Il doppio volto dell’angoscia

Esplosa con il coronavirus, la questione dell’angoscia è tornata al centro dell’attenzione delle cronache e delle scienze sociali. Oltre al modo in cui l’intende la psicologia, l’angoscia ha ricevuto una particolare attenzione anche da parte della filosofia, la quale ne ha sottolineato la sua importanza per la formazione della coscienza.  Per questo motivo, gli uomini preferiscono negare l’angoscia piuttosto che riconoscerla: di fatto, viviamo in un mondo in cui essa è scomparsa da tempo e la nostra è piuttosto «l’epoca dell’incapacità di provare angoscia»

 

«Ed elli a me: L’angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti. Andiam, ché la via lunga ne sospigne». Così Dante, nelle parole di Virgilio, descrive nel quarto canto dell’Inferno la condizione di coloro che si trovano nel limbo. Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, psicologi, giornalisti e professionisti di vario genere, ripetono che esso ha portato ad un vertiginoso aumento dell’angoscia. Si sono moltiplicate le descrizioni dell’angoscia come stato interiore, le analisi sulle “curve dell’angoscia”, i consigli per tenere a bada l’angoscia. Insomma, gli uomini sembrano essere stati investiti da un vero e proprio tsunami ansiogeno.
Ma siamo sicuri che sia andata proprio così? Se ci avviciniamo meglio alla sua fenomenologia, vediamo che l’angoscia viene descritta in modi ambivalenti e tali da non consentire una sua chiara comprensione. In particolare esistono almeno due modi di intendere l’angoscia: uno indiretto, che richiede un comportamento mediatore; un altro diretto che fa i conti in modo immediato con questo stato d’animo.
Nel senso indiretto, che è quello inteso dalla psicologia, si parla di angoscia quando si è in presenza di meccanismi inibitori che servono per impedire il manifestarsi di una certa condizione psichica. Si tratta di comportamenti (minimizzare, volgere altrove lo sguardo, dire che andrà tutto bene, assumere ansiolitici) che impediscono il suo manifestarsi: essi sono da considerarsi sì come segnali della presenza dell’angoscia, ma esattamente nel senso in cui essa viene allontanata. In realtà quei meccanismi, più che rivelare l’angoscia, la rimuovono, con il risultato che essa, anziché apparire, non si manifesta (se non appunto attraverso quei comportamenti che la inibiscono) impedendo  la formazione della coscienza.
Nel senso diretto e immediato, senso a cui si rivolge la filosofia, l’angoscia è invece definita come quella certa attesa in cui gli uomini sperimentano la propria impotenza di fronte ad una realtà che minaccia di travolgerli. In questo caso l’angoscia viene affrontata, anziché silenziata. Il suo apparire nel cuore dell’uomo, secondo un esperto come Kierkegaard, è legata allo spirito e alle vicende interiori del soggetto, sicché essa è presente quando vi sia il coraggio e la capacità di sopportare determinati stati spirituali. Maggiore è la forza di spirito e di carattere di un uomo, maggiore la sua capacità di sopportare l’angoscia. Così come, all’inverso, la capacità di affrontare l’angoscia è elemento essenziale nella costruzione del carattere e della personalità. Kierkegaard la legava al momento teologico, rappresentato dalla figura di Abramo che di fronte a Dio, sia nel caso di situazioni negative (il sacrificio di Isacco) sia nel caso di situazioni positive (dopo aver concluso l’alleanza), sperimenta l’angoscia. Figura tipica dell’angoscia è Gesù che, a differenza dei suoi discepoli che si mettono subito a dormire, è lucido nella capacità di sopportare il peso che ne deriva. 

L’assenza dell’angoscia e il dislivello prometeico
Uno dei filosofi più acuti dell’età della tecnica, Günter Anders, ha indicato proprio nell’assenza di questo tipo d’angoscia la condizione spirituale dell’uomo contemporaneo. Nella sua opera più importante, L’uomo è antiquato del 1956, egli scrive: «Questa è dunque la situazione. Tanto angosciosa. Ma dove è la nostra angoscia? Non ne trovo punta. Non mi riesce di trovare nemmeno un’angoscia di media grandezza.  Nemmeno un’angoscia pari a quella che sorgerebbe al pericolo di un’epidemia di influenza. Proprio nulla di nulla».
Tutto nasce da quello che Anders definisce il dislivello prometeico, ovvero la sproporzione tra il pericolo e la facoltà di percepire. A causa di un evento o di un pensiero che supera una certa soglia massima di sopportazione, la facoltà di percepire smette semplicemente di funzionare. Anders ricorre all’esempio della ragione limitata di Kant ma avrebbe potuto citare anche Aristotele, per il quale anche il nostro sentire, e non solo la ragione, è limitata dagli stretti confini del senso: essi sono tali per cui uno stimolo che superi la capacità di ricezione finisce per danneggiare l’organo sensoriale (l’esempio di un suono forte che spacca il timpano o di una luce improvvisa che acceca la vista). Si produce per Anders, in analogia ai casi indicati, una sorta di proporzione inversa tra capacità di provare angoscia e capacità di sentire, soprattutto riguardo alla grandezza dei numeri. Se si prova pena e compassione per un bambino morto sulle spiagge di un’isola, il fatto che ve ne siano cento in fondo al mare non provoca più alcuna emozione. Per questo motivo, secondo Anders, l’uomo è diventato l’essere più sproporzionato e più inumano che possa esistere. Dell’uomo sono rimasti dei frammenti specializzati che non comunicano più. Se una volta c’era la lotta interiore, oggi al massimo c’è la lotta per conquistare un posto in prima fila. Ormai siamo vittime dell’autoinganno dell’abitudine: dal momento in cui un dato schema del mondo è diventato ordinario per il nostro modo di sentire,  colui che vi è abituato diventa incapace di immaginare una possibile alternativa. L’abitudine crea cioè una sorta di perpetuità a ritroso, ossia l’impossibilità di immaginare che un altro mondo sia possibile o che poteva essere possibile: «L’occupazione della nostra epoca è stornare lo sguardo, l’orecchio, la vita, e sembra che gli uomini di oggi vi abbiano creato una congiura del silenzio». A dominare è il processo di rimozione dell’angoscia, non l’angoscia.

