Cantiere Spinoza

Così come per qualsiasi altra occupazione, anche in filosofia sono necessari strumenti adeguati per fare bene il proprio lavoro, tali soprattutto da superare le difficoltà che presto o tardi sempre si dovranno affrontare. In questo senso uno dei suoi strumenti principali è il concetto di definizione, stabilire il quale non è neutrale ed implica delle conseguenze decisive. Chi delle definizioni ha fatto l’essenza del proprio filosofare è stato Spinoza il quale ha costruito l’intero suo edificio proprio grazie al metodo geometrico. Molti però, tra gli stessi filosofi, ne hanno dichiarato l’inutilità o addirittura l’artificiosità. Adorno nelle sue lezioni confessava che, di fronte alle definizioni del filosofo olandese, si trovava «del tutto disorientato, come la mucca di fronte alla porta nuova». Il filosofo della Dialettica dell’Illuminismo finiva poi per dichiarare che in filosofia ci sono dei concetti che non sono passibili di definizione con la conseguenza che la sua ricerca era inutile. Adorno si rifaceva esplicitamente a Kant il quale aveva sostenuto a sua volta una ben precisa critica della definizione così come utilizzata in filosofia. Solo al termine delle sue lezioni, guardando ai risultati della filosofia contemporanea, Adorno (in maniera onesta) sembra spezzare una lancia a favore della definizione e addirittura ritirare la propria tesi.

La definizione in Aristotele e in Kant
Da un punto di vista etimologico, la parola definizione è composta dalla preposizione de e dal nome finis: discorso sul limite. La definizione quindi indica i confini entro i quali è racchiusa l’essenza o il concetto di qualche cosa. Essa pertanto deve cogliere gli aspetti comuni o differenziali di una certa cosa: in altre parole, la definizione si intende secondo il genere e la differenza specifica. Questa impostazione risale ad Aristotele il quale affermava che c’è definizione solo quando il termine significa qualcosa di primario, ovvero quando si parla di cose che non possono essere predicate di altre. Il genere è il primo elemento della definizione (dove per genere si intende il complesso di caratteri di un certo tipo riuniti sotto un certo nome); la differenza specifica invece, ciò invece che caratterizza la cosa che si intende definire rispetto a tutte le altre.

Kant, nella Dottrina trascendentale del metodo, assume un’altra prospettiva, per comprendere la quale è necessario distinguere due usi della ragione: il primo riguarda l’uso della ragione in base a concetti; il secondo l’uso della ragione in base alla costruzione di concetti. Al primo uso viene dato il nome di filosofia; al secondo il nome di matematica. In quest’ultima i concetti sono già determinati a priori dall’intuizione pura, senza che via sia necessario alcun dato empirico; la filosofia invece non può prescindere dall’esperienza in quanto essa sta a fondamento dei concetti. Posto ciò, Kant conclude che la fondatezza della matematica poggia su definizioni, assiomi e dimostrazioni, nei confronti dei quali la filosofia deve fare a meno («come il geometra, usando il suo metodo nella filosofia, non può costruire che castelli in aria, così il filosofo, applicando il proprio nella matematica, non dia luogo che a chiacchiere»). Kant sostiene che in filosofia la definizione non può essere utilizzata proprio perché i concetti empirici, più che essere definiti, andrebbero resi espliciti, chiariti, dichiarati (tutti termini che in tedesco fanno riferimento al termine Aufkärung). Sono fuori strada quindi tutti coloro che utilizzano termini come sostanza, causa, diritto: in altre parole una vera e propria stroncatura della filosofia di Spinoza.

La definizione in Spinoza
Cosa diceva Spinoza in merito? «Se si deve conoscere una cosa attraverso la definizione costituita da genere e differenza – scrive nel Breve Trattato – non possiamo mai perfettamente conoscere il genere supremo, che non ha alcun genere sopra di sé» (KV, I, 9). Piuttosto, bisogna seguire la vera logica, ovvero la divisione della natura in natura naturans e natura naturata.

Ma è in una corrispondenza epistolare, quella intrattenuta con un giovane mercante di Amsterdam, Simone De Vries, che Spinoza chiarisce meglio il suo pensiero. Chiesto su che cosa dovesse intendersi per definizione, egli rispondeva che bisogna distinguere la definizione della cosa in senso reale, in quanto fuori dall’intelletto, e la definizione della cosa in quanto è concepita in senso nominale. Alla prima si chiede di essere vera in quanto ha un oggetto determinato; la seconda si propone invece al solo scopo di ricerca. In altre parole: il primo genere di definizione deve essere necessariamente vero in quanto, se io ad esempio voglio definire l’essenza del tempio di Salomone, devo stabilire una descrizione esatta della cosa (altrimenti si ha una cattiva definizione). Il secondo tipo di definizione implica invece che si esplichi la sua progettualità, non importa che essa sia vera o no: in questo caso la definizione o si concepisce oppure non si concepisce. Chiariamo con un esempio: un conto che io debba definire l’orologio a parete che ho di fronte a me; un’altra è che io debba definire un orologio a parete che devo ancora costruire, in cui ciò che importa è che la sua costruzione non sia autocontraddittoria, tale cioè da renderlo inservibile allo scopo.

Il problema, insiste Spinoza, consiste nel fatto che la definizione tradizionale (quella aristotelica, che distingue genere e differenza specifica) riposa essenzialmente sull’esperienza, la quale però «non ci dà alcuna essenza delle cose», sicché noi dell’esperienza non abbiamo mai bisogno per la definizione. Infatti – si potrebbe dire – come si potrebbe definire una cosa soggetta al continuo divenire? Lo potremmo fare solo fingendo, per esigenze legate a questioni pratiche, come quello di intendersi su ciò di cui si sta discutendo. La prospettiva dunque sembra avvicinarsi a quella kantiana per poi però allontanarsi in modo radicale: se il tedesco sosteneva che l’esperienza è l’unico campo della filosofia (e per questo rinunciava alla definizione), l’olandese sosteneva che, proprio perchè l’esperienza non era l’unico campo della filosofia, la definizione era essenziale.

Un sistema aperto non una cattedrale di ghiaccio
Se il dialogo tra Spinoza e il suo giovane amico non può essere considerato un dialogo tra sordi, non si può non riconoscere però che i due parlano linguaggi diversi. Da esso si ricavano alcune impressioni (vedi le lettere 8, 9 e 10 dell’epistolario), soprattutto in merito all’oggetto della loro discussione, cioè le proposizioni dell’Etica.

