Una delle riflessioni filosofiche contemporanee più dibattute, per lo meno all’interno del panorama italiano, è quella di Emanuele Severino, secondo il quale l’intera tradizione metafisico-morale del pensiero occidentale è preda di una follia originaria. Nella sua interezza la critica severiniana mira al fondamento stesso della filosofia intesa come radicale riflessione intorno al principio dell’Essere. Ad un primo approccio la questione potrebbe apparire semplice: la follia dell’Occidente consiste nel riconoscimento del divenire quale evidenza incontrovertibile della realtà. Severino sostiene che l’affermazione della natura diveniente delle cose porta con sé tutta una serie di conseguenze – riassumibili nella concessione di uno statuto ontologico al non essere – che minano la possibilità stessa di giungere alla conoscenza della Verità. Tuttavia l’argomentazione non tarda a rivelare una complessità di fondo tale da rendere indispensabile un confronto più preciso e approfondito. Continue Reading
La teoria dei molteplici stati dell’essere
Il fondamento teoretico su cui è costruito il sistema di Guénon è la teoria dei molteplici stati dell’essere. Per diretta ammissione del filosofo francese, nonché per gli espliciti riferimenti utilizzati per la sua spiegazione, essa è strettamente dipendente dalla dottrina del Vedanta, la visione metafisica che, secondo la tradizione indù, ci permette di capire ciò che è.
Non solo. La teoria metafisica in esame viene spesso illustrata da Guénon tramite il simbolismo geometrico, metodo che, oltre a rendere esoterica la sua dottrina, può facilmente indurre in errore i lettori occidentali abituati alla logica del concetto discorsivo. In tutti i casi, il messaggio dell’autore è univoco: ridestare quella che egli definisce la “sensazione dell’eternità” attivabile soltanto con una chiara quanto esplicita coscienza metafisica. Continue Reading
“Essere o Non Essere”: non è questo il problema
Nel mese di novembre del 2014, l’Università di Macerata ha organizzato un convegno interdisciplinare dal titolo “Assoluto e Relativo”. Molto apprezzabile mi è sembrato l’intento alla base dell’iniziativa: raccogliere tentativi di ragionamento in termini assoluti, e non assolutistici, per trovare risposte soddisfacenti alle derive relativiste della contemporaneità.
Fin dal primo intervento, si è proposta la domanda fondamentale: “che cosa compete all’assoluto, l’Essere o il Non Essere?” Come ha immediatamente fatto notare il professor Francesco Totaro nel suo intervento Assoluto, relativo, prospettiva, in Occidente è stato Parmenide a dettare la via, mettendo direttamente in bocca alla Verità queste parole:
Quale origine vuoi cercare? Come e donde il nascere? Dal Non Essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è
(Parmenide, Frammento 8) Continue Reading
La Filosofia come continua ricerca del fondamento
Come alcuni ebbero a notare, la filosofia nasce grande. Quasi subito emerge il nocciolo problematico che resterà il cuore pulsante di tutta la ricerca a venire: l’identità essere e pensiero. Le parole con cui questo “cuore teoretico” appare nella coscienza greca sono famose, le dice Parmenide. «È infatti la stessa cosa pensare ed essere». Questa identità, che Parmenide chiama semplicemente essere, è la definizione nominale della verità; ed è ciò che in altri sistemi di riferimenti troviamo con parole come “assoluto”, “fondamento”, “Dio”.
Poco dopo Parmenide dice anche: «Composero infatti i mortali le loro opinioni nel nominare due forme, senza credere necessaria la loro unità». Dopo aver nominato la verità, indicandola nell’identità di essere e pensiero, Parmenide introduce la negazione stessa della verità, la dòxa, l’opinione che i mortali si formano. L’opinione dei mortali è la negazione della verità in quanto non vede la necessità dell’unità di pensiero ed essere, ma crede piuttosto nella loro separatezza, e vive in questa opinione separante l’identità. In queste due frasi fondamentali di Parmenide si concentra tutto il senso della storia della filosofia, fino ad oggi. Il non intendere l’identità essere-pensiero, che Parmenide invece garantisce come verità assoluta, anzi, la Dea stessa garantisce, conduce il mortale, cioè l’uomo, a pensare essere e pensiero separati, e considerare come compito fondamentale per se stesso una loro unificazione attraverso l’istituzione di una relazione. Ma il tema della relazione fra essere e pensiero, nel momento stesso in cui è posto nei termini suddetti, cioè quando viene inteso appunto come “relazione”, è già avviato a conclusioni necessariamente aporetiche. Infatti, quando si dice relazione, si dice separazione e unificazione. Se pensiero ed essere sono in relazione, e se questa relazione è fondamentale per entrambi, ché altrimenti se fosse estrinseca il problema si sposterebbe sul fondamento esterno della relazione, ovvero su un qualcosa che fonda la relazione essere e pensiero senza essere né essere né pensiero – se appunto la relazione di cui si tratta è essenziale, diventa impossibile pensare i termini separati. Se essere e pensiero fossero separabili, se ci fosse anche solo un punto in cui sono separati, non lo potremmo mai sapere: è il pensiero che sa, come potrebbe mai sapere l’essere laddove esso è separato dal pensiero stesso? È il pensiero che sa: ma se il pensiero è separato dall’essere vuol dire che non è, e quindi un non essere non sa. E ugualmente, se ci fosse un essere distaccato dal pensare, questo essere stesso non saprebbe di essere, e quindi non sarebbe per alcunché, tanto meno per se stesso.