I surrogati dell’angoscia
Il problema però, nota acutamente Anders, è che l’angoscia (quella in senso filosofico) è il vero meccanismo di difesa a cui l’uomo non può rinunciare se non vuole mettere a repentaglio la sua esistenza. Non è un caso che siano proprio i bambini a meglio percepire e sopportare l’angoscia, mentre gli adulti facilmente la rimuovono. È quello che è accaduto in questa vicenda del covid-19 in cui la cosa più evidente è stata la mancanza di consapevolezza iniziale, testimoniata prima dalla volontà di minimizzare (“è solo un’influenza”), poi dalla totale impreparazione di fronte all’evento (certificato impietosamente dalle cifre dei decessi). Di fronte a questa necessità dell’uomo di vivere l’angoscia, Anders sostiene che oggi tutto è esagerato per difetto. Gli uomini cioè inventano dei simulacri dell’angoscia, compito che serve per aumentare artificialmente l’angoscia e di reintrodurre quegli elementi di autodifesa fondamentali per la stessa preservazione dell’individuo. Ne sono un esempio gli annunci roboanti, il linguaggio sempre iperbolico e sproporzionato, i temporali che diventano “bombe d’acqua”. In altre parole, dice Anders, «argomenti minimizzati richiedono formulazioni esagerate». Quindi: da un lato i meccanismi inibitori, neutralizzando l’angoscia, depotenziano l’uomo e preparano il terreno per la sua rovina; dall’altro, in una sorta di comprensione inconscia di questa deriva, l’uomo riproduce in modo artificiale l’angoscia (senza sortire però gli effetti di quella autentica). 

Dall’incapacità a provare angoscia segue la cecità all’Apocalisse
L’asincronia tra le diverse facoltà dell’uomo (produrre, pensare, sentire) che genera il dislivello esistenziale (definito come prometeico) è tipico della condizione dell’uomo nell’età della tecnica. La conseguenza, afferma Anders, è che l’uomo non ha più la capacità di prevedere il pericolo. Siamo cioè nella situazione opposta a quella descritta da Hölderlin per il quale «là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva»: il che significa che solo se l’angoscia viene percepita e vissuta è possibile per gli uomini predisporre gli strumenti per la propria salvezza. Anders esprime questa verità con il tema della cecità all’Apocalisse, cioè di uno stato di cose che agisce in modo invisibile per poi rivelarsi. Egli intende l’apocalisse della bomba nucleare, ma il discorso può essere esteso a qualsiasi catastrofe (tra cui quella ambientale, di cui il virus non è che un semplice derivato).
Questa cecità è dovuta a diverse cause. La prima è la fede nel progresso: l’uomo è convinto che la storia sia un processo di continuo miglioramento, uno scorrere senza alcun fine, un divenire in cui ogni momento è superato da quello successivo. La pandemia non era ancora iniziata, che già si pensava a come sarebbe stato bello il dopo. Radice di questa cecità è di natura religiosa: la scomparsa della paura nel giudizio ultimo, se da una parte ha aumentato la sicurezza dell’uomo, dall’altra ha provocato la perdita della sua capacità di concentrarsi sul momento presente.
Una seconda causa della scomparsa dell’angoscia (o meglio del suo continuo occultamento) è dovuta al darwinismo e all’ormai palese rimozione della morte dallo sguardo degli uomini: se la morte è considerata come “setaccio di vita” è normale poi che il virus sia stato preso in considerazione come qualcosa che riguardava deboli e anziani (argomento scomparso ipocritamente dalle cronache una volta preso atto che il fenomeno riguardava tutti).
Una terza e decisiva causa della cecità è l’esistenza “mediale” che consiste nel fatto che il fare e il lavoro dell’uomo siano oggi un mero collaborare che si svolge in complessi aziendali e istituzionali di cui non abbiamo più alcuna visione d’insieme. L’esistenza mediale abolisce il sentimento morale e, unitamente al fatto che non si conoscono gli scopi dell’organizzazione a cui si lavora, fa sì che l’uomo non abbia più nemmeno una coscienza. In qualsiasi lavoro, oggi è diventato essenziale il non sapere che cosa si stia facendo: la responsabilità è sequestrata dalla burocrazia e il conformismo domina secondo una fedele riproduzione del modello di organizzazione dello stato totalitario.
Forse, al termine di tutta questa vicenda del virus, in un tempo futuro direbbe Anders, l’uomo (se esisterà ancora) si spaventerà non tanto per il ricordo dell’angoscia, ma di quanto fosse stato incapace d’angoscia l’uomo di questo tempo, l’epoca degli «analfabeti dell’angoscia». 