La prima è che l’intero dialogo sulla definizione (tema piuttosto acceso nel circolo spinoziano, come ammette De Vries) è fondato sull’intelletto come strumento per accedere alla verità: cosa che oggi è talmente lontana dalla nostra sensibilità filosofica che facciamo difficoltà a seguirlo e a comprenderlo pienamente.

La seconda impressione è che, contro la retorica del “cristallo” e della “cattedrale di ghiaccio”, il sistema di Spinoza (riassunto nell’Etica) si rivela essere un cantiere aperto in cui, oltre alla scelta dei materiali, rimane determinante la capacità di costruire dei costruttori.

Questo conduce ad una terza domanda (da cui nasce l’impressione): le definizioni dell’Etica sono definizioni reali oppure definizioni nominali? Qui l’impressione è che Spinoza mescoli le carte, alternando le une alle altre senza un indice preordinato e dove la risposta sembra lasciata all’intelligenza del lettore, il quale è invitato a prendere parte alla costruzione. Diceva Wolfson che «l’Etica non è una comunicazione al mondo; è la comunicazione di Spinoza con se stesso». Questo non significa che le sue definizioni siano lasciate al relativismo delle interpretazioni o peggio al solipsismo. Tutt’altro: ciò significa che ogni definizione impegna il lettore nella forza del ragionamento, perché solo questo può mostrare la verità o la falsità di un asserto. Nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto Spinoza scrive: «ho dimostrato e ancora tendo a dimostrare il buon ragionamento, ragionando bene».

Il Discorso del Re

Enrico V viene annoverato tra i grandi re d’Inghilterra, colui che ha impresso lo slancio decisivo per la nascita dello Stato moderno inglese. Al centro della sua azione la teoria medievale del doppio corpo del re: quello naturale, soggetto alla morte, e quello mistico che non può morire. Una teoria che garantisce la continuità del sovrano riassunta in uno slogan che avrà fortuna: The king is dead, long live the King.
Nel dramma storico, questa retorica è rappresentata dal coro che, ad ogni atto, anticipando in modo solenne gli eventi, proclama le gesta e le virtù del re. Cosa che garantisce popolarità alla sua azione (Enrico è il sovrano che raccoglie i frutti di una piena legittimità) ma non l’autenticità di fronte al tribunale della storia: dopo ogni intervento del coro, Shakespeare colloca delle scene che, facendo da contrappunto a quanto raccontato, finiscono di fatto per rendere meno credibili gli eventi. Nel primo atto «la Musa di fuoco che si eleva al cielo più fulgido dell’immaginazione», è frustrata dai sotterfugi dei due vescovi che, per interessi economici, spingono il sovrano alla guerra; nel secondo, il racconto che tutta la gioventù d’Inghilterra è a fuoco e che l’ambizione dell’onore regna esclusiva nell’animo di ogni uomo, è contraddetto con un alterco da osteria; nel terzo, le vele spiegate della Marina inglese a Southampton in direzione della Francia, incontrano i desideri di alcune voci dell’equipaggio di tornare piuttosto in un’osteria a Londra; nel quarto, il regale capitano che passa in rassegna le sue truppe per infondere coraggio, le visita in incognito finendo pure per essere contestato; nel quinto, all’immagine di Enrico che torna trionfante in Inghilterra accolto dalle folle assiepate a Dover, si contrappone la realtà di un sovrano che finisce al capezzale di Caterina di Borgogna per chiederle la mano, riunire i regni e chiudere le ostilità. Una continua giustapposizione, tipica peraltro del filosofo inglese, tesa a marcare la differenza tra retorica e realtà, ideologia e verità effettuale, dover essere ed essere. Sicché, «ciò che è in questione non è la trasformazione del corpo politico bensì una serie di effetti politici, forse una serie di illusioni, operate attraverso mezzi politici mondani, in particolare attraverso la continua manipolazione retorica di Enrico» (Lake, 2016)

L’irresponsabilità del sovrano e il fucile di legno
Al centro di questa manipolazione si colloca il dialogo che il re conduce in incognito con i suoi soldati e il successivo monologo sull’essenza del potere regale. Enrico V è un re che ha qualità che lo rendono particolarmente popolare, come l’abitudine di visitare i suoi soldati chiamandoli fratelli, amici e compatrioti. Ma si tratta di qualcosa di studiato, una parodia dice lo stesso coro, se il re sente il bisogno di visitare i suoi sudditi, mascherato da semplice soldato, per avere conoscenza dei suoi veri umori. Così, nel dialogo notturno che precede la battaglia, Enrico si aggira nel campo militare esibendo la vecchia giustificazione secondo la quale il re non è altro che un uomo, lamentando di non poter vivere una vita tranquilla. Sembra improvvisamente di assistere al dialogo di Senofonte tra il poeta Simonide e il tiranno Gerone sulla natura della tirannia. Ma, evidentemente, quello del re solitario non è argomento adatto per rincuorare dei soldati che, all’addiaccio, rischiano la propria vita mentre il re se ne sta nelle retrovie o nel caldo del suo palazzo.

Ecco allora che il discorso si sposta sulle cause della guerra. Ma anche in questo caso i soldati rispondono picche. A parte il fatto che il problema delle cause è qualcosa che va oltre quello che essi devono sapere, dimostrandosi più realisti del re nell’attenersi (in quanto sudditi) alla dottrina degli arcana imperii; il punto, come afferma uno di loro, è che «se la causa è ingiusta, l’obbedienza che dobbiamo al re cancella in noi la macchia di qualsiasi colpa». Infatti, prosegue un altro, «se la causa non è onesta, il re stesso sarà chiamato a una grave resa dei conti, quando tutte quelle gambe e braccia e teste tagliate in battaglia si riuniranno il giorno del giudizio (…) Ora, se questi uomini non fanno una buona morte, sarà un brutto affare per il re che li ha portati a quel passo, e disobbedire al quale sarebbe contrario a tutti i giusti doveri della sudditanza».

Ma il re respinge gli argomenti in merito alle responsabilità del sovrano: «Il re non è tenuto a rispondere della fine che fanno i suoi singoli soldati, né il padre del figlio, né il padrone del servitore», in quanto «solo la guerra è il suo ufficiale fustigatore, la guerra è l’esecutore della sua vendetta; sicché gli uomini vengono puniti ora, per la causa del re, perché hanno violato anteriormente le leggi del re. (…) Se dunque muoiono impreparati, il re non è colpevole della loro dannazione». Per cui, conclude Enrico, «l’obbedienza d’ogni suddito appartiene al re, ma l’anima appartiene al suddito». Da un punto di vista teologico si tratta di un principio ineccepibile che segna tuttavia l’assoluta irresponsabilità dei reggitori dello Stato per le proprie azioni. Viene così anticipato il principio di Hobbes secondo cui le azioni del sovrano non possono mai essere accusate di ingiustizia dai sudditi e il sovrano non può né essere messo a morte né essere punito dai suoi sudditi (Leviatano, cap.XVIII).

