il cacciatore diventato preda dei suoi stessi cani. Come si racconta nel mito, durante una battuta di caccia, Atteone vede la dea Artemide, conosciuta anche come Diana, nuda mentre faceva il bagno con le sue ancelle. Diana, indispettita, per impedire al giovane cacciatore di riferire quello che aveva visto, trasforma Atteone in un cervo il quale, una volta messo in fuga, viene divorato dai suoi cani. L’allegoria è presto chiarita: Diana è simbolo della terra, della luna e degli inferi, ovvero della conoscenza del mondo naturale; Atteone rappresenta il furore di chi, incurante delle conseguenze, si mette alla ricerca dell’Assoluto impegnando tutte le sue forze fisiche e spirituali, finendo per essere sbranato dai suoi stessi pensieri, fino a dissolvere la sua individualità.

La filosofia, ogni volta che il mito viene messo al suo servizio, acquista intensità ma perde in precisione. Si deve allora dire che in Bruno l’intelletto è il documento della vicinanza a Dio, grazie al quale il soggetto si converte nel suo oggetto arrivando ad un diverso modo di conoscere. Questa trasformazione porta con sé non tanto la svalutazione dei sensi, quanto il loro superamento, sicché leggere Bruno in senso puramente platonico o neoplatonico è riduttivo. Da questo punto di vista esistono delle importanti differenze. Rispetto al neoplatonismo la sapienza non risiede nella teologia negativa ma nella conoscenza dell’identità dei contrari, nella scienza che dall’uno riesce a ricavare i molti in quanto «profonda magia è saper trar il contrario, dopo aver trovato il punto de l’unione» (De la causa, dialogo quinto). L’amore è il campo privilegiato di questo principio. Sviluppando un ragionamento centrato anche sull’amore volgare, Bruno osserva che «l’un contrario è sempre congiunto all’altro, trovandosi la massima contrarietade sempre nel medesimo geno e per conseguenza nel medesimo soggetto, quantunque i contrarii non possono essere insieme (…) Nulla si fa assolutamente da un pacifico principio ma tutto da principii contrari (…) e non c’è piacere di generazione senza dispiacere di corruzione». Inoltre, se è vero che negli Eroici furori la vita contemplativa ha il primato su quella attiva, secondo un tipico schema neoplatonico, la contemplazione non ha come fine la beatitudine e la tranquillità dell’animo ma il furore e l’entusiasmo di chi, posto nella prospettiva dirompente dell’infinito, sa che la propria ricerca è incessante e inesauribile.

I caratteri epici e umani del furioso
Attraverso una serie di emblemi simili alle illustrazioni delle tavole araldiche, Bruno esemplifica i caratteri del furioso in una galleria di motti latini tanto lapidari quanto incisivi. Ne ripercorriamo alcuni insieme al breve commento che egli fornisce per ciascuno.

Quello più denso da un punto di vista del significato è Ab Aetna, motto che contiene l’idea secondo cui se Dio è tutto in tutti, solo l’amore può chiarire quale Dio risieda in ciascun uomo. L’amore è sempre travagliato e tormentato ma il tormento assume un suo risvolto decisivo a seconda della modalità (eroica o volgare) con la quale l’individuo vive quella passione. Grazie alla sua potenza e perfezione infinita, si dice in Novae ortae Aeoliae, geroglifico in cui il furioso aspira incessantemente alla verità, l’intelletto finito può seguire l’intelletto infinito: questo è possibile, spiega Bruno, perché l’intelletto umano è eterno, finito in sé, ma infinito nell’oggetto.

Un turibolo fumante fa da cornice ad un altro motto, llius Aram, in cui Bruno dimostra che «agli uomini di eroico spirito tutte le cose si convertono in bene e si sanno servire della cattività in frutto di maggiore libertade, e l’esser vinto una volta convertiscono in occasione di maggior vittoria». Chi ama non si lamenta mai e anzi considera ogni occasione, anche la sconfitta, come momento di crescita.

Non peniamo invano verrebbe da dire, sebbene Nitimur in cassum sembri affermare il contrario: ma il motto si riferisce al volgo e alla comune opinione, la quale deve essere tenuta a debita distanza se si vuole cercare la sapienza. Il furioso fugge l’inetta moltitudine e conversa piuttosto con quelli con cui può diventar migliore, consapevole del detto di Epicuro secondo cui certe cose valgono per i pochi, non per i molti, perché anche in due si rischia di esser troppi («già abbastanza siamo di teatro l’uno all’altro»). Ci si sforza invano quindi se si diventa schiavi del corpo «carcere che tien rinchiusa la sua libertade, velo che gli tiene abbagliata la vista». Il popolo si divide incerto tra studio e passione, Scinditur incertum recita un altro motto: ma quello che Bruno sottolinea è il fatto che la potenza intellettiva vuole andare sempre oltre il limite, che il limite propriamente è qualcosa di artificioso, in quanto la volontà desidera sempre comprendere l’incomprensibile.
La volontà del furioso è amore che assalta, prende all’improvviso ed è irresistibile perché, come si spiega in Subito clam, «Non esiste imperio più grande, non è tirannide peggiore, né potestà più necessaria, non è cosa più dolce e soave, non si trova cibo che sia più austero e amaro (…): mi par che l’amore sia tutto, e faccia tutto; e de lui si possa dir tutto, e tutto possa attribuirsi a lui» in un gioco di opposizioni che ben esemplifica il principio della coincidenza dei contrari.

La Yates ha scritto che gli Eroici furori sono il diario spirituale di un uomo che aspirò ad essere un mago religioso. Noi non ne siamo convinti perché Bruno, prima di essere un religioso, rimane comunque un filosofo. Vero è invece che gli Eroici furori sono la migliore porta d’ingresso per accedere alle opere magiche del nolano nelle quali l’amore è descritto in modo minuzioso e profondo. Cosa possibile solo a chi ne avesse fatto un’esperienza personale, simile a quella dei nove ciechi che (come Bruno racconta nell’ultimo dialogo), intraprendono un’odissea per giungere a quella bellezza divina che una donna, Giulia, aveva mostrato loro nella “beltade” della sua forma.

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