Non c’è ragione senza passione, desiderio e discrezione

Alcune settimane fa, prendendo spunto dalla crisi del coronavirus, abbiamo riproposto l’inno alla ragione attraverso la lettura di alcuni brani del De rerum natura di Lucrezio. Già, si potrebbe obiettare, ma quale significato può avere oggi lodare la ragione? Quale modello di ragione dopo l’eclissi della ragione? E chi sono oggi i rappresentanti della ragione in un tempo in cui di nuovo, come scriveva Bacone, «la ragione umana, della quale facciamo uso nello studio della natura, appare mal congegnata e mal costruita ed è simile a una magnifica costruzione sprovvista di fondamenta?». Da sempre la facoltà più debole dell’uomo, la ragione è allo stesso tempo l’unica guida in grado di indicargli la strada nei momenti di crisi. Un pensatore che, in modo insospettato, può insegnarci qualcosa a riguardo è Thomas Hobbes, filosofo la cui lettura suscita immediata simpatia grazie al suo stile diretto, alieno da fronzoli e solennità, ben lontano da quella specie di diavolo incarnato descritto da molta pubblicistica. Ebbene, la tesi di Hobbes è che la ragione, per essere autentica guida, non può mai essere disgiunta dalla passione e dall’autonomia del proprio giudizio personale. Dal confronto di due dei suoi testi principali, Elementi della Legge (1640) e Leviatano (1651), abbiamo cercato di ripercorrere il sentiero di tale insegnamento.

Il nome, l’arma a doppio taglio da cui scaturisce la follia
Piuttosto che ai greci e al logos, Hobbes riferisce il termine ratio all’uso che ne facevano i latini, i quali lo utilizzavano per indicare il calcolo delle singole voci inserite nell’elenco della spesa. I latini chiamavano ratiocinatio quell’attività che noi oggi indichiamo con il rendere ragione, il redde rationes, il calcolo. L’uso della ragione quindi non riguarda le cose ma l’uso corretto dei nomi, i nomina. Hobbes constata che i nomina sono i segni vocali con i quali gli uomini  distinguono le varie rappresentazioni mentali, cioè i pensieri. Il gioco sembra fatto, ma non è così. A fronte di questo indiscutibile vantaggio, emergono anche numerosi problemi. Ciò è dovuto  non solo all’esistenza di molte rappresentazioni che gli uomini riferiscono ad un solo nome, ma anche al fatto che essi sono soliti assegnare più nomi alla medesima rappresentazione (allo stesso modo in cui si può dare a qualcuno l’appellativo di giusto, di valente o altro). L’invenzione dei nomi, se da una parte è stata necessaria per trarre gli uomini fuori dall’ignoranza, dall’altra li ha precipitati nell’errore. Il problema risiede nella modalità con cui avviene la sequenza delle rappresentazioni (ovvero la serie dei pensieri) perché essa può portare l’uomo lontano dalla retta conoscenza. Due sono le serie delle rappresentazioni: una non regolata, la seconda regolata. La prima, che Hobbes definisce inizialmente con il neologismo discursione (discursion), è fondata sulla libera associazione. Non senza un tocco di humour britannico, Hobbes sottolinea che la mente può correre da qualsiasi cosa a qualsiasi altra cosa: «ad esempio, quando si pensa a sant’Andrea la mente corre a san Pietro; da san Pietro alla pietra; dalla pietra alla fondazione, perché le vediamo insieme; dalla fondazione alla chiesa, dalla chiesa alla gente, dalla gente ai tumulti». E la ratio diventa così oratio,  discorrere slegato, in quanto i sensi hanno un così grande potere sulla mente che essa può suggerire alla lingua soltanto la prima parola, il resto segue dall’abitudine del proprio regime di vita. Quest’ordine slegato di pensieri «è tipico di coloro che non mancano soltanto di compagnia, ma anche di qualsiasi preoccupazione»: ovvero di coloro che non hanno alcun desiderio e che non sono guidati da passione, cosa che invece contraddistingue l’ordine di pensieri regolato, che è prerogativa di chi ha il desiderio di ottenere qualcosa. Emerge così che l’uso della ragione non è mai puro e freddo calcolo bensì un uso che, per essere davvero utile all’uomo, deve tracciare la via al suo desiderio e che per realizzarsi deve utilizzare qualità morali come la prudenza, la sagacia, la stessa saggezza. Altrimenti, seguendo semplicemente l’ordine delle rappresentazioni, l’alternativa è quella della pura e semplice follia. 

