Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto. Continue Reading

L’unità dello Spirito (16.III)

Se “Dio può essere presente nella creazione solo nella forma dell’assenza” (S. Weil), il riferirsi a Dio è riferirsi a una mancanza; la differenza “ontologica” (o se si preferisce “teologica”) tra creature (enti) e Dio (essere Assoluto) va ripensata, e alla luce di tale ripensamento va riproposto il tema della sua dicibilità.

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Del nominare Dio invano (16.I)

“Per pensarti, Eterno, [l’uomo] non ha che le bestemmie”; con questo lapidario verso Ungaretti chiude una delle sue più profonde liriche (la Pietà, 1928, scritta subito dopo il suo ritorno al cristianesimo).

Quello che il poeta chiama Eterno (Dio) è l’Assoluto, ciò a cui autenticamente tende l’in-tenzione che anima la ricerca e il dire degli umani (e al quale, nella lirica, si rivolge).

Gli uomini avvertono, con desiderio e sofferenza, la necessità di fondare la propria esistenza, di radicarsi in un fondamento stabile, stante la loro insufficienza a “permanere”, a consistere in una pretesa (e presunta) auto-nomia. Desiderio di pienezza e angoscia dell’impermanenza impongono l’avvio di una ricerca che non può non “portare oltre”. Continue Reading

L’attualità di fisica e metafisica

Che la domanda cos’è la filosofia? sia già filosofia, è un assunto che questa rivista e le attività di Ritiri Filosofici hanno sempre sposato in pieno. È infatti frequente che il dubbio si rivolga non solo a questioni più specifiche e circoscritte, ma alla natura stessa della speculazione. Questa pratica ricorsiva non deve essere letta come un eccesso formale, piuttosto essa è connaturata alla domanda filosofica e si ripropone continuamente da sé. Con una certa assertività sintetica si potrebbe dire che tutta la filosofia che non si chiede la natura del suo stesso filosofare, muove da una presunzione di verità. Continue Reading

La filosofia e la superbia

Fichte, nella lettera a Jacobi del 30 agosto 1795, scrive: “Noi cominciammo a filosofare per orgoglio (Übermut) e fummo portati così a perdere la nostra innocenza (Unschuld); abbiamo scoperto la nostra nudità e d’allora noi filosofiamo per il bisogno della nostra salvezza (Erlösung)”: questo è l’assunto che propongo a meditazione. Continue Reading

La metafisica ritrovata

Ponendo la distinzione fra fenomeno e noumeno, Kant ha di fatto depotenziato la metafisica. Ciononostante, il filosofo di Königsberg ha continuato a sostenere che la metafisica, malgrado il depotenziamento che le sue opere ne avevano prodotto, giocava un importante ruolo nell’economia generale del fare filosofia. L’impressione, al contrario, è che con Kant la metafisica abbia subìto un colpo pressoché mortale.

L’opera anti-metafisica di Kant è una delle massime espressioni di quella che Deleuze chiamerà «Filosofia del Soggetto», una tradizione filosofica che trova in Descartes il suo padre nobile, e in Kant uno dei suoi più grandi esponenti. In essa permane, quasi come dato innegabile, preliminare e dogmatico, una separazione netta fra soggetto e oggetto, fra la parte e il tutto. Il maggiore sforzo kantiano, non a caso, in tutta la prima Critica è volto proprio a trovare un collegamento fra le categorie e i fenomeni, tra il soggetto e l’oggetto. Questo iato naturale, innato e insanabile è il burrone nel quale si seppellisce ogni velleità veritativa della metafisica, secondo Kant. Continue Reading

Totalità e assoluto (I)

L’assoluto non può venire confuso con la totalità, se per “totalità” si intende l’insieme di tutte le determinazioni. Un conto, infatti, è il “tutto” inteso come “intero”; altro conto è il “tutto” inteso come “insieme” e che viene sovente definito “totalità”, intendendo il “tutto-di-parti”.

Per chiarire la differenza indicata, prendiamo le mosse da questo punto: la totalità intesa come “insieme”, va notato prima facie, non comprende soltanto tutte le cose (determinazioni), ma anche tutte le relazioni che sussistono tra tutte le cose, almeno se la relazione viene intesa come medio, ossia in forma di ipostasi.

La totalità configura, quindi, un’infinità quantitativa, ossia numerica, tant’è che sarebbe più corretto definirla “indefinitività”.