I soldati sono quasi convinti dalle argomentazioni retoriche del re. Uno di loro però insiste con il suo scetticismo e finisce per innervosire il re mascherato il quale, rispondendo in modo goffo e ingenuo, non riesce di meglio che suscitare lo scherno dell’interlocutore. Così, una volta usciti, ecco un monologo del re in cui vi è una vera e propria difesa dei sovrani le cui ansie non sono nemmeno da paragonare alla tranquillità dei cittadini: di fatto, protesta Enrico, la pace che egli acquista per il contadino è pagato a prezzo di dolorose veglie notturne. Torna il Gerone di Senofonte ma questa volta con una differenza: il denaro che Enrico offre, volendo ricompensare il soldato per la coraggiosa franchezza della notte, viene rifiutato con uno sdegnato «non so che farmene». Shakespeare è filosofo per il quale le esigenze dell’individuo vengono prima di quelle dello Stato; non disconosce quest’ultimo (perché sa che i rimproveri di un individuo contro un monarca sono pericolosi «quanto lo sparo di un fucile di legno») ma lo tiene costantemente sotto il controllo critico.

«We few, happy few, band of brothers» uniti dall’azione criminale
Secondo il giudizio di Churchill (ma non solo), la battaglia di Agincourt dell’ottobre del 1415 contro il ben più numeroso esercito francese, è la più eroica delle battaglie combattute dall’Inghilterra nella storia. Tuttavia, ricorda lo statista, quella vittoria (che pure fece di Enrico V il sovrano più celebre d’Europa) fu seguita da una delle più sanguinose guerre civili che l’Inghilterra abbia mai conosciuto e tale da controbilanciare gli apparenti successi. Il tentativo di trasferire all’estero i conflitti interni è risultato fallimentare, addirittura controproducente.

Shakespeare rappresenta questa verità attraverso la drammatizzazione. Nel quarto atto, il re chiama a raccolta i sudditi nel celebre discorso di San Crispino nel quale incoraggia allo scontro imminente attraverso la classica mozione degli affetti. «Noi pochi, pochi e felici eletti, banda di fratelli…» Ma anche in questo caso i fatti che seguono gettano discredito sulle parole. I soldati, piuttosto che combattere per la gloria, cercano non solo di assicurarsi un riscatto in denaro per i futuri prigionieri, ma pianificano la vita civile successiva al ritorno in Patria al pari di criminali dediti al furto. Il sovrano, piuttosto che dare prova di virtù e generosità, ordina di far sgozzare a freddo tutti i prigionieri francesi contravvenendo ad una consolidata regola morale e di diritto internazionale. È a questo punto che un soldato equipara il re ad Alessandro il grande: peccato però che (con abile stratagemma) la persona in questione ha un difetto di pronuncia (scambia la b con la p) e il re viene ribattezzato Alexander the pig, Alessandro il maiale.

Che cosa voleva comunicare Shakespeare con questa strategia drammaturgica? Prendendo a prestito Strauss, diremmo che la sua opera è impregnata di retorica socratica, strumento indispensabile per fronteggiare, da un parte, la minaccia della società e dei governanti, e, dall’altra, mezzo per condurre chi ne è capace alla filosofia. La retorica politica si combatte con la retorica filosofica: la cautela non è mai troppa. Diventa interessante a questo punto sapere o immaginare che cosa abbia potuto pensare il competente pubblico che assisteva ai drammi di Shakespeare e che ne decretò subito il più grande successo.

Lo specchio deformato dei re cristiani e il passaggio a quelli pagani
Enrico si crede lo specchio dei re cristiani. Prima di ogni sua azione, tanto privatamente quanto pubblicamente, egli invoca l’aiuto e la protezione di Dio come mai nessun re che lo aveva preceduto aveva fatto. Ma dopo la rottura dello specchio del principe, avvenuta con la fine del regno di Riccardo II, lo specchio di Enrico è completamente deformato: si tratta di un’altra contraddizione posta nel cuore di un regno per sua natura machiavellico che sa fare uso della religione per i suoi fini e finanche di addossare la colpa della guerra allo stesso clero se l’arcivescovo risponde al re che essa può ricadere sul suo capo. Agire senza portarne la responsabilità è il capolavoro politico più volte ripetuto da Enrico.

L’astro di Inghilterra (Star of England), come lo chiama il coro alla fine dell’opera, esce però presto di scena a causa della morte prematura. Il novello Cesare, come lo aveva definito Shakespeare, lascia spazio al vero Giulio Cesare la cui opera (siamo ormai nel 1599) comincia ad essere scritta proprio nel momento in cui si chiude quella dedicata al mitico quanto controverso sovrano inglese.

L’assoluta precisione dell’indeterminato

Per capire Spinoza, i testi e i movimenti del suo pensiero è utile fare ricorso al suo epistolario che contiene lettere ad amici o semplici conoscenti che gli chiedevano, in forma privata, chiarimenti sulla sua filosofia. Molto spesso la corrispondenza con un amico si incentra su un argomento specifico o prevalente. Significativa in tal senso è quella con Johannes Hudde intervenuta tra il gennaio e il giugno del 1666. Nato ad Amsterdam nel 1628, Hudde era stato uno studente di medicina con interessi in molti altri campi del sapere scientifico, anche se non mancò il suo impegno politico come Borgomastro della città olandese. Insieme a Spinoza e ad Huygens,  essi formavano un trio particolarmente versato nelle discussioni sulla scienza dell’ottica che in quegli anni prendeva forma definitiva.  Hudde, in particolare, divenne noto per gli studi sulla diottrica di Cartesio la quale, come scrive Meinsma nel suo classico Spinoza e son cercle, lo incoraggiarono ad occuparsi del taglio delle lenti d’ingrandimento e del problema della determinazione. Sarà per questo motivo che la corrispondenza con Hudde, anche se abbiamo soltanto le lettere inviate da Spinoza, verte sul problema dell’indeterminato. Si tratta di una questione centrale nella filosofia che costituirà oggetto di approfondimento non solo nei suoi testi ma anche in altre lettere successive. 