La distinzione tra verità e falsità, fake news e abusi del discorso
Uno dei più grandi insegnamenti di Hobbes è l’idea per cui verità e falsità sono attributi del discorso e non delle cose. Dove non esiste discorso, non esiste né verità né falsità. Esse, al contrario, consistono nella corretta consequenzialità dei nomi. Cercare di ritrovare la verità o la falsità nelle cose, così come nei fatti o nelle fonti, è opera inutile e fuorviante. Troviamo in questo modo un altro insegnamento utilissimo: quello per cui il concetto di fake news, oggi continuamente evocato nel mondo dell’informazione, è quanto di più equivoco possa esserci. Tutto le notizie sono fake news se esse non mostrano (o perlomeno non tentano di mostrare) le definizioni dei nomi che vengono utilizzati. A questo proposito, Hobbes denuncia almeno quattro possibili abusi nei discorsi. Il primo si ha quando il significato delle parole cambia continuamente, con la conseguenza di diffondere opinioni che nemmeno chi le enuncia ha realmente concepito (l’esempio di chi parla per sentito dire). Il secondo consiste nell’uso metaforico delle parole, uso che, essendo per sua natura equivoco, moltiplica le possibilità d’errore (dire, ad esempio, che quella del coronavirus è una guerra, aggiunge solo confusione a confusione). Il terzo consiste nel dire cose difformi rispetto al proprio sentire interiore (la menzogna è uno dei costumi più praticati da quando è nato il linguaggio). Il quarto consiste nell’usare le parole per aggredire altri (genere di abuso tipico di chi predica l’assoluta violenza verbale e allo stesso tempo si spaccia per rappresentante della ragione).

Contro i libri e l’autorità
Ma c’è un altro inconveniente, vero e proprio virus che si propaga in modo inconsapevole, generato dall’errore o dalla confusione nelle definizioni da cui partono i pensieri. Gli errori infatti «si moltiplicano progressivamente col procedere del calcolo e conducono gli uomini ad assurdità di cui alla fine si accorgono, ma che non possono evitare senza riprendere il calcolo dall’inizio». Questo avviene soprattutto a causa dei libri e dell’autorità. I libri, a differenza di quanto si pensa comunemente, non sono un valore in sé: se infatti al loro uso non si accompagna la riflessione personale, essi sono addirittura dannosi tanto che gli uomini diventano come quegli uccelli che, entrati in una stanza, non sapendo più dove andare e come ritrovare l’uscita, finiscono per sbattere la testa contro pareti e finestre. Chi riceve istruzione solo dai libri, aggiunge Hobbes, si riduce ad una condizione peggiore di quella dell’ignorante. Chi poi si affida in modo acritico all’autorità, anche se i suoi rappresentanti si chiamano Aristotele, Cicerone e Tommaso,  finisce per essere uno stolto. La conseguenza è il rifiuto dell’equivalenza tra erudizione e saggezza in quanto «nella misura in cui aumenta la ricchezza del linguaggio, gli uomini diventano più saggi o più folli di quanto non lo siano comunemente». Non si diventa saggi leggendo i libri, ma leggendo gli uomini. In che modo si leggono gli uomini? Leggendo se stessi, nosce te ipsum spiega Hobbes. Se non c’è questo (per tentare un’altra riflessione attualizzante) ecco il mondo di Facebook in cui gli uomini «provano grande piacere nel mostrare ciò che credono di aver letto negli uomini, censurandosi a vicenda senza pietà».

I furbetti della ratio: quelli della maggioranza inutile e i presunti saggi
Se la ragione è infallibile come l’aritmetica, questa infallibilità non si coniuga con il suo uso: così come si fanno calcoli sbagliati, così accade che si possa sbagliare nel ragionare. Dove si trova dunque la retta ragione? Hobbes sembra qui utilizzare un noto esempio di Galilei il quale sosteneva che nelle cose del sapere le cose non stanno come il portare pesi ma come il correre. Per portare pesi e trainare carri, cento cavalli frisoni sono migliori di cento cavalli berberi purosangue. Ma se invece si tratta di correre, un solo cavallo berbero è più veloce di cento cavalli frisoni: l’unione in questo caso non fa certo la forza. Il discorrere (cioè il sapere) è come il correre e non come il portare pesi. Fuor di metafora, la ragione non dipende dalla maggioranza perché «la ragione di uno o di un qualsivoglia numero di uomini non fornisce la certezza più di quanto non debba ritenersi correttamente il calcolato un conto perché è un gran numero di persone lo ha approvato all’unanimità». Così come aveva diffidato dei libri e dell’autorità, Hobbes non esita a sospettare chi si attribuisce presunti monopoli di saggezza perché «quando coloro che si ritengono più saggi di tutti gli altri, reclamano e invocano come giudice la retta ragione, cercando unicamente di decidere le questioni con la loro sola ragione ad esclusione di quella degli altri, producono un fatto altrettanto intollerabile nella società umana quanto lo è nel gioco, dopo l’estrazione della briscola, usare come briscola ogni momento il colore di cui si ha il maggior numero di carte in mano. Costoro infatti vogliono soltanto che nelle loro controversie sia accolta come retta ragione qualsiasi passione da cui sono dominati liberando così la loro mancanza di retta ragione proprio perché la pretendono». 

