Elogio della filosofia

Presentiamo ai nostri lettori, per la pausa estiva di agosto, cinque testi di grandi autori che riflettono sulla Filosofia, sul suo ruolo e sulla sua importanza.

Buona lettura e buona estate a tutti!

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Elogio della Filosofia
di Maurice Merleau-Ponty

C’è motivo di temere che anche il nostro tempo rifiuti la filosofia e che anche in esso, ancora una volta, la filosofia non sia che nuvole. Filosofare, infatti, è cercare e ammettere che ci sono cose da vedere e da dire. Ora, al giorno d’oggi, non si cerca più molto. Si ritorna» a questa o a quella tradizione, la si «difende».

Le nostre convinzioni si fondano non su dei valori o su delle verità percepite, quanto piuttosto sui vizi o sugli errori delle convinzioni che rifiutiamo. Amiamo poche cose se ne detestiamo molte. Il nostro pensiero è un pensiero in ritirata o in ripiegamento. Ognuno espia la sua giovinezza. Questa decadenza è in accordo con l’andamento della nostra storia. Oltrepassato un certo punto di tensione, le idee cessano di proliferare e di vivere, scadono al rango di giustificazioni e di pretesti, sono reliquie, punti d’onore, e ciò che si chiama pomposamente il movimento delle idee si riduce alla somma delle nostre nostalgie, dei nostri rancori, delle nostre timidezze, delle nostre fobie. In questo mondo in cui la negazione e le passioni lugubri tengono il luogo delle certezze, ciò che soprattutto non si cerca è di vedere, ed è allora la filosofia, poiché essa chiede di vedere, che passa per empietà. Sarebbe facile mostrarlo a proposito dei due assoluti che sono al centro delle nostre discussioni: Dio e la storia. Colpisce constatare come oggi non si pensi più a provare l’esistenza di Dio, come facevano san Tommaso, sant’Anselmo o Descartes. Di solito le prove restano sottintese; ci si limita a rifiutare la negazione di Dio, sia cercando nelle nuove filosofie qualche fessura per la quale ricomparire la nozione, sempre presupposta dell’Essere necessario; sia, al contrario, se queste nuove filosofie quella nozione pongono in questione senza incertezze, squalificandole sbrigativamente come ateismo. Anche riflessioni così serene come quelle di de Lubac sull’umanismo ateo o quelle di Maritain sul significato dell’ateismo contemporaneo sono condotte come se ogni filosofia, quando non sia teologica, si riducesse alla negazione di Dio.

De Lubac affronta, come oggetto di studio, un ateismo che, egli dice, voglia veramente «rimpiazzare ciò che distrugge», il quale comincia dunque col distruggere ciò che vuol rimpiazzare e che è piuttosto, come quello di Nietzsche, una specie di deicidio. Maritain esamina ciò che curiosamente chiama ateismo positivo e che gli appare subito come «una lotta attiva contro tutto ciò che ricorda Dio», un «antiteismo», un «atto di fede alla rovescia», un «rifiuto di Dio», una «sfida a Dio». Ora, questo antiteismo esiste certamente, ma, essendo teologia alla rovescia, non è una filosofia, sicché, a concentrare su di esso la discussione, si può forse dimostrare che esso racchiude in sé la teologia che combatte; ma così si riduce tutto, e nel contempo, a una polemica fra teismo e antropoteismo, i quali si rimandano l’un l’altro l’accusa risentita di alienazione; si dimentica di chiedersi se la filosofia deve proprio scegliere fra la teologia e l’apocalisse del paese delle meraviglie o la «mistica del superuomo », e se mai un filosofo ha investito l’uomo delle funzioni metafisiche dell’Onnipotente.

In realtà la filosofia si pone in un altro ordine di problemi ed è per le medesime ragioni che essa evita l’umanismo prometeico quanto le affermazioni rivali della teologia. La filosofia non sostiene che sia possibile un superamento finale delle contraddizioni umane, né che l’uomo totale ci attende nel futuro: come tutti, non ne sa nulla. Sostiene invece – ed è tutt’altra cosa – che il mondo ricomincia, che noi non dobbiamo giudicare il suo futuro in base a ciò che è stato il suo passato, che l’idea di un destino ferreo nelle cose non è un’idea, ma una vertigine, che i nostri rapporti con la natura non sono stabiliti una volta per tutte, che nessuno può sapere ciò che può fare la libertà, né immaginare quali sarebbero i costumi e i rapporti umani in una civiltà che non sia più assillata dalla competizione e dal bisogno. Essa non pone la sua speranza in alcun destino, anche se favorevole, ma giustamente la pone in ciò che in noi non è destino, nella contingenza della nostra storia, ed è il suo abito di negazione ciò che caratterizza la sua posizione. Bisogna allora dire che la filosofia è umanismo?

