Dalla realtà-continente alla realtà-arcipelago
Disponiamo ancora delle categorie necessarie per descrivere il mondo contemporaneo? Arcipelago della realtà, l’ultimo libro pubblicato dal saggista e filosofo Andrea Colamedici, prende le mosse da questo interrogativo tanto semplice quanto decisivo. L’autore sostiene che le trasformazioni introdotte dall’ecosistema digitale abbiano reso insufficiente il lessico con cui la modernità ha interpretato la realtà. Per questo motivo il volume si propone di ridiscutere alcuni concetti fondamentali del nostro vocabolario culturale, mostrando come essi presuppongano un’immagine del mondo che oggi non appare più adeguata. Se per secoli coppie concettuali quali destra e sinistra, progressisti e conservatori, rivoluzionari e reazionari hanno avuto valore, è stato perché presupponevano l’esistenza di un continuum tra le due parti. «Il dibattito, la deliberazione, il compromesso, la persuasione: tutte queste pratiche sono possibili solo in uno spazio in cui il cammino tra due punti esiste anche quando è lungo, tortuoso, faticoso» (p. 29). Oggi le nostre azioni avvengono all’interno di una nuova topologia, che ricalca quella delle rette sghembe: viviamo in un mondo dove è diventato impossibile capirsi reciprocamente; l’avvento del digitale ha diviso il continente monolitico della realtà in tante piccole isole incomunicabili tra loro. Si è passati da uno spazio pubblico polarizzato a uno spazio frammentato. E questa distinzione è decisiva: la polarizzazione è metrica, ossia concerne diversi gradi di lontananza; viceversa, la frammentazione è topologica, cioè irriducibile.
La post-realtà come spazio del possibile
In questo contesto, si rende necessario un nuovo lessico. Dopo il post-umano (Hassan, 1977), il post-moderno (Lyotard, 1979) e la post-verità (Tesich, 1992), Colamedici conia il termine post-realtà: una condizione strutturale dove «la realtà come campo condiviso, come sfondo comune su cui le posizioni si stagliano e si confrontano, è finita. […] Intendo qualcosa che viene dopo la realtà intesa al singolare: dopo l’epoca in cui, per quanto ci si dividesse su cosa fosse giusto o vero, c’era un solo mondo in cui quelle divisioni avvenivano. Ma oggi non c’è più la realtà; ci sono le realtà» (pp. 37-38).
L’emergenza di queste realtà “alternative” – come il metaverso o la realtà aumentata – chiama in causa due tematiche: la possibilità e la relazione. In merito a ciò, l’autore valorizza il contributo dell’opera di Vilém Flusser (2009). Secondo il filosofo ceco (attivo negli anni ’80), le immagini tecniche segnano una svolta antropologica per la percezione e il pensiero umano: esse non si trovano sullo schermo in una situazione che precede la parola, ma emergono dall’accensione di punti discreti in una dinamica che viene dopo il numero. Questo porta a una nuova condizione della coscienza umana: non più basata sulla linearità sequenziale della storia, ma immersa in uno stato relazionale e configurazionale che Flusser definisce post-storia. In tale condizione, l’essere umano vive in un mondo composto da strutture e connessioni potenzialmente infinite, dove verità e falsità risultano semplicemente dei valori asintotici. Le intuizioni di Flusser sembrano descrivere l’idea odierna di spazio latente, un luogo virtuale che emerge dall’addestramento dei Large Language Models, che non si limitano ad archiviare contenuti, ma sono capaci di crearne di nuovi. Questo spazio «contiene tutte le configurazioni possibili ma nessuna di esse esiste finché qualcuno non la richiama» (p. 60).
Le risposte alla crisi e la proposta di un nuovo lessico
Preso atto di questa nuova condizione ontologica, Colamedici pone delle domande non scontate: «Se la frammentazione è la condizione in cui viviamo, come ci siamo arrivati? È un processo spontaneo, un effetto collaterale? Oppure qualcuno ne beneficia e la alimenta, e ha interesse a che i frammenti restino separati?» (p. 133). Le risposte sono, per usare lo stesso termine dell’autore, piuttosto sgradevoli: la frammentazione odierna non è un fenomeno naturale, ma il risultato delle pressioni esterne delle grandi piattaforme e dei regimi autoritari, entità che guadagnano – sia in termini economici sia in termini di consenso – dalla divisione di individui che non sanno più trovare un terreno comune per confrontarsi. Altrettanto sgradevoli sono le risposte che si danno solitamente a tale situazione: la prima è il populismo, usato specialmente dalle destre che invocano il ritorno a un passato glorioso in cui tutto era migliore; la seconda è il lungotermismo, promosso in particolare dagli imprenditori della Silicon Valley che parlano di un futuro di prosperità per la razza umana. Come è evidente, entrambe queste risposte negano la complessità della realtà idealizzando i diversi piani temporali: «Il lungotermismo fugge in un futuro calcolabile. Il populismo in un passato mitizzato» (p. 149). Accanto a queste due forme di rifiuto della realtà, il filosofo italiano ne cita giustamente un’altra: la sinistra decostruttiva figlia della crisi socialista e della lezione post-strutturalista. In quest’ultimo caso, però, il risultato ha superato le intenzioni: l’eccessiva attività decostruttiva ha finito per privare la realtà di qualsiasi fondamento. La costante valutazione e la mancanza di valori trascendenti hanno portato a «una sinistra che sa criticare le costruzioni altrui ma non sa minimamente proporre le proprie; che sa mostrare che il lungotermismo è un’ideologia e che il populismo è un mito, ma non sa cosa opporre né all’uno né all’altro» (p. 144).