Omnis determinatio est negatio
Esemplare a questo proposito è una lettera del 1674 a Jelles, da cui non si può prescindere per mettere a fuoco la questione. Se essa è nota per il confronto con la filosofia di Hobbes sul diritto naturale, la lettera è altrettanto celebre per l’affermazione (poi ripresa da Hegel) secondo la quale omnis determinatio, negatio est: «la determinazione non appartiene alla cosa secondo il suo essere; al contrario essa è il suo non essere». Si tratta di una delle massime più controintuitive della filosofia rispetto al senso comune in quanto ci conduce a pensare che proprio la cosa reale che ho di fronte è la sua stessa negazione: costringere la materia sotto una certa forma, vuol dire infatti porre una determinazione e quindi una negazione, tale che il termine che identifica la determinazione nega di quella cosa tutto il resto e nega di tutto il resto che sia quella cosa.

Come stanno allora le cose rispetto alla questione della dicibilità dell’assoluto, cioè di Dio? In altre parole, come lo rappresentiamo se le parole sono radicalmente inadeguate per esprimere la totalità? Riferita a tale questione, che è poi quella dell’unità e dell’unicità dell’assoluto, essa appare come segue: noi possiamo dire che Dio è infinito e unico solo impropriamente in quanto, propriamente, siccome Dio, essendo uno, è inconfrontabile con altro, egli non si può esprimere. Il nostro riferirci alla molteplicità si dà rispetto a cose che possono essere poste in relazione con altro; ma siccome Dio non può essere confrontato con niente perché è absolutum, la sua natura è cioè priva di riferimenti, noi diciamo che è unico impropriamente perché propriamente parlando non potremmo utilizzare questa definizione. 

Unità e infinità di Dio
Questo problema viene spiegato nelle tre lettere a Hudde, in particolare nell’epistola 48 che contiene il testo più importante riguardo all’indeterminato. Spinoza ricorda dapprima le quattro proprietà di Dio enunciate nella lettera precedente ma poi finisce per concentrarsi sulla questione che più interessa a Hudde, quella appunto della determinazione. Nell’elenco delle proprietà di Dio, Spinoza aveva indicato quella dell’indeterminazione: esso (Dio) non può essere concepito come determinato, ma soltanto come infinito (e si noti a questo proposito la sostituzione del termine). Infatti se la natura di questo ente fosse determinata, e come tale fosse anche concepita, quella natura, al di fuori di questi termini, verrebbe concepita come non esistente, cosa che anche ripugna alla sua definizione.

Spinoza dice che l’ente la cui essenza implica l’esistenza non può essere concepito come determinato ma soltanto come indeterminato: nel pensiero se è pensiero, nell’estensione se è estensione. In base alla terza proprietà, egli afferma che l’ente che implica l’esistenza necessaria deve essere pensato come infinito: ciò in quanto che, se si dovessero porre dei termini a questo ente, esso finirebbe per esistere entro quei termini ma non fuori di essi, venendo in tal modo (secondo quanto stabilito nella lettera a Jelles) a negarsi. Questa determinazione, essendo una negazione, contraddice alla definizione dell’ente che esiste necessariamente: se la sua natura fosse determinata, potrebbe esistere necessariamente rispetto a qualcosa ma non assolutamente. 

Perché allora quando riprende questo riferimento Spinoza dice che l’ente non può essere concepito come indeterminato rispetto al pensiero e all’estensione? Perché Spinoza fa riferimento alle determinazioni? La definizione dell’ente la cui essenza implica l’esistenza è la definizione di un ente la cui natura in quanto tale implica l’esistenza. La contraddizione consiste nel voler determinare questa natura perché al di fuori di quella natura quell’ente non esisterebbe. Allora possiamo dire che se si considera un ente come implicante l’esistenza necessaria solo in quanto estensione, fuori dell’estensione non c’è esistenza necessaria. Il limite sta a designare il non ente di quell’ente. Il determinato non indica nulla di positivo ma soltanto privazione di esistenza: se si concepisce un ente la cui definizione implica esistenza, questo ente non si può concepire come determinato perché altrimenti si incorrerebbe nella contraddizione dicendo al tempo stesso che quella natura implica esistenza e non esistenza. 

Il passo avanti che compie Spinoza è quando illustra la sesta proprietà. Qui si concede ad Hudde la tesi che perfezione ed estensione siano due sostanze; ma se noi supponiamo che esiste per sua natura l’estensione (cioè un ente che non comprende tutte le perfezioni), dobbiamo supporre che a maggior ragione esista per sua natura l’ente che possiede per sé tutte le perfezioni. Esiste una indeterminazione assoluta e una in suo genere: la prima appartiene a Dio, la seconda agli attributi. Da notare le equivalenze: determinazione come imperfezione e privazione; indeterminatezza come perfezione e totalità. 

Si arriva così alla conclusione. Se Dio lo consideriamo come l’ente assolutamente indeterminato, cioè quello che è condizione di possibilità di tutti gli enti, segue che non vi può essere che un solo ente, e dunque pensiero, estensione ecc. non possono dirsi enti perché l’unicità si può dire solo nei confronti dell’ente. Pensiero ed estensione non possono essere pensati come sostanza, come qualcosa cioè che sussiste: se si dà un ente privo di determinazione, tutto deve essere attribuito a questo ente e gli altri non sono enti sussistenti, cioè sostanze. 

Il calcolo dell’incidenza dei raggi
Con una improvvisa torsione, la lettera si chiude con un problema di carattere lavorativo. Spinoza infatti ha in animo di farsi costruire delle nuove forme per la tornitura delle lenti e così chiede consiglio all’amico. Come detto, in questa corrispondenza abbiamo solo le lettere di Spinoza ma non quelle di Hudde e quindi non conosciamo le sue osservazioni. Il discorso  verte sulla rifrazione dove Spinoza utilizza le teorie di Huygens, nello specifico la formula dei punti coniugati derivata dalla geometria euclidea, per spiegare come le lenti piano convesse siano migliori di quelle concavo convesse. Questo sia per motivi fisici (così come spiegato con alcune equazioni matematiche) sia per motivi economici, in quanto (come Spinoza nota da buon commerciante) le lenti concavo convesse sono molto più dispendiose in termini di tempo e di denaro. Colpisce l’assoluta precisione dei concetti enunciati:  sembrerebbe che quanto più si considera Dio e l’Assoluto come ciò che, per sua natura, è l’indeterminato, tanto più le osservazioni sulla realtà si fanno rigorose ed esatte.