Anche la totalità, pertanto, risulta non determinabile, ma non per la ragione che, essendo assoluta, non può venire limitata, ma perché, essendo “indefinita” – giacché non si è mai in grado di affermare di avere colto tutte le possibili determinazioni –, essa costituisce una quantità incrementabile e ciò non la rende mai determinabile in forma definitiva. Continue Reading

Metafisica post-melanconica

L’abbandono di un puro sguardo metafisico sul mondo rappresenta una delle peggiori derive della filosofia del nostro tempo. E per nostro tempo non si intende qui soltanto la filosofia contemporanea, piuttosto ci si riferisce almeno a tutta la cultura filosofica del Novecento. Una cultura che, in un modo o nell’altro, ha fatto sue posizioni nichilistiche e ha proseguito imperterrita sulla via tracciata dai moderni, per cui la metafisica si configura come antropologia e non come una filosofia della natura. Quella che Rocco Ronchi, infatti, nel suo Il canone minore definiva come «la linea maggiore» (cfr. Ronchi 2017) del pensiero occidentale intende la metafisica come una “struttura filosofica” il cui architrave è «l’intuizione della contingenza dell’ente. […] Il piano dell’esperienza è, infatti, un piano in cui si dà sempre dell’essere minacciato dal nulla» (Ivi, p. 69). La finitezza, la forma-Uomo, la inevitabile conclusione delle cose, sono tutti concetti afferenti ad una idea di metafisica appoggiata sulla contingenza. Scriveva ancora Ronchi in quell’importante testo: «contingenza significa dunque che la cosa, qualunque cosa, è, come tale, un non-niente: è in bilico sull’abisso del nulla» (Ibidem). Questa lettura storico-critica dell’approccio metafisico moderno risente inevitabilmente dell’insegnamento di Emanuele Severino, il cui lavoro sul concetto di nichilismo resta insuperato se si vuole uscire dalla gabbia dello schema moderno (si veda ad esempio, tra i tanti, Severino 1982). Continue Reading

Elogio della filosofia

Presentiamo ai nostri lettori, per la pausa estiva di agosto, cinque testi di grandi autori che riflettono sulla Filosofia, sul suo ruolo e sulla sua importanza.

Buona lettura e buona estate a tutti!

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Elogio della Filosofia
di Maurice Merleau-Ponty

C’è motivo di temere che anche il nostro tempo rifiuti la filosofia e che anche in esso, ancora una volta, la filosofia non sia che nuvole. Filosofare, infatti, è cercare e ammettere che ci sono cose da vedere e da dire. Ora, al giorno d’oggi, non si cerca più molto. Si ritorna» a questa o a quella tradizione, la si «difende».

Le nostre convinzioni si fondano non su dei valori o su delle verità percepite, quanto piuttosto sui vizi o sugli errori delle convinzioni che rifiutiamo. Amiamo poche cose se ne detestiamo molte. Il nostro pensiero è un pensiero in ritirata o in ripiegamento. Ognuno espia la sua giovinezza. Questa decadenza è in accordo con l’andamento della nostra storia. Oltrepassato un certo punto di tensione, le idee cessano di proliferare e di vivere, scadono al rango di giustificazioni e di pretesti, sono reliquie, punti d’onore, e ciò che si chiama pomposamente il movimento delle idee si riduce alla somma delle nostre nostalgie, dei nostri rancori, delle nostre timidezze, delle nostre fobie. In questo mondo in cui la negazione e le passioni lugubri tengono il luogo delle certezze, ciò che soprattutto non si cerca è di vedere, ed è allora la filosofia, poiché essa chiede di vedere, che passa per empietà. Sarebbe facile mostrarlo a proposito dei due assoluti che sono al centro delle nostre discussioni: Dio e la storia. Colpisce constatare come oggi non si pensi più a provare l’esistenza di Dio, come facevano san Tommaso, sant’Anselmo o Descartes. Di solito le prove restano sottintese; ci si limita a rifiutare la negazione di Dio, sia cercando nelle nuove filosofie qualche fessura per la quale ricomparire la nozione, sempre presupposta dell’Essere necessario; sia, al contrario, se queste nuove filosofie quella nozione pongono in questione senza incertezze, squalificandole sbrigativamente come ateismo. Anche riflessioni così serene come quelle di de Lubac sull’umanismo ateo o quelle di Maritain sul significato dell’ateismo contemporaneo sono condotte come se ogni filosofia, quando non sia teologica, si riducesse alla negazione di Dio.

De Lubac affronta, come oggetto di studio, un ateismo che, egli dice, voglia veramente «rimpiazzare ciò che distrugge», il quale comincia dunque col distruggere ciò che vuol rimpiazzare e che è piuttosto, come quello di Nietzsche, una specie di deicidio. Maritain esamina ciò che curiosamente chiama ateismo positivo e che gli appare subito come «una lotta attiva contro tutto ciò che ricorda Dio», un «antiteismo», un «atto di fede alla rovescia», un «rifiuto di Dio», una «sfida a Dio». Ora, questo antiteismo esiste certamente, ma, essendo teologia alla rovescia, non è una filosofia, sicché, a concentrare su di esso la discussione, si può forse dimostrare che esso racchiude in sé la teologia che combatte; ma così si riduce tutto, e nel contempo, a una polemica fra teismo e antropoteismo, i quali si rimandano l’un l’altro l’accusa risentita di alienazione; si dimentica di chiedersi se la filosofia deve proprio scegliere fra la teologia e l’apocalisse del paese delle meraviglie o la «mistica del superuomo », e se mai un filosofo ha investito l’uomo delle funzioni metafisiche dell’Onnipotente.