L’uso corretto della ragione richiede cautela e discrezione
Si è soliti associare Hobbes al contrattualismo che segue alla visione antropologica dell’homo homini lupus. Tuttavia, si può e si deve osservare (come è stato fatto) che il principio bellum omnium contra omnes nasce esattamente nel momento in cui la logica del discorso e del ragionamento viene meno. L’annichilimento, prima della violenza fisica, inizia con le parole.
Cosa impariamo dal discorso di Hobbes sulla ragione? Prima di tutto che i dati, le verifiche empiriche e le fonti non hanno nulla a che fare, di per sé, con il discorso razionale. Essi riguardano piuttosto la sensibilità e la memoria; la ragione può farne uso, a patto però che si ricordi che non costituiscono il fondamento della ratio (soprattutto se i numeri, come spesso avviene, sfuggono ad ogni controllo). Si tratta di un grande equivoco della cultura odierna: pensare che il ricorso ai fatti o alle fonti sia l’elemento che decide la verità o falsità di un discorso. Non è così, perché i fatti e le fonti dipendono sempre dall’uso che ne fa la ragione nella sequenza dei pensieri che nascono dalle definizioni. La seconda cosa è che la ragione deve aver cura a come i discorsi vengono costruiti e trasmessi: un discorso può essere vero o falso solo se discende da corrette definizioni e giunge a conclusioni evidenti all’intelletto. Per questo i veri filosofi sono coloro che insegnano a ragionare e che, prima che trasformare il mondo, correggono il modo di pensare. Si tratta di un compito antipatico che spesso finisce per creare diffidenza più che concordia: sicché, corollario necessario affinché si possa esercitare la filosofia, è che questo compito sia fatto con cautela e prudenza e, se possibile, in modo da suscitare benevolenza e simpatia.

La lucida visione del De rerum natura nel tempo del coronavirus

Il tempo eccezionale che stiamo vivendo a causa del morbo che imperversa nel mondo, ci impone di sospendere le rubriche ordinarie e di volgere lo sguardo a chi, tra i filosofi, in tempi simili a quello presente, ha pensato e scritto pagine di acume e intelligenza. Una premessa: parafrasando Nietzsche, in circostanze di questo tipo, tutti si sentono in dovere di esprimere qualcosa e di far conoscere il loro caro pensiero. Noi non abbiamo nulla da dire, nessun significato da recapitare. L’unica nostra attenzione è volta a comprendere le cause da cui questa malattia è originata e gli effetti che essa produrrà nel corpo sociale, inteso sia in senso fisico che spirituale. Per questo motivo abbiamo pensato di rileggere il sesto e ultimo capitolo del De rerum natura di Lucrezio che contiene il terribile racconto della peste di Atene, tratto a sua volta dal racconto di Tucidide. Dal capolavoro del poeta e filosofo latino impariamo che il terrore dell’animo e le tenebre causate dal virus (anche i video, le battute e i meme rassicuranti che imperversano sui social in modo “virale”, i quali, seppur divertenti, non sono nient’altro che paura dissimulata di fronte al pericolo), possono essere dissipati «non dai raggi del sole o dai lucenti dardi del giorno, ma dalla visione e dalla scienza della natura». Il testo latino dice naturae species ratioque, meglio traducibile con «osservazione razionale della natura», il che significa il rifiuto deciso e sistematico di essere ridotti a preda degli eventi.

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L’impossibilità dell’unificazione europea e il Superstato tecnico

Sono molti i libri nei quali Severino ha scritto sull’Europa e sulle prospettive dell’unificazione europea. Spesso si tratta di raccolte di articoli pubblicati sul Corriere della Sera dove il filosofo bresciano commentava periodicamente fatti e vicende della politica nazionale e internazionale. Fin dagli scritti riassunti in Gli abitatori del tempo del 1978 e poi in Téchne, il saggio sulle radici della violenza apparso l’anno successivo, è sembrato subito chiaro che le analisi di Severino superavano per lucidità quelle di tanti scienziati della politica. Tornano alla mente le parole di Leo Strauss secondo cui la scienza politica contemporanea, una volta messa di fronte alle tirannidi più terribili, non le seppe riconoscere. Severino al contrario dimostra subito di riconoscere una tirannide, quella della Tecnica, mascherata sotto le vesti della fede nel divenire che domina l’Occidente. Un tiranno sfuggente, senza volto, e per questo ancora più temibile. Ripercorriamo oggi la penetrante analisi del filosofo contenuta in alcuni dei suoi libri più significativi.

