Il concetto di transazione (18.I)

Per indicare il valore prioritario e costitutivo della relazione, si è parlato di “transazione”. Il concetto di “transazione” viene compiutamente tematizzato da John Dewey in un’opera da lui scritta in collaborazione con Arthur Fisher Bentley e intitolata Conoscenza e transazione.

Prendendo in esame le molteplici forme del «conoscere» e il loro rapporto con i «conosciuti», i due Autori precisano che «qualsiasi conoscere (knowing) o qualsiasi conosciuto (know) si stabilisce o meno unicamente attraverso una continua e infaticabile ricerca, e mai sulla base di un qualche presunto “fondamento”, “premessa”, “assioma” o ipse dixit estrinseco» (Dewey – Bentley 1946, 62).

Qui il concetto di «ricerca» non fa che anticipare il concetto di «transazione», giacché con esso si intende indicare la necessità di valorizzare il primato della relazione conoscitiva sui termini di cui essa si compone, e cioè sul conoscere e sul conosciuto.

E tuttavia, già in ordine a questa iniziale affermazione è doveroso porre una precisazione e rilevare che è impossibile svolgere un qualsiasi discorso o, che è lo stesso, una qualsiasi ricerca, se non si muove da un punto assunto come fermo, e cioè da una premessa, che valga quale cominciamento della procedura che da esso prende le mosse.

È, dunque, indiscutibile che il punto vale come “punto di movenza” solo in quanto si procede oltre di esso, così che è in forza della procedura che esso risulta una premessa, ma è altrettanto indiscutibile che senza la premessa non è pensabile procedura alcuna.

Sotto questo aspetto, non ha senso valorizzare la ricerca (procedura, relazione) a scapito dei momenti che la costituiscono (essenzializzabili nelle forme dell’antecedente e del conseguente nonché delle tappe intermedie), così come non ha senso valorizzare i momenti a scapito della procedura (relazione).

In effetti, se la procedura si pone soltanto in virtù dei momenti che ne scandiscono lo svolgimento, altrettanto questi si pongono soltanto in virtù della procedura, in una circolarità che non può decretare l’emergenza, quale fondamento, né del momento né della procedura medesima.

Dewey e Bentley risponderebbero che proprio questa circolarità è la «transazione». La questione che ci si deve porre – per lo meno a nostro giudizio – è se la «transazione» configuri un diallele, e cioè un circolo vizioso, o se essa possa venire considerata legittimamente il fondamento, non statico né dogmatico o metafisico – come direbbero i due Autori –, ma dinamico, dell’identità dei termini da essa relati.

Il concetto di «transazione», ora rapidamente indicato, viene progressivamente a precisarsi nel corso dell’opera in esame. Poco più avanti, rispetto al passo citato sopra, troviamo scritto: «L’importanza che noi attribuiamo all’introduzione e all’adozione di nomi rigorosi si capirà subito non appena si inizi ad osservare la conoscenza come un fatto in divenire dell’attività comportamentale. L’osservazione non solo separa, ma riunisce anche in combinazione, con un sol colpo, materie che in altri tempi si son trattate separatamente e quindi bisognose di una forzosa organizzazione (di essere “sintetizzate”, come si dice tradizionalmente) mediante un qualche sussidio esterno. Considerare il linguaggio, con tutte le sue manifestazioni fonetiche e grafiche, come l’uomo-stesso-in-azione-che-tratta-con-cose è un’osservazione di questo tipo» (ivi, p. 65).

Il concetto di conoscenza si specifica, dunque, come «un fatto in divenire dell’attività comportamentale». Ora, a noi pare che questo enunciato contenga una ripetizione nonché un concetto discutibile. La ripetizione la ravvisiamo in questo: definire l’attività un divenire è un pleonasmo per la ragione che “attività” è la relazione di agente e agito, dunque l’azione dell’agente sull’agito, cioè il passaggio dall’uno all’altro.

Un’attività, che non si eserciti su qualcosa e non configuri un passaggio da un punto di movenza ad un punto di arrivo, insomma, non è un’attività affatto.

Che poi l’attività venga definita un «fatto», ebbene questo ci sembra discutibile. L’espressione «fatto» configura il participio passato del verbo “fare” e il participio passato, com’è noto, indica la passività, non l’attività.

Indica, cioè, che un’azione è già stata compiuta e che il suo compimento appartiene al passato, laddove l’attività indica un compimento in via di attuazione.

Non di meno, «l’osservazione non solo separa, ma riunisce anche in combinazione, con un sol colpo, materie che in altri tempi si son trattate separatamente e quindi bisognose di una forzosa organizzazione mediante un qualche sussidio esterno». Questa proposizione, invece, ci pare quanto mai interessante.

In essa si pone, infatti, l’identità di “osservazione” e “relazione” e tale identità emerge precisamente con l’affermare che l’osservazione tanto separa, quanto congiunge.

Altrettanto, la relazione distingue i relati nel congiungerli e li congiunge nel distinguerli.

Riferimenti bibliografici
– Dewey, John –  Bentley, Arthur F. 1946. Knowing and the know. Boston (Mass.): The Beacon Press(trad. it.: Mistretta. 1974. Conoscenza e transazione. Firenze: La Nuova Italia).

Foto di Lysander Yuen su Unsplash

 

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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