In realtà la filosofia si pone in un altro ordine di problemi ed è per le medesime ragioni che essa evita l’umanismo prometeico quanto le affermazioni rivali della teologia. La filosofia non sostiene che sia possibile un superamento finale delle contraddizioni umane, né che l’uomo totale ci attende nel futuro: come tutti, non ne sa nulla. Sostiene invece – ed è tutt’altra cosa – che il mondo ricomincia, che noi non dobbiamo giudicare il suo futuro in base a ciò che è stato il suo passato, che l’idea di un destino ferreo nelle cose non è un’idea, ma una vertigine, che i nostri rapporti con la natura non sono stabiliti una volta per tutte, che nessuno può sapere ciò che può fare la libertà, né immaginare quali sarebbero i costumi e i rapporti umani in una civiltà che non sia più assillata dalla competizione e dal bisogno. Essa non pone la sua speranza in alcun destino, anche se favorevole, ma giustamente la pone in ciò che in noi non è destino, nella contingenza della nostra storia, ed è il suo abito di negazione ciò che caratterizza la sua posizione. Bisogna allora dire che la filosofia è umanismo?

No, se si intende per uomo un principio esplicativo che si tratterebbe di sostituire ad altri principi. Non si spiega nulla con l’uomo, poiché esso non è una forza, ma una debolezza nel cuore dell’essere, non un elemento cosmologico, ma il luogo in cui tutti gli elementi cosmologici, per una mutazione che non è mai compiuta, cambiano di senso e diventano storia. L’uomo ha contemporaneamente il suo luogo sia nella contemplazione di una natura inumana che nell’amor di sé. La sua esistenza si estende a troppe cose – o, per essere esatti, a tutte – per diventare essa stessa oggetto di autocompiacimento o per autorizzare ciò che si ha ragione di chiamare un «fanatismo umanistico». Ma la medesima pluralità di principi che elude ogni religione dell’umanità toglie anche i puntelli alla teologia. La teologia infatti non constata la contingenza dell’essere umano se non per derivarla da un Essere necessario, vale a dire per disfarsene; si serve dello stupore filosofico solo per motivare un’affermazione che gli dà fine. La filosofia ci risveglia a ciò che l’esistenza del mondo e la nostra hanno di problematico in sé, al punto da distoglierci per sempre dal cercare una soluzione, come diceva Bergson, «nel quaderno del maestro». De Lubac polemizza con un ateismo che intende sopprimere, egli dice, «financo il problema che aveva fatto nascere Dio nella coscienza». Questo problema è così poco ignorato dal filosofo che egli, al contrario, lo radicalizza, lo pone al di sopra delle «soluzioni » che lo soffocano.

L’idea dell’Essere necessario, come quella della «materia eterna» o quella dell’ «uomo totale» gli sembrano banali al confronto con questo sorgere dei fenomeni in ogni stadio del mondo e a questa nascita continua che egli è occupato a descrivere. In situazione, egli può benissimo comprendere la religione come una delle espressioni del fenomeno centrale, ma – l’esempio di Socrate ce l’ha ricordato – non è affatto la medesima cosa, anzi è pressoché la contraria, comprendere la religione e imporla. Lichtenberg – del quale Kant diceva che ogni sua frase nasconde un pensiero profondo – pensava più o meno questo: che non si deve affermare Dio e neppure negarlo; e spiegava: «Non bisogna che il dubbio sia superiore alla vigilanza critica, altrimenti può diventare un pericolo». Non è che volesse lasciare aperte certe prospettive, né che volesse accontentare tutti; è che egli si poneva per proprio conto in una coscienza di sé, del mondo e degli altri come « estranei» (il termine è ancora suo) che è guastata altrettanto bene da spiegazioni tra loro rivali e opposte. Questo momento decisivo in cui delle particelle di materia, delle parole, degli eventi si lasciano animare da un senso del quale essi disegnavano il contorno imminente senza contenerlo, e prima ancora questo suono fondamentale del mondo, già presente nella più piccola delle nostre percezioni e al quale faranno eco la conoscenza e la storia, è la medesima cosa constatarlo contro ogni spiegazione naturalistica e scioglierlo da ogni necessità sovrana. Si lascia dunque da parte la vera filosofia quando la si definisce come ateismo: questa è la filosofia guardata con l’occhio del teologo. La sua negazione non è che l’inizio di un’attenzione, di una serietà, di un’esperienza in base alle quali bisogna giudicarla. Se d’altronde si rammenta la storia, del termine ateismo, e come è stato applicato anche a Spinoza, che è tuttavia il più positivo dei filosofi, bisogna ammettere che si definisce ateo ogni pensiero che destabilizza o definisce altrimenti il sacro, e che la filosofia, che non mette mai il sacro qui o là, come fosse una cosa, ma lo pone nel punto di intersezione delle cose o delle parole, sarà sempre esposta a questo tipo di rimprovero, senza che esso possa mai toccarla davvero.

Merleau-Ponty, Maurice. 2008. Elogio della Filosofia. Milano: SE.

Foto di British Library su Unsplash

 

Severino e la Contraddizione C

Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito.  Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.

Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.

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