Foto: Rafael Garcin, Unsplash

Falstaff, l’ironia come giustizia

Secondo Harold Bloom, uno dei maggiori critici dell’opera di Shakespeare, Falstaff, insieme ad Amleto, è il più grande personaggio creato dal filosofo e drammaturgo inglese. Noto per essere il protagonista delle Allegre comari di Windsor, simile per figura e carattere a Sancho Panza, nei drammi storici Falstaff è l’amico intimo del principe Hal (poi futuro Enrico V). Una delle chiavi di comprensione del personaggio è la scena in cui viene descritta la sua ultima apparizione. Il re, durante la sfilata dell’incoronazione, si ferma davanti al suo vecchio amico di tante avventure e pubblicamente lo rinnega. Falstaff, senza battere ciglio, confida al suo paggio che il re fa così per timore del giudizio della gente e che lo manderà certamente a chiamare in privato. Cosa che non avverrà mai e anzi Falstaff sarà prima incarcerato e poi, senza sapere più nulla di lui, sarà data notizia della sua morte. Un episodio che rivela un animo puro, ingenuo, alieno da quel cinismo di cui viene spesso accusato: nel momento in cui il suo amico lo rinnega, egli lo protegge e così facendo, compie un’opera di giustizia difendendo una storia comune che valeva la pena essere difesa.

In realtà il Falstaff dell’Enrico IV è un enigma. Solo a Iago, il cinico e invidioso consigliere di Otello, viene posta la questione della sua vera identità: così come Iago risponde di non essere quello è, il principe Hal esclama nei confronti di Falstaff che «Tu non sei quello che sembri» (1 Enrico IV, V.3). Falstaff gli risponde che proprio questo gli conferisce la sua maggiore qualità rendendolo un uomo coerente e non doppio: infatti egli è sempre diverso a seconda della situazione, divenire allo stato puro. Ma la sua natura è quella di rivelare il vero carattere di chi ha di fronte, così come fanno gli specchi: sarà così per il principe Hal, così per il Chief Justice, imbarazzante figura di giudice al servizio dei potenti, zelante quanto accondiscendente a seconda delle condizioni politiche.

Falstaff sembra piuttosto avere una mente libera dalla malizia, una sorta di Forrest Gump, diremmo oggi, coscientemente arguto, sebbene privo di quella dabbenaggine, derivante da una qualche sorta di deficit cognitivo, che caratterizza il personaggio americano. Anzi è proprio questo l’obiettivo di Falstaff, rendere gli altri più arguti: «Ogni sorta di uomini si vanta di prendermi in giro. Il cervello di questa idiozia impastata d’argilla, l’uomo, non è in grado di inventare nulla di più risibile di quel che invento io, o che si inventa su di me; non solo sono spiritoso, ma provoco lo spirito degli altri» (2 Enrico IV, I.2).

L’ironia tra Socrate ed Hegel
Falstaff è figura dell’ironia, il più enigmatico degli atteggiamenti dello spirito. L’ironico infatti è un dissimulatore che, al contrario del politico, rovescia il senso delle sue parole e delle sue azioni non per ingannare ma per insegnare. In questo senso, osserva Bloom, egli è un satiro che lotta contro ogni forma di potere e quindi di storicismo. Falstaff sa che la storia è un continuo rovesciamento e il principe Hal, dissimulatore allo scopo di ottenere vantaggi personali, non lo può accettare in quanto la sua stessa posizione verrebbe a trovarsi in pericolo.

Non è un caso che Hegel, il filosofo dello Stato per eccellenza, abbia giudicato l’ironia in termini negativi, vero e proprio frutto del nichilismo con il quale il soggetto considera la realtà, «concentrazione dell’Io in sé per cui sono rotti tutti i vincoli e che può vivere solo nella beatitudine dell’autogodimento». (Estetica, p.78). L’ironia ha come conseguenza la vanità di ogni cosa e l’evaporazione di ogni eticità sicché se «l’Io si arresta a questo stadio a lui tutto appare come nullo e vano: eccetto la propria soggettività, che perciò diviene vuota e vana essa stessa». Falstaff incarna per Hegel un giudizio negativo infinito che, in quanto tale, nasce nell’ambito dello spirito autoalienato. Egli serve (così come il buffone di Re Lear) a depotenziare la figura principale: «Anche Shakespeare o pone accanto ai suoi fermi caratteri individuali, ed alle situazioni e ai conflitti tragici, figure e scene comiche, oppure attenua quei caratteri per mezzo di un profondo umorismo su loro stessi ed i loro stridenti, limitati e falsi fini» (Ibid, p.663); sicché, conclude Hegel, tutti i suoi fini sono ricompresi nel perimetro di una «interiorità astratta disordinata».

Shaftesbury, l’ironia e la tirannia spirituale
Questa lettura non può essere riferita a Shakespeare per il quale il termine wit indica quella facoltà intellettuale che riunisce la comprensione, il giudizio e l’immaginazione: se wit può essere usato per designare la mente in generale, per Shakespeare denota la facoltà di associare idee in modo nuovo e ingegnoso, naturale e allo stesso tempo artistico. Falstaff in questo contesto è l’incarnazione del disordine e dell’anarchismo individualista, così come appare quando, dopo aver chiesto al principe Hal l’ora del giorno, viene rimproverato che, con la vita sregolata che conduce, egli ha dimenticato di chiedere ciò che dovrebbe sapere sul serio: «Che diavolo hai tu a che fare con l’ora del giorno?»: come a dire che è inutile porre domande su quella forma di razionalità scandita dagli orologi quando la propria vita non è assoggettata ad una qualche forma di pianificazione.

Piuttosto che quella di Hegel, l’ironia di Shakespeare incarna lo spirito di Shaftesbury per il quale essa (tanto difficile a definirsi così come lo è la buona educazione) viene considerata piuttosto come un’attitudine, uno spirito pratico e leggero che si rivela solo nell’azione. Essa nasce quindi solo dalla conversazione e per Shaftesbury il vero metodo filosofico è quello socratico, nel quale l’ironia aveva così tanta parte. Questo perché, aggiunge il filosofo inglese, la sapienza si comunica solo ai piccoli gruppi e non certo alle masse. Semmai l’ironia ha di particolare che essa rivela sempre la mancanza di libertà. Infatti, osserva Shaftesbury, «che le cose siano così lo si può vedere in quei Paesi dove più forte è la tirannia spirituale. Infatti gli italiani sono i più grandi buffoni: nei loro scritti, nelle libere conversazioni nei teatri e nelle strade comicità e parodia sono in gran voga. E questo è l’unico modo per i miseri oppressi con cui possono esprimere un libero pensiero». In questo genere di arguzia Shaftesbury riconosce una certa superiorità agli italiani. Ma la situazione non è poi molto dissimile in Inghilterra se, come dice Falstaff, nel disordine causato dalle continue guerre civili, la legge è diventata una pagliacciata. A questo proposito non deve sorprendere il fatto che Shakespeare non rappresenti mai il suo Paese come patria delle civil liberties (se non nei suoi aspetti più tritamente retorici).