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Fred, Mary e gli altri. Poi c’è Severino.

Il fisicalismo è quell’insieme di dottrine filosofiche e scientifiche secondo cui tutto ciò che è conoscibile del mondo proviene solo ed esclusivamente dalla fisica. Si tratta della tendenza riduzionistica, oggi dominante, contro la quale non sono mancati argomenti per la sua confutazione, anche nell’ambito della stessa filosofia analitica. Tra questi l’esperimento mentale, definito come “argomento della conoscenza”, del filosofo australiano Frank Jackson, facente perno sui concetti di qualia, genericamente definiti come quegli elementi che costituiscono l’aspetto soggettivo dell’esperienza cosciente. Si tratta di una tesi talmente debole che lo stesso filosofo ebbe più tardi a ritrattarla per capitolare nelle braccia dei riduzionisti. Ben altro spessore chi, al contrario, anziché su argomenti di carattere empirico (o supposti tali) ha fatto leva su ragionamenti di carattere logico e metafisico, come il nostro Emanuele Severino.

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L’importanza di non essere un pipistrello

L’esperimento mentale del filosofo americano Thomas Nagel, pubblicato su The Philosophical Review nell’ottobre del 1974, mira a confutare le ipotesi fisicaliste e riduzioniste che intendono spiegare il rapporto tra mente e corpo in termini puramente biologici. Nagel, ponendo una serie di problemi che s’incentrano essenzialmente sul ruolo della coscienza e su quello della soggettività individuale, parte da questo presupposto: anche se conoscessimo tutta la meccanica del cervello, anche se fossimo in grado di mappare ogni cellula che costituisce la nostra materia grigia, noi non comprenderemmo mai che cosa significhi fare un’esperienza spirituale, percepire un oggetto o provare delle emozioni. La ragione è semplice: nel momento in cui appare qualcosa alla coscienza, significa che appare qualcosa che equivale al come essere una certa altra cosa. Per dimostrare ciò, egli ricorre alla finzione di pensare a cosa si prova ad essere un pipistrello.

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Spinoza in Italia, una storia ancora da scrivere

L’influenza del pensiero di Spinoza in Italia è un capitolo ancora aperto della storia della filosofia. Come scrive Francesco Cerrato nel suo Liberare la modernità. Spinoza in Italia tra Risorgimento e Unità (testo che abbiamo utilizzato come guida per trarre lumi su questa vicenda), il pensiero di Spinoza non costituisce solo un problema storiografico ma anche un problema concettuale e filosofico. A destare curiosità è il fatto, comune anche agli altri Paesi europei, che Spinoza ha attraversato la modernità come un prisma il cui pensiero ha sempre diviso gli interpreti. Questo non solo a causa della strategia di dissimulazione adottata nei suoi scritti ma anche, aggiungiamo noi, al fatto che il pensiero di Spinoza, almeno nel periodo successivo all’Unità italiana, è stato confinato a quanto contenuto nell’Etica senza mai un vero confronto con le tesi del Trattato Teologico Politico.

Gentile primo storico dello spinozismo in Italia
Abbiamo ricordato recentemente la critica attualistica di Gentile a Spinoza. In un articolo del 1927 dal titolo Spinoza e la filosofia italiana, il filosofo siciliano ribadiva i suoi rimproveri sostenendo che «l’Amor Dei intellectualis non ci dà l’adeguato concetto della vita dello Spirito». Tuttavia, abbandonata la discussione sugli aspetti teoretici dell’ontologia spinoziana, Gentile giungeva ad affermare che «intendere Spinoza diventò per gli studiosi italiani un bisogno per intendere la stessa filosofia» tanto da ammettere che Spinoza aveva ragione: non solo perché egli era stato il rappresentante principale della concezione naturalistica del mondo, distinta da quella fornita dagli Eleati e dai presocratici, ma anche perché l’uomo ha bisogno della fede, costituita da quell’amore di Dio (appena poche righe prima, come abbiamo visto, dichiarato insufficiente) che Spinoza gli radica nell’animo, necessario affinché l’uomo non si senta «sequestrato dal mondo in cui Dio si manifesta, e cioè si realizza». Rimaneva ciononostante l’accusa di acosmismo, l’incapacità cioè di concepire il divenire, tipica di chi, come Gentile, interpretava la dinamica storica con le lenti dell’idealismo hegeliano. E rimaneva il rifiuto di una filosofia considerata comunque lontana dal cristianesimo che Gentile giudicava, nonostante le contraddizioni nelle quali era stato rivestito nel corso della storia, l’espressione dell’autentica vita dello Spirito in quanto in esso «non c’è più il fatto ma l’atto, non più le cose ma l’amore».