Cosa fare di fronte alla condizione della post-realtà? Come fatto in precedenza, Colamedici suggerisce la risemantizzazione di alcuni vocaboli, un tempo ritenuti immutabili, ma che ora necessitano di essere ripensati alla luce delle nuove tecnologie. Il lettore avrà il piacere di soffermarsi su tutti questi temi nel settimo capitolo. Qui ci limitiamo a tre esempi: il primo è la questione dei neurodiritti (Yuste, Goering et al., 2017), che va a integrare il classico principio dell’habeas corpus con quello dell’habeas mentem; ciò implica anche un ripensamento del confine tra mente e mondo, rideclinato attraverso il concetto di mente estesa (Clark & Chalmers, 1998), ossia il prolungamento dei processi cognitivi agli strumenti usati per pensare; infine, il diritto all’opacità (Glissant, 2020), che non indica una privazione di alcun tipo, ma evita che la relazione con l’alterità diventi un semplice rispecchiamento di sé stessi. Questa operazione è fondamentale. L’autore ricorda: «Finché non avremo parole per nominare questo potere [quello degli algoritmi], finché non avremo categorie per pensarlo, finché non avremo diritti per contrastarlo, saremo esposti a una forza che avrà sempre meno bisogno di opprimerci, perché ci avrà già preformati» (p. 180).
Immaginazione e resistenza nell’epoca dell’IA
Il saggio di Colamedici è un ottimo esercizio di immaginazione (Einbildungskraft) nel senso fichtiano del termine: quando il filosofo tedesco parla di questa facoltà descrive un’attività creativa dell’Io indispensabile per produrre il Non-Io e orientare eticamente il soggetto nel mondo. Lo stesso viene fatto in quest’opera: lo sforzo attuato da Colamedici rappresenta la bozza di una discussione giuridica in merito alle tecnologie digitali, le cui sfide vanno affrontate tramite un esercizio immaginativo dell’essere umano. E ciò ci deve portare a riflettere su una caratteristica importante a livello antropologico: siamo sempre stati esseri generativi. Comprendere, narrare, ricordare e vedere sono tutti atti generativi da parte di chi non si limita a ricevere il mondo, bensì lo costruisce. In un periodo storico in cui la creatività e la generazione sembrano sempre più delegate all’intelligenza artificiale, è fondamentale riaffermare il ruolo dell’umano nella costruzione dei significati e nella produzione di mondi possibili. Questa è la condizione per poter resistere a poteri che ormai controllano le strutture con cui vediamo il mondo.
Ridiscussi molti vocaboli, sembra opportuno concludere con la seguente definizione, scritta dall’autore sulla copertina del libro: «Realtà, s. f. [dal lat. tardo realitas, –atis, der. di realis, “reale”] – Configurazione temporaneamente concretizzata a partire da un campo di possibilità. Per secoli creduta continente, si è rivelata isola». Una definizione che non deve condurci ad alcuna forma di nichilismo, ma, al contrario, portarci a riscoprire la natura etica e generativa dell’essere umano.
Riferimenti bibliografici
- Clark, A. & Chalmers, D. (1998). The Extended Mind, in «Analysis», vol. 58, n. 1, pp. 7-19.
- Colamedici, A. (2026). Arcipelago della realtà, Milano: UTET.
- Flusser, V. (2009). Immagini. Come la tecnologia ha cambiato la nostra percezione del mondo, trad. it. di S. Patriarca, Roma: Fazi Editore.
- Glissant, E. (2020). Introduzione a una poetica del diverso, trad. it. di F. Neri, Milano: Meltemi.
- Hassan, I. (1977). Prometheus as Performer: Toward a Posthumanist Culture?, in «The Georgia Review», vol. 31, n. 4, pp. 830-850.
- Lyotard, J.-F. (1979). La condition postmoderne. Rapport sur le savoir, Paris: Éditions de Minuit.
- Tesich, S. (1992, June 13). A Government of Lies, in «The Nation», vol. 254, n. 23, pp. 12-14.
- Yuste, R., Goering, S. et al. (2017). Four Ethical Priorities for Neurotechnologies and AI, in «Nature», vol. 551, pp. 159-163.
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