Vivere fingendo di morire
Il nome originario di Jack Falstaff è John Oldcastle, il principale rappresentante dell’etica lollarda la quale, sulle orme di John Wyclif, è a fondamento dell’etica puritana inglese. Il cambio del nome è motivato dall’esigenza di evitare riferimenti ironici (e le violente ripercussioni che ne sarebbero derivate) a quello che era stato uno dei primi martiri protestanti. Di fatto però, il linguaggio di Falstaff è una parodia di quello puritano, uno stratagemma shakesperiano che sembra nascondere l’accusa di corruzione, rivolta agli stessi protestanti, di aver sovvertito il linguaggio biblico.

Ma Falstaff rappresenta anche l’antitesi della ragion di stato. Ad un certo punto l’anziano grassone esclama: «Bandite il pomposo Jack e bandirai il mondo intero» (1 Enrico IV, II.4). Ma l’osservazione più interessante è quella relativa alla morte che Falstaff pronuncia nel momento in cui, rimasto solo sul campo di battaglia (dove, durante tutto il combattimento, era rimasto disteso a terra fingendo di essere morto), accoltella il corpo ormai senza vita di Hotspur, poco prima ucciso a duello dal principe Hal. «Far finta? Mento, perché io non sono una finta, morire è una finzione, perché non è che una finta di uomo colui che di un uomo non ha la vita. Ma fingere di morire, quando con ciò un uomo vive, non è essere una finta, ma la vera, perfetta immagine della vita, sì!». (1 Enrico IV, v.3). Si potrebbero interpretare queste parole come puramente opportunistiche; oppure pensare che esse esprimano un’etica epicurea secondo la quale la morte non è nulla per l’uomo perché quando viviamo la morte non c’è, quando invece moriamo non ci siamo più noi. In realtà bisogna anche ricordare che le parole, più per quello che significano in sé, contano a seconda di chi le pronuncia: anche la verità più cristallina, messa in bocca ad uno stupido, perde completamente il suo valore. Falstaff è colui che incarna la libertà contro la tirannia dello Stato: egli non è una finta, uno spaventapasseri, bensì un individuo disposto a sfidare il Leviatano sul suo stesso terreno. Che non è quello di mettere in discussione il terreno, ma lo spirito con il quale lo si deve affrontare: se la morte appare l’ultima sovrana, allora l’uomo ha già smarrito la sua vera natura.

Le tre eresie di Cusano

«Quando entra nel campo del potere-che-è, ossia nel campo dove il potere è in atto, l’intelletto va a caccia di un cibo estremamente nutriente». Con questa promessa, Cusano inizia la descrizione del secondo campo nel quale cercare la sapienza. La linea argomentativa è quella per cui ciò che non può essere, non è: quod esse potest non est. Ne discende una scoperta che Cusano definisce non di poco conto: e cioè che il non essere non è una creatura. In termini parmenidei si direbbe che il nulla non è pensabile e che la domanda “perché l’essere e non il nulla” non ha nemmeno senso perché il nulla non può mai essere. Di fatto, come dirà in altre opere, esiste solo ciò che può essere in quanto ciò che è impossibile non si realizza. Come conseguenza, noi vediamo l’attualità assoluta in virtù della quale le cose che sono in atto sono ciò che esse sono: hinc actualitatem conspicimus. Tutte queste affermazioni implicano uno scontro con le posizioni della tradizione filosofica aristotelico-tomistica. Continue Reading

Enricopedia, un bastardo per la gloria

La seconda tetralogia di Shakespeare si presenta come un tutto coerente in cui le due parti intitolate a Enrico IV sono in realtà centrate sul figlio, il principe Hal, futuro Enrico V. Non esistono partizioni precise, rigide, definitive entro le quali classificare i personaggi, gli eventi e le loro cause. Le stesse informazioni che ci dà il filosofo e drammaturgo inglese sono come avvolte da una nebbia, spesso sospese nel mare della disinformazione. Non è un caso che il soggetto che apre la seconda parte dell’Enrico IV è Rumour, il pettegolezzo «Aprite le orecchie, perché chi di voi tapperà le vie dell’udito, quando il pettegolezzo parla forte? (…) Sulle mie lingue continuamente viaggiano calunnie, che vado ripetendo in ogni idioma rimpinzando le orecchie umane di false notizie». Il pettegolezzo racconta le vicende della storia e non esistono messaggeri che non siano da lui informati. In questo contesto di fake news, che è poi quello ordinario della politica, vengono messi in scena i problemi della legittimità, dell’etica, della competenza a governare.  Continue Reading

L’amore eterna coincidenza dei contrari

Gli Eroici Furori, dialogo apparso dopo quelli cosmologici (L’infinito e La causa) e quelli etico civili (lo Spaccio), è la grande opera di Bruno sull’amore. Come aveva scritto nell’ultimo degli articoli in Theses de Magia: «Tutte le passioni e i vincoli della volontà si riducono e si riferiscono a due, vale a dire all’odio e all’amore; ma l’odio si riduce all’amore e così l’unico vincolo della volontà è l’amore. (…) Avrebbe fatto un gran progresso colui che fosse giunto a quella filosofia o magia che sa occuparsi del vincolo sommo, principale e generalissimo dell’amore».

Pubblicata a Londra nel 1585, Bruno riunisce in quest’opera la biografia con la sua maturità di filosofo. Se è vero che gli Eroici Furori sono una riscrittura del De Umbris Idearum, è altrettanto vero che rispetto a quest’ultimo, pubblicato a Parigi tre anni prima, cambiano i toni e il contesto: ora prevale il movimento e l’esposizione alla luce, non più la quiete e il refrigerio dell’ombra. Se è vero che il Cantico dei cantici è l’orizzonte comune, nei Furori (a differenza del De Umbris) la fusione al divino è cercata e voluta, nonostante le sue conseguenze.

