Quando la sostanza diventa persona (II)

Dicevamo, nello scorso articolo, che lo Spirito è la relazione che unifica Dio e Cristo, così che vale come medio tra di essi. Lo spirito, così inteso, non è l’atto in virtù del quale il “tre” si toglie nell’“uno”, ma vale come il quid medium, cioè come ciò che sancisce, ossia che pone, la trinità, dunque la molteplicità. Si potrebbe dire in questo modo, per specificare meglio e anticipare il senso della nostra argomentazione: l’Uno è diventato Tre, ma il Tre non si sostituisce all’Uno, perché dal punto di vista della sostanza – l’innegabile – la realtà permane, in verità, una e unica. Ci sembra quanto mai interessante rilevare come il Dogma Trinitario sia stato espresso, per la prima volta, da Tertulliano nella formula “una substantia, tres personae”.

Tuttavia, esso trova completa formulazione nel Simbolo Niceno, il quale si imporrà poi con Teodosio nel Concilio di Costantinopoli. Alla definizione di tale Simbolo contribuiscono Atanasio e Alessandro, per i quali “Dio è il Padre, Dio è il Figlio e Dio è lo Spirito Santo. Ma non ci sono tre dei, bensì un solo Dio”. Il Simbolo è conservato, quasi nella sua forma originaria, nel Credo della Chiesa, dove si afferma che Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, è stato generato, ma non creato, dal Padre, ovverosia è della stessa sostanza del Padre, cioè consustanziale al Padre. Dal punto di vista della sostanza, quindi, essi sono un’unica e medesima realtà.

Nel De Trinitate, Agostino, riprendendo il passo iniziale del Vangelo di Giovanni, nel quale si afferma che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”, così commenta: “In questo passo Giovanni afferma non soltanto che il Verbo è Dio ma anche che è consustanziale al Padre” (Agostino, De Trinitate, trad. it. p. 19), dal momento che non è “creatura”. Subito dopo, infatti, aggiunge: “E se non è stato fatto [come invece sono state fatte tutte le cose, le quali sono state fatte per mezzo del Verbo], non è creatura; se non è creatura, è consustanziale al Padre” (ibidem).

Nel Simbolo Niceno, allorché si parla di “consustanzialità”, si fa uso dell’espressione “οὐσία”, espressione che viene innegabilmente mutuata dalla tradizione filosofica greca e cioè da Platone e da Aristotele. Essa serve ad indicare la natura unitaria di Dio, nel senso che nell’unica sostanza vengono meno le figure (personae) nonché la loro distinzione.

Non ci sembra irrilevante ricordare che anche Spinoza usa il termine Substantia per indicare l’assoluto, nel quale vengono meno tutte le differenze che appartengono agli attributi e ai modi. È opportuno anche sottolineare che nel Simbolo Niceno la figura, di per sé determinata, non viene ancora definita ὑπόστασις. Questa espressione, infatti, fa parte di una elaborazione più tardiva, che avverrà nella teologia post-nicena, allorquando lo Spirito Santo, che vale quale relatio di Padre e Figlio, verrà assunto anch’esso come ipostasi, ossia nella forma del medio (quid medium).

Orbene, nella lingua latina l’espressione greca ὑπόστασις dovrebbe venire tradotta con substantia. Se non che, nel linguaggio della teologia post-nicena essa finisce per assumere il significato di persona e, a nostro giudizio, si tratta di una vera e propria correzione dell’espressione “ipostasi”, anzi di un vero e proprio capovolgimento semantico. Se, infatti, l’espressione ὑπόστασις, che significa appunto substantia e fa riferimento all’unità del fondamento e non alla molteplicità delle figure, viene tradotta con persona, allora viene meno il senso del Simbolo, che anzi risulta di per sé assolutamente inintelligibile. Persona, come ricorda anche Virgilio Melchiorre, è da considerarsi “maschera del sacro”, “o – per dirla col mito biblico – icona visibile dell’invisibile” (V. Melchiorre, Corpo e persona, pp. XII-XIII), così che non può venire intesa nel significato di ὑπόστασις, cioè di sostanza. La sua consistenza, per essere più chiari, non è quella della sostanza, giacché la “persona” si risolve nell’inviare all’assoluto, del quale è appunto metafora.

Come giustificare teoreticamente, allora, il capovolgimento semantico indicato, che rischia di stravolgere il senso del Simbolo Niceno e di renderlo incomprensibile? A nostro giudizio, si può cercare di comprenderlo solo facendo ricorso alla distinzione di inevitabile e innegabile, che più volte abbiamo proposto nei nostri articoli. Si può considerare inevitabile, infatti, che le personae tendano ad ipostatizzarsi, ossia a sostantivarsi, perdendo il carattere di “metafore” che essenzialmente le connota. Ciò in ragione non soltanto del fatto che la loro determinazione implica in qualche modo la loro sostantivazione (la loro riduzione a cose), ma anche del fatto che la stessa relazione viene sostantivata e assunta come quid medium, così che le personae, che costituiscono i suoi termini, non possono non subire lo stesso destino. Non di meno, risulta innegabile che la relazione vada intesa non tanto come sussistente tra le personae, quanto nella struttura intrinseca di ciascuna di esse, in modo tale che ognuna deve venire intesa come un riferirsi in atto, cioè come l’atto del suo trascendersi come persona, che è l’atto del perdersi nella verità assoluta (Dio come Unità).

La perdizione nel vero non è vera perdizione, ma vera salvezza; di contro, cercare la salvezza nelle cose del mondo è falsa salvezza, dunque vera perdizione.

 

Riferimenti bibliografici

  • Agostino, De Trinitate, trad. it. di G. Beschin, La Trinità, Città Nuova Editrice, Roma 1973.
  • Melchiorre, Virgilio. 1987. Corpo e persona. Genova: Marietti.

 

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Foto di Oscar Ivan Esquivel Arteaga su Unsplash

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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