No, se si intende per uomo un principio esplicativo che si tratterebbe di sostituire ad altri principi. Non si spiega nulla con l’uomo, poiché esso non è una forza, ma una debolezza nel cuore dell’essere, non un elemento cosmologico, ma il luogo in cui tutti gli elementi cosmologici, per una mutazione che non è mai compiuta, cambiano di senso e diventano storia. L’uomo ha contemporaneamente il suo luogo sia nella contemplazione di una natura inumana che nell’amor di sé. La sua esistenza si estende a troppe cose – o, per essere esatti, a tutte – per diventare essa stessa oggetto di autocompiacimento o per autorizzare ciò che si ha ragione di chiamare un «fanatismo umanistico». Ma la medesima pluralità di principi che elude ogni religione dell’umanità toglie anche i puntelli alla teologia. La teologia infatti non constata la contingenza dell’essere umano se non per derivarla da un Essere necessario, vale a dire per disfarsene; si serve dello stupore filosofico solo per motivare un’affermazione che gli dà fine. La filosofia ci risveglia a ciò che l’esistenza del mondo e la nostra hanno di problematico in sé, al punto da distoglierci per sempre dal cercare una soluzione, come diceva Bergson, «nel quaderno del maestro». De Lubac polemizza con un ateismo che intende sopprimere, egli dice, «financo il problema che aveva fatto nascere Dio nella coscienza». Questo problema è così poco ignorato dal filosofo che egli, al contrario, lo radicalizza, lo pone al di sopra delle «soluzioni » che lo soffocano.

L’idea dell’Essere necessario, come quella della «materia eterna» o quella dell’ «uomo totale» gli sembrano banali al confronto con questo sorgere dei fenomeni in ogni stadio del mondo e a questa nascita continua che egli è occupato a descrivere. In situazione, egli può benissimo comprendere la religione come una delle espressioni del fenomeno centrale, ma – l’esempio di Socrate ce l’ha ricordato – non è affatto la medesima cosa, anzi è pressoché la contraria, comprendere la religione e imporla. Lichtenberg – del quale Kant diceva che ogni sua frase nasconde un pensiero profondo – pensava più o meno questo: che non si deve affermare Dio e neppure negarlo; e spiegava: «Non bisogna che il dubbio sia superiore alla vigilanza critica, altrimenti può diventare un pericolo». Non è che volesse lasciare aperte certe prospettive, né che volesse accontentare tutti; è che egli si poneva per proprio conto in una coscienza di sé, del mondo e degli altri come « estranei» (il termine è ancora suo) che è guastata altrettanto bene da spiegazioni tra loro rivali e opposte. Questo momento decisivo in cui delle particelle di materia, delle parole, degli eventi si lasciano animare da un senso del quale essi disegnavano il contorno imminente senza contenerlo, e prima ancora questo suono fondamentale del mondo, già presente nella più piccola delle nostre percezioni e al quale faranno eco la conoscenza e la storia, è la medesima cosa constatarlo contro ogni spiegazione naturalistica e scioglierlo da ogni necessità sovrana. Si lascia dunque da parte la vera filosofia quando la si definisce come ateismo: questa è la filosofia guardata con l’occhio del teologo. La sua negazione non è che l’inizio di un’attenzione, di una serietà, di un’esperienza in base alle quali bisogna giudicarla. Se d’altronde si rammenta la storia, del termine ateismo, e come è stato applicato anche a Spinoza, che è tuttavia il più positivo dei filosofi, bisogna ammettere che si definisce ateo ogni pensiero che destabilizza o definisce altrimenti il sacro, e che la filosofia, che non mette mai il sacro qui o là, come fosse una cosa, ma lo pone nel punto di intersezione delle cose o delle parole, sarà sempre esposta a questo tipo di rimprovero, senza che esso possa mai toccarla davvero.

Merleau-Ponty, Maurice. 2008. Elogio della Filosofia. Milano: SE.

Foto di British Library su Unsplash

 

Severino e la Contraddizione C

Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito.  Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.

Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.

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L’uomo, la più importante delle materie prime

Per comprendere la tesi di Heidegger in merito all’essenza dell’uomo bisogna partire dall’assunto che la soggettità (come il filosofo tedesco indica il principium individuationis) è un modo della dimenticanza dell’essere. Tale principio metafisico è all’origine del dominio, ovvero la modalità fondamentale dell’esistenza umana, che si realizzerà compiutamente nell’odierna età della tecnica. Chi ha affrontato seriamente i testi sa bene che quelli di Heidegger sono estenuanti, snervanti, a volte enigmatici. Ma non per questo sono eludibili se si tiene presente il fatto che il filosofo tedesco è il pensatore che ha tracciato il campo da gioco della filosofia contemporanea. Noi, che non siamo certo heideggeriani, riconosciamo però come egli sia stato una sorta di Cartesio della filosofia contemporanea da cui i filosofi successivi hanno tratto linguaggio e materia speculativa. Nei venticinque anni che vanno dalla prolusione universitaria Che cos’è metafisica? del 1929 al saggio Oltrepassamento della metafisica del 1954, Heidegger chiarisce a se stesso e ai suoi interlocutori il significato dell’essenza dell’uomo e della sua individuazione. Noi ne abbiamo ricostruito il percorso.