In entrambe le opere è centrale il principio della coincidenza dei contrari, unico strumento che permette al finito di accedere (se così si può dire) alla dimensione dell’infinito. Vale inoltre quanto enunciato nell’introduzione al trattato parigino (sebbene ciò debba sempre esser tenuto presente quando si legge il Nolano), ovvero che «la natura del nostro ingegno non è tale da vincolarci ad un genere determinato di filosofia, o di far sì che disprezziamo in linea di principio ogni altra via di filosofare (…); non aboliamo i misteri dei pitagorici, non sminuiamo la fede dei platonici, né disprezziamo le argomentazioni dei peripatetici, purché riposino su un fondamento reale». Bruno insomma si tiene le mani libere, fedele al principio che la vera sapienza non nasce dai libri e dall’autorità ma dalla ricerca personale. Continue Reading

Ignoranza che non è ignoranza, sapienza che non è sapienza

Prima di intraprendere la caccia della sapienza, Cusano premette un lungo ragionamento in cui esprime i principi metodologici della ricerca. Essi sono fondamentalmente due: il primo è quello per cui la verità si accorda con la verità; il secondo, ancora più importante, è quello secondo cui ciò che è impossibile che sia fatto non viene fatto. Solo dopo essersi rivolto a questa proposizione, dice Cusano, egli ha potuto svolgere l’esame dei campi della sapienza, il primo dei quali è la dotta ignoranza. La formula chiave per comprendere il principio della dotta ignoranza è semplice quanto paradossale: comprendere l’incomprensibile in modo incomprensibile. L’Assoluto (o il Tutto o l’infinito o Dio, a seconda del termine che si preferisce) si può raggiungere senza conoscere i percorsi che conducono alla mèta. Sembra una massima bizzarra: come si può infatti comprendere qualcosa senza sapere di saperla? Sarebbe come dire che la conoscenza si ha nel momento in cui l’uomo sospende la sua capacità razionale. È vero che il principio è avvicinabile al socratico so di non sapere: ma in quel caso il non sapere è un fondamento etico e gnoseologico; in questo il fondamento è parte di una costruzione ontologica che si rivolge direttamente alla comprensione del Tutto. Si deve forse dire allora che la conoscenza è lasciata alla mistica? Non è un caso che il principio in esame fu soggetto a feroce critica dal principale avversario di Cusano, Johannes Wenck. Questi rimproverava il Cardinale che comprendere l’incomprensibile in modo incomprensibile significava comprendere l’Assoluto in modo non razionale e assimilava il suo pensiero alla dottrina di Eckhart per il quale «l’uomo deve spogliarsi e denudarsi dell’immagine di ogni creatura: allora tutto il suo esistere, vivere, conoscere e amare Dio, è in Dio e Dio».

Il rapporto tra finito ed infinito fondamento della dotta ignoranza
In realtà, quella che sembra essere all’apparenza una massima non filosofica si rivela essere un’affermazione logicamente e saldamente fondata. E questo, detto per inciso, non potrebbe essere altrimenti perché l’intelletto, osserva Cusano, è dotato della logica, lo strumento più adatto per andare a caccia del vero. Al fine di comprendere dunque l’affermazione secondo cui l’incomprensibile si conosce solo in modo incomprensibile (o, detto altrimenti, che l’assoluto si conosce solo in modo assoluto) bisogna partire dal principio secondo cui tra finito ed infinito non esiste proporzione. Questo significa prendere consapevolezza che nell’ambito del finito la conoscenza si realizza soltanto attraverso un processo di comparazione con qualcosa che viene presupposto come certo. Se io devo trovare una strada che non conosco, posso farlo solo perché conosco altre strade che per analogia mi ci conducono. Tutto il processo conoscitivo è caratterizzato dalla similitudine, grazie alla quale io riesco a passare, secondo la logica del più e del meno, dal noto all’ignoto. Un altro esempio può meglio illustrare la cosa ed è tratto da una discussione (per niente ipotetica) con un individuo in possesso di una coscienza particolarmente acuta della propria finitudine. Tale individuo insisteva in due affermazioni tra loro strettamente collegate: la prima che non possiamo andare fuori dal nostro intelletto e quindi abbiamo sempre una coscienza limitata del tutto che ci circonda; la seconda che fuori da questo intelletto esiste una mente, o un qualcosa altrimenti detto, che governa il tutto e da cui siamo dipendenti. Una cosa che questa persona ripeteva spesso era l’incapacità della mente umana di spingersi oltre il limite ad essa assegnato da lei stessa o dal mondo circostante. Questo individuo tuttavia non teneva conto del fatto che, nel momento in cui viene fissato un limite, si stabilisce implicitamente qualcosa che sia maggiore del limite, in un processo che andrà avanti all’infinito perché si avrà sempre nella mente l’idea di qualcosa di maggiore da oltrepassare (o da non oltrepassare in questo caso). Il limite, in altre parole, presuppone sempre uno spazio al di là del quale il pensiero si estende in maniera infinita. Di conseguenza, l’incomprensibile non è comprensibile con la conoscenza di cui facciamo normalmente uso per spiegare i fenomeni finiti ma è necessario ricorrere ad un tipo di conoscenza che abbia la capacità di pensare l’infinito.

La natura del massimo e il giudizio
Per questo motivo, dice Cusano, bisogna esaminare la natura della massimità, ovvero ciò di cui nulla può essere maggiore. Si tratta di un principio (il massimo) nei confronti del quale nemmeno la persona che teorizza il non poter andare oltre la sua mente non può non convenire. E anche qui ritorna il principio della dotta ignoranza secondo cui il massimo può essere colto solo in maniera incomprensibile. Questo è vero anche perché esso è al di sopra di ogni affermazione o negazione: per affermare o negare è cioè necessario tenere sullo sfondo la consapevolezza che il giudizio è possibile soltanto grazie a ciò su cui il giudizio stesso non è esercitabile. Comprensibile, in altre parole, è la condizione che permette il giudizio di comprensibilità, non la natura del giudizio. Questa incomprensibilità non va scambiata con l’affermazione secondo cui il giudizio non si costituisce (affermazione per sua natura nichilistica). Per poter giudicare di tutti i colori, il senso della vista non è in alcun modo colorato; ma il fatto che la vista non sia colorata, non esclude che essa possa vedere e distinguere tutta la serie dei colori.