Spaventa e l’opposizione imperfetta
Chi invece su Spinoza ha condotto una riflessione sistematica, ben più profonda ed originale di quella di Gentile, questi è stato Bertrando Spaventa. Nella ricostruzione di Cerrato sono quattro gli approcci del pensatore abruzzese alla filosofia di Spinoza. I primi due sono uniti dalla persuasione, secondo la nota tesi della circolazione del pensiero, che la filosofia moderna europea, da Spinoza fino ad Hegel, sia uno sviluppo di quella rinascimentale italiana. Il primo approccio vede una stretta analogia del pensiero di Bruno con quello di Spinoza in cui l’infinito del primo e la sostanza del secondo sono fatti coincidere nell’immanenza divina. Tuttavia, in base alla canonica lettura hegeliana di cui anche Spaventa è debitore, entrambe sono giudicate filosofie statiche e immobili tanto da non poter accogliere dentro di sé il divenire del mondo. Anche nel secondo approccio il nolano continua ad essere dichiarato il precursore del filosofo di Amsterdam, ma se ne evidenziano però le differenze. Queste consistono nel fatto che la Sostanza spinoziana offre un concetto di Dio inteso come causa sui, causalità immanente; in Bruno invece, «vi ha una certa perplessità nel concetto di Dio: Dio ora è principio soprannaturale e soprastanziale, ora è la stessa Natura e Sostanza. Quello è il Dio dei teologi, questo de’ filosofi». Tale oscillazione è considerata tipica di un filosofo il quale, venendo prima di Cartesio, non poteva avere gli strumenti per una speculazione legata al soggetto. Non è un caso che Spaventa rileggesse Spinoza in senso cartesiano in una terza e più tarda interpretazione.

Ma è la quarta interpretazione quella più importante, contenuta in un saggio dal titolo Il concetto dell’opposizione e lo spinozismo, che Spaventa pubblicava all’età di cinquanta anni. In tale articolo, il filosofo abruzzese offriva innanzitutto una doverosa premessa teoretica volta a chiarire il concetto di opposizione: in base ad esso, i termini che si oppongono non sono estranei l’uno all’altro, bensì si implicano a vicenda (la natura, che non è spirito, non è senza lo spirito, così come lo spirito, che non è natura, non è senza la natura). Questo fonda la necessità della differenza, intesa come non poter essere senza il suo non essere. Nel sistema spinoziano tali opposti sono il pensiero e l’estensione, ovvero i due attributi della sostanza. Il problema, secondo l’interpretazione di Spaventa, è che tale differenza non è intrinseca bensì estrinseca a quell’opposizione con la conseguenza che essa risulta infinita solo in apparenza. Il difetto fondamentale della filosofia di Spinoza consiste dunque nel non aver distinto il concetto di sostanza da quello di essere: i due opposti infatti sono come il qualcosa e l’altro, in cui il principio non è l’essere ma la sostanza come essere. Nonostante ciò, il filosofo abruzzese riconosceva che quel difetto costituiva la contraddizione vitale dello spinozismo, felice inconseguenza (quella per cui la differenza è introdotta dall’esterno nella sostanza) che consente a Spinoza di fondare i concetti più noti, riassunti nel celebre Deus sive Natura; sicché, concludeva Spaventa, «lo spinozismo non è spento, ma vive ancora e vivrà sempre in una forma più adeguata alla sua propria esigenza, e quindi più vera. Dopo morto, è più vivo di prima».

Una questione di attributi
Vale la pena di aggiungere che il cuore della critica di Spaventa si fondava sulla critica degli attributi di derivazione hegeliana. Senza entrare a fondo nei particolari della questione, Hegel considerava gli attributi (pensiero ed estensione) in senso nominale anziché reale in quanto se è l’intelletto a cogliere gli attributi, «dove la sostanza trapassi in attributo non è detto». La difficoltà nasceva anche dal fatto che, una volta considerata la sostanza come determinata, era impossibile che la stessa sostanza fosse l’identico soggetto di attributi che, tra di loro, non hanno niente in comune. L’obiezione si poteva riassumere in questo modo: come è possibile che la sostanza, se è estesa, sia anche pensante? E come è possibile che la sostanza, se è pensiero, sia anche esteso? Questo è appunto impossibile se la causa prima viene intesa come determinata. Ma se, come sembra più corretto, si considera la causa come indeterminata, allora quella contraddizione scompare senza la necessità di introdurre un soggetto che si sostituisca alla sostanza.