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Evola e Guénon, due pensatori al di là dell’ordinario

Nell’analisi del rapporto tra Oriente e Occidente un ruolo fondamentale spetta a due grandi figure del pensiero del novecento: Julius Evola e René Guénon. Come ha scritto lo storico e filosofo Andrea Scarabelli, «i due furono attenti diagnosti della crisi della modernità, costituendo quasi un unicum in quel panorama frastagliato ed eterogeneo che siamo soliti chiamare Kulturcrisis». Ai due si può aggiungere anche il nome del tedesco Oswald Spengler soprattutto a motivo della distinzione, utilizzata da tutti e tre per leggere lo sviluppo storico delle società umane, tra Kultur (Civiltà) e Zivilisation (Civilizzazione). Si tratta di un’opposizione nata nell’ambito della cultura tedesca in cui il termine negativo è quello di Zivilisation in quanto indica, secondo le parole dello stesso Guénon, «la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista quantitativo, tendenza talmente radicata nelle concezioni scientifiche degli ultimi secoli (…) da permettere di definire la nostra epoca il regno della quantità». Continue Reading

Da Hegel a Severino: la “dialettica originaria”

Questa riflessione ruota intorno all’uso, da parte di Emanuele Severino, del termine ‘dialettica’. Si tratta di una nozione che non richiama, a prima vista, i concetti distintivi del pensiero severiniano, ma che tuttavia gioca un ruolo fondamentale all’interno de La struttura originaria, l’opera che costituisce il terreno nel quale tutti gli scritti di Severino ritrovano la fondazione che è loro propria (cfr. Severino, 1981, 13). Per comprendere l’importanza, quasi nascosta, che questa nozione ricopre negli equilibri della concettualità severiniana, basti pensare che il filosofo bresciano introduce «l’autentico concetto della dialettica» (Severino, 1981, 386) – proprio in contrapposizione al «concetto che ne ebbe Hegel» (ibidem) – contestualmente all’esposizione dei tratti essenziali della «essenza del fondamento» (ivi, 107). Non è quindi possibile dar conto della struttura originaria se non si comprende il ruolo che la dialettica, severinianamente intesa, gioca al suo interno. Proprio nell’ottica di delineare questo senso assunto dalla dialettica, occorre anzitutto iniziare a distinguere alcuni dei significati che il termine ha assunto nel corso della storia del pensiero. Sarà pertanto brevemente richiamata e contestualizzata la concezione platonica di dialettica, per comprendere quali siano i suoi connotati essenziali. Si passerà, successivamente e più diffusamente, all’indagine della dialettica in Hegel, che sembra richiamare più la filosofia di Eraclito che quella di Platone. L’idealismo assoluto hegeliano permetterà di avvicinarsi al pensiero severiniano. Ci sarà infatti modo di vedere che Hegel e Severino condividono l’atteggiamento filosofico di fondo con cui si rivolgono alla dialettica, al netto della radicale differenza che li separa. Solo alla fine di questo percorso, più teoretico che storico, si potrà comprendere appieno il significato e l’importanza ricoperta dalla dialettica in Severino, mostrando la connessione intrinseca tra il suo senso autentico e l’essenza stessa del linguaggio che testimonia il destino. Dopo aver compreso che la dialettica è tutt’altro che una nozione ‘secondaria’ – ancorché non immediatamente riconoscibile come distintiva del linguaggio filosofico severiniano – si mostrerà che essa è anzi l’architrave dell’intero sistema con cui Severino sfida l’Occidente. Continue Reading

Guénon e la scienza come sapere ignorante

A leggere René Guénon, filosofo francese vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, uno si domanda come mai, nella letteratura relativa alla decadenza della civiltà occidentale, il canone filosofico abbia imposto esclusivamente autori come Marx, Freud o la Scuola di Francoforte. Sono queste le tradizioni di pensiero che costituiscono la vulgata dell’Occidente, imprescindibili per mettere a fuoco la crisi ormai secolare in cui versa questa parte del pianeta.

La risposta alla domanda forse consiste in ciò: mentre quei pensatori non intaccano un sistema di valori che finisce per conservare il suo primato planetario, Guénon investe con la sua critica le radici stesse della civiltà occidentale. Non si tratta in altre parole di mettere in campo dei mutamenti grazie ai quali essa possa correggersi, emendare aspetti anche importanti ma che non cambiano lo scenario di fondo. Il problema è che, nell’ambito dello sviluppo complessivo dell’umanità, l’Occidente costituisce una vera e propria anomalia.