L’intelletto cerca la conoscenza per natura
Uno potrebbe domandare: perché l’uomo ricerca ciò che supera ogni sua capacità di comprensione? La risposta risiede in un principio talmente evidente da poter esser definito assiomatico: perché gli uomini desiderano spingersi nella conoscenza fintanto che non ne siano appagati. Ma siccome la conoscenza, per sua natura, non si conclude con l’appagamento, l’uomo è spinto continuamente alla conoscenza. Per comprendere ciò, Cusano offre un’analogia con la natura dell’amore. Il cardinale osserva che «l’amante infatti non proverebbe mai tanta gioia quanta quella che egli prova quando constata che l’amabilità dell’amato è del tutto non misurabile, non finibile, non terminabile e incomprensibile. Questa comprensibilità dell’incomprensibilità è la comprensibilità assolutamente più gioiosa». La sapienza è quindi al di sopra di ogni conoscenza, essa è inconoscibile, e non può essere espressa con nessun discorso. L’unica cosa che si può dire è che la sapienza ha sapore e non c’è nulla per l’intelletto che sia più dolce di lei: sapientia est, quae sapit. La sapienza, dice l’idiota, è la vita spirituale dell’intelletto il quale ne ha una pregustazione innata, altrimenti non potrebbe né cercarla né trovarla: somma sapienza consiste nel sapere in che modo l’inattingibile viene attinto in modo inattingibile. Nel dialogo De Sapientia, Cusano fa riferimento a tre esempi. Osservando gli uomini nella piazza del mercato egli nota che le loro operazioni fondamentali sono quelle del contare (i soldi), del pesare (la merce) e del misurare in generale. Tutte queste operazioni avvengono mediante distinzioni la quali si realizzano attraverso il numero il quale, a sua volta, dipende dal concetto di uno. Ecco allora la chiave per comprendere il ragionamento: tutto ciò che è numerabile (e così pesabile e misurabile) non si può comprendere attraverso il numero, il quale serve solo ad un’opera di contabilizzazione. Tutto ciò che è comprensibile lo si deve soltanto al principio dell’unità, dal quale tutto dipende, e che non è attingibile dall’intelletto (altrimenti si innescherebbe la dinamica del limite descritta sopra, in quanto comprendere è determinare, cioè fissare entro un limite).

Il principio di privazione non visto da Aristotele
Di tutto quello che si è detto del massimo si deve dire anche del suo opposto, cioè del minimo: questo significa che entrambi hanno la medesima natura e quindi coincidono. Il principio di non contraddizione aristotelico, sostiene Cusano, è funzionale alla ricerca discorsiva ma non alla visione intuitiva, unica capace di cogliere l’assoluto. La cosa da sottolineare è che il metodo della coincidenza degli opposti è utilizzabile anche per quanto riguarda il sapere matematico, la comprensione delle realtà naturali e per valutare il pensiero dei grandi filosofi. Si tratta cioè di un principio euristico che contiene applicazioni prima impensabili. Nel De Beryllo, opera che chiarisce molti aspetti della dotta ignoranza, Cusano sostiene che Aristotele, proprio perché riteneva che non fosse possibile che i contrari coincidessero, non seppe giungere alla corretta comprensione del terzo principio che si aggiunge ai due tradizionali di materia e forma: il principio della privazione. Dal momento che materia e forma si escludono l’una con l’altra, Aristotele non ha ritenuto che i principi opposti potessero coincidere in un terzo principio. In realtà tale principio serve come nesso nel quale gli opposti coesistono prima di separarsi, principio dinamico della connessione dell’uno e dell’altro. In questo modo il metodo della coincidenza degli opposti viene utilizzato non solo nella metafisica ma anche nella fisica per la comprensione delle realtà naturali: in ogni cosa della natura è presente il principio contrario. Aristotele avrebbe visto bene, dice Cusano, se avesse inteso quel principio (che egli chiama privazione) come quello che pone la coincidenza dei contrari e che pertanto è privo della contrarietà dei due contrari. Il timore però che i contrari inerissero al medesimo soggetto gli ha fatto sfuggire la verità e, pur vedendo che un terzo principio era necessario, egli fece della privazione un principio senza posizione. Cusano invece insiste nel sottolineare l’esistenza di un vincolo strutturale e organico tra forma e materia grazie al quale vi è nella materia qualcosa della forma che le permette di appetirla e desiderarla (e viceversa). Tale dottrina, il cui padre è Alberto Magno, sarà ripresa e sviluppata da Giordano Bruno per il quale «profonda magia è saper trarre il contrario dopo aver trovato il punto dell’unione»; Aristotele invece, non riuscendo a fare ciò («fermando il piè nel geno dell’opposizione»), non seppe raggiungere l’obiettivo sostenendo che i due contrari non possono convenire nel medesimo soggetto. La vera sapienza doveva così essere occultata da quella che era in realtà solo un simulacro della sapienza.

La politica, l’arte di dissimulare e di non “discordar” coi tempi

Il Riccardo II dà inizio alla seconda tetralogia di Shakespeare la quale, composta tra il 1594 e il 1599, si riferisce agli anni che hanno preceduto la guerra delle due rose (1455-1485). Si tratta di un lungo prequel in cui Shakespeare, ripercorrendo gli eventi che a partire dalla fine del XIV secolo hanno portato alla guerra civile, vede riconosciuto il suo successo come drammaturgo. Il Riccardo II, mentre esamina la legittimità del potere e il funzionamento del sistema, narra il peccato originale della politica: l’incapacità di risolvere i conflitti. Proprio questo sembra determinante per la politica, la capacità di imprimere una direzione nel momento in cui insorge uno stallo, un’impasse. E non importa la modalità, pacifica o violenta che sia, con la quale viene posto fine al conflitto ma il fatto che esso non sia procrastinato all’infinito. La politica ha orrore del vuoto e vuole soluzioni, il contrario di quello che fa Riccardo che sbaglia tutti i linguaggi e tutti i tempi finendo per rovinare in modo inglorioso. Continue Reading

Cusano, il grande conciliatore

In un articolo del secondo volume del Chronicon Spinozanum, raccolta storica dei saggi più significativi sul pensiero di Spinoza apparsi nel corso degli ultimi secoli, il filosofo olandese veniva definito il grande conciliatore della filosofia. Le ragioni per questo titolo erano diverse, prima fra tutte quella di non aver fondato una scuola e di aver sempre evitato scontri tra opposti antagonismi: in questo senso egli aveva trovato una sintesi nelle antitesi tra materialismo e idealismo, tra razionalismo e misticismo, tra umanismo e naturalismo, tra liberalismo e conservativismo. Scritto nel periodo successivo al primo conflitto mondiale, quell’articolo faceva appello allo spirito di Spinoza per realizzare unità e solidarietà nel genere umano. Continue Reading

1 2 3 14