Gioberti e gli altri tra cristianesimo e storicismo
Proprio la formula tipica dello spinozismo è ciò che separava Vincenzo Gioberti, l’altro grande filosofo del Risorgimento, da Spinoza: tramite la razionalità infatti, la distanza tra Dio e Natura è annullata con la conseguenza che viene ad essere negata l’identità personale e trascendente di Dio a favore di una concezione materialistica del divino. Gioberti rimproverava poi a Spinoza di aver trascurato la distinzione reale tra infinito e finito ricadendo, come Cartesio, in una forma banale di psicologismo. Da notare che Gioberti si spingeva fino a considerare l’aspetto politico della dottrina di Spinoza di cui era criticata la coincidenza tra diritto naturale e forza. Gioberti tuttavia, come Cerrato mette bene in risalto nel suo lavoro, è il primo a considerare la filosofia di Spinoza come una delle grandi alternative del pensiero moderno nei confronti della quale era doveroso prendere posizione. Oltre a Gentile e a Spaventa, tutti i filosofi del periodo, chi per un verso chi per un altro, lo hanno fatto: da Pasquale Galluppi all’inizio dell’ottocento con la sua critica al determinismo, fino ad Antonio Labriola e alle sue analisi delle passioni spinoziane nel periodo precedente la prima guerra mondiale; da Antonio Rosmini, che addirittura accusava Gioberti di essere caduto nello spinozismo, fino a Francesco Fiorentino il quale, oltre a ripercorre la dottrina spinoziana in modo completo, sottolineava la continuità tra l’Etica e il Trattato Teologico Politico. Proprio quest’ultima opera, l’unica pubblicata in vita dal filosofo di Amsterdam, costituisce a ben vedere la grande assente nelle analisi del periodo in esame. Ciò è accaduto per un duplice ordine di motivi. Da una parte la diffidenza nei confronti di una cultura, quella ebraica veterotestamentaria, troppo lontana dai riferimenti e dall’ambiente cristiano dell’epoca; dall’altra lo storicismo dei pensatori in esame, derivante dalla filosofia hegeliana, da cui scaturiva quella diffidenza nei confronti dell’incontrovertibile che ancora oggi costituisce la nota più evidente della filosofia contemporanea.

Riferimenti bibliografici
– Francesco Cerrato, Liberare la modernità. Spinoza in Italia tra Risorgimento e Unità, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016
– Giovanni Gentile, Spinoza e la Filosofia in Italia in Chronicon Spinozanum, vol. V, L’Aia, 1927, pp.104-110
– Bertrando Spaventa, Il concetto dell’opposizione e lo spinozismo (1867) in Opere a cura di Francesco Valagussa, Bompiani, Milano, 2008, ediz. Kindle, loc. 6064-6221

Il tiranno triste e la felicità senza invidia di Senofonte

Viviamo in tempi in cui è tornata di gran moda la parola tiranno. Oltre all’apparire di molta pubblicistica, anche accademica, sono diverse le cause di questo fenomeno: dall’indifferenza, che si tramuta in vero e proprio disprezzo, da parte dei governati nei confronti della politica e delle cosiddette èlites, fino all’insofferenza di molti governanti nei confronti delle modalità democratiche di gestione del potere. Da questo punto di vista, il recente emergere di personalità politiche forti e non convenzionali (molto spesso frutto di vere e proprie campagne propagandistiche), unita spesso all’aperta denigrazione dei valori della democrazia, ha favorito il ritorno di quel termine. Non bisogna dimenticare tuttavia, come scriveva Leo Strauss nel commento al Gerone di Senofonte, che la tirannide è un male congenito della vita politica: il suo studio quindi è stato fin dall’antichità il primo compito di chi si accingeva ad analizzare il fenomeno del potere.

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Spinoza e Anassimandro contro tutti

Nell’ultimo articolo dell’anno ci rivolgiamo, come tradizione, al nostro classico per eccellenza: Baruch Spinoza. In un recente articolo a firma di un nostro amico e collaboratore, viene ricordato il necessitarismo di Spinoza, nei confronti del quale cade la categoria di possibilità, intesa come realtà che deve ancora compiersi. Ma, aggiungiamo, cade anche la stessa categoria di determinismo la quale, se ammette il principio per cui ogni effetto è determinato da una causa, non esclude il prodursi di altri ordini o serie causali: in altre parole, il necessitarismo spinoziano implica non solo che il prodursi di un certo evento sia condizionato da un altro (principio di ragion sufficiente) ma che quello stesso evento non poteva non prodursi (per questo motivo si dice radicale). Questa distinzione (necessitarismo vs determinismo) ci suggerisce poi ulteriori specificazioni in merito ad altri indirizzi, termini o correnti della storia della filosofia.

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Il ritorno a Parmenide e il parricidio (di nuovo) mancato

Il ritorno a Parmenide, motto con il quale Emanuele Severino ha connotato il programma della sua filosofia, costituisce in realtà la più radicale negazione del pensiero dell’eleate. La questione è stata una delle più dibattute nell’ultimo ritiro filosofico che, dedicato al rapporto tra pensiero e linguaggio nel pensiero del grande filosofo bresciano, ha sostanzialmente finito per sottoporre ad indagine dettagliata la sua opera fondamentale, ovvero la Struttura Originaria. Legata al tema dell’identità, così come avevamo già messo in rilievo in un altro precedente articolo, la conseguenza decisiva di quel ritorno consiste in una sorta di conferimento all’ente di tutte quelle caratteristiche che precedentemente erano state attribuite all’essere. Si verifica insomma un vero e proprio rovesciamento: ponendo al centro la relazione oppositiva, ovvero il luogo del disporsi dell’essere e del non essere, non solo si finisce per decretare l’essere del non essere (l’ente) ma si fa della relazione negativa (l’opposizione) il grande tema della metafisica. 

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