Questa è la posizione di Guénon il quale, tramite anche il confronto sistematico con la civiltà orientale, mina alle fondamenta il pregiudizio della superiorità indiscussa e indiscutibile della civiltà occidentale. Continue Reading

Rovesciare lo schema: Processo e realtà di Alfred N. Whitehead (II)

Audacia e umiltà sono le due caratteristiche che deve possedere lo spirito filosofico affinché possa cogliere ciò che si nasconde nel grembo della natura. La filosofia, dunque, come abbiamo già detto, è scoperta e ricerca continua, inevitabile processo che deve confrontarsi con la logica e i fatti, che non può e deve sfociare in una esposizione personale e individuale. La filosofia, scrive Whitehead, è «l’auto-correzione ad opera della coscienza del suo iniziale eccesso di soggettività» (Whitehead 2019, 177). La filosofia, allora, non è specialistica e nemmeno settoriale: è il più ampio dei discorsi sopra la natura; la filosofia è tale nel momento in cui è – in definitiva – metafisica. Ma per entrare in questa esposizione metafisica del reale, nel senso più completo del termine, ovvero che oltrepassi il fisico ricomprendendolo in una logica organicistica, è necessario definire alcune «nozioni primarie che costituiscono la filosofia dell’organismo» (Whitehead 2019, 187) e sulle quali, quindi, si fonda Processo e realtà.

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Rovesciare lo schema: Processo e realtà di Alfred N. Whitehead (I)

Con questo articolo intendo avviare una serie di contributi che ci porteranno ad esplorare, in maniera quanto più possibile analitica e tuttavia fruibile, l’opus magnum di uno dei maggiori filosofi del Novecento occidentale: Processo e realtà di Alfred North Whitehead. Quest’opera, infatti, rappresenta il maggiore contributo filosofico del pensatore inglese che nelle sue oltre cinquecento pagine condensa e rimodella tutto quanto avesse in precedenza scritto. In Processo e realtà emerge senza dubbio l’anima metafisica di Whitehead, ma traspare evidentemente anche il suo retroterra matematico e scientifico. Prima però di inoltrarci nei temi dell’opera è bene conoscerne un po’ la genesi, la struttura e – credo – sia opportuno indicare la postura con la quale leggeremo Processo e realtà e quindi il ruolo che Whitehead immagino debba ricoprire all’interno di un discorso storico-filosofico completo. Continue Reading

L’Infinito primo, il primo Infinito

La metafisica, come in una perfetta sceneggiatura, ciclicamente irrompe sulla scena. Molto spesso, tuttavia, non irrompe con la prepotenza di chi ha la voglia di imporsi, semmai segnala la sua presenza sullo sfondo e ricorda ai teatranti il campo entro il quale hanno facoltà di muoversi.  Anche nell’attuale discorso filosofico antropocentrico, la metafisica balbetta la sua parola, che appare sempre più – appunto – come un balbettare stanco difficilmente recepito. La maggior parte della filosofia novecentesca ha iniziato a considerare la metafisica un discorso erede di una tradizione ormai morta e sepolta, e quindi un discutere vano. Lo sguardo si è via via spostato sul piano etico, attivo, umano, del pensiero. Così facendo si è inteso tralasciare tutto quanto riguardasse la speculazione metafisica. Come se questa non fosse in realtà, già di per sé, un atto; è questo che sfugge a buona parte della filosofia contemporanea: il pensiero filosofico è sempre un fare filosofia, un intervenire sul mondo, un gesto che impone la sua presenza sul reale (o almeno su ciò che consideriamo tale). La metafisica, prima o poi, ciclicamente irrompe sulla scena.
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La concretezza della metafisica

L’origine editoriale del termine metafisica (metà tà physiká, ovvero i libri di Aristotele che si trovavano dopo la Fisica) rappresenta da sempre anche una sfumatura che caratterizza e identifica quest’area di interesse della filosofia. Eppure, al giorno d’oggi, la metafisica non gode affatto di una stima nel discorso filosofico e sembra essere invisa ai più e dimenticata: nelle università, ad esempio, non ci sono cattedre di metafisica e pochissimi corsi la riguardano esplicitamente, se non nelle facoltà teologiche (e questo ci dice molto). La metafisica ha acquisito una certa familiarità con la mistica, con qualcosa di esoterico e che esce dal perimetro del discorso filosofico e, così facendo, essa si è eclissata, fin quasi a diventare qualcosa di laterale e indicibile. La metafisica è dunque nascosta, de-valorizzata, ritenuta una riflessione più vicina alla fede, ammantata di una certa oscurità. Continue Reading