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L’universo al cospetto dell’Essere (IV)
Ciò che Parmenide cerca è la verità. Più precisamente, egli cerca l’autentica verità, non quelle verità che vengono fatte valere ordinariamente dai mortali nella loro esperienza. Costoro, infatti, assumono come verità ciò che si presenta al loro sistema percettivo-sensibile, così che i sensi diventano il fondamento stesso della verità.
Di contro, l’insormontabile differenza ontologica (Heidegger, 1927) che sussiste tra fondamento e fondati non sfugge a Parmenide, forte della lezione di Anassimandro. Come l’apeiron, così l’essere non può venire collocato al medesimo livello degli enti, i quali indubbiamente si presentano, ma proprio per questa ragione valgono solo come verità relative al sistema che li rileva e che consente il configurarsi della loro presenza determinata.
L’universo empirico è costituito da una molteplicità di enti che divengono e proprio per questa ragione Parmenide li considera non-essere: poiché l’essere è uno e assoluto, molteplicità e divenire appaiono, ma non sono veramente. Continue Reading
La relazione come autentica negazione dell’essere (III)
Affrontiamo ora il tema della relazione negativa all’essere. In genere, si ritiene che Platone abbia compiuto il parricidio di Parmenide e lo abbia compiuto nel Sofista ad opera dello Straniero di Elea. Quest’ultimo viene utilizzato per criticare radicalmente Parmenide a muovere da una prospettiva non troppo lontana da quella dello stesso Platone. Non a caso, così lo Straniero afferma: «Non credere che io divenga quasi un parricida» e alle perplessità di Teeteto così spiega: «Perché, per difenderci, sarà necessario che noi sottoponiamo a esame il discorso del nostro padre Parmenide, e dovremo sostenere con forza che ciò che non è, in certo senso, è esso pure e che ciò che è, a sua volta in certo senso non è» (Platone, Sofista, 241 d 2-7). Continue Reading
L’impossibile assolutezza delle idee platoniche (I)
In questo lavoro si intende discutere il cosiddetto parricidio di Parmenide, portato a termine da Platone. Comunemente, si pensa che Platone abbia offerto ragioni forti, tant’è vero che raramente tale parricidio è stato rimesso in discussione.
A nostro giudizio, Platone non ha offerto ragioni forti, ma ha semplicemente fatto valere la presunta innegabilità dell’esperienza, di fronte alla quale la posizione parmenidea è parsa insostenibile. L’esperienza, infatti, viene considerata come la premessa di qualunque discorso, anche critico, nonché della sua stessa negazione: per negare l’esperienza la si deve presupporre.
In primo luogo, cercheremo di mostrare che l’innegabilità, di cui parla lo stesso Platone, è solo formale. In secondo luogo, rifletteremo sul rapporto Uno-molti per mostrare quanto segue: coloro che pongono in alternativa l’unità dell’essere, che è poi la sua assolutezza – sostenuta da Parmenide –, con la molteplicità degli enti non tengono conto che esse non si dispongono al medesimo livello, così che la loro alternativa è improponibile. Continue Reading
Il ritorno a Parmenide e il parricidio (di nuovo) mancato
Il ritorno a Parmenide, motto con il quale Emanuele Severino ha connotato il programma della sua filosofia, costituisce in realtà la più radicale negazione del pensiero dell’eleate. La questione è stata una delle più dibattute nell’ultimo ritiro filosofico che, dedicato al rapporto tra pensiero e linguaggio nel pensiero del grande filosofo bresciano, ha sostanzialmente finito per sottoporre ad indagine dettagliata la sua opera fondamentale, ovvero la Struttura Originaria. Legata al tema dell’identità, così come avevamo già messo in rilievo in un altro precedente articolo, la conseguenza decisiva di quel ritorno consiste in una sorta di conferimento all’ente di tutte quelle caratteristiche che precedentemente erano state attribuite all’essere. Si verifica insomma un vero e proprio rovesciamento: ponendo al centro la relazione oppositiva, ovvero il luogo del disporsi dell’essere e del non essere, non solo si finisce per decretare l’essere del non essere (l’ente) ma si fa della relazione negativa (l’opposizione) il grande tema della metafisica.
Affrontare l’enigma
In questa terza e ultima parte della nostra analisi di Filosofia dell’espressione, si schiude la crisalide. Il percorso attraverso il quale ci ha condotto Colli però, ci sorprende fino alla fine. Egli infatti non ci porta, come sarebbe stato legittimo aspettarsi, finalmente fuori dal labirinto che ha appena finito di mostrarci bensì, ci riporta al suo inizio, incalzandoci con un quesito che ricorda storie dal grande peso: hai il coraggio di rientrare?
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Intervista ad Emanuele Severino
«Gli eterni si manifestano secondo un ordine che non sarebbe potuto essere diverso da quello che è».
26 febbraio 2019
Emanuele Severino compie oggi 90 anni.
Il 1° febbraio del 2014 ci accolse nel suo salotto per parlare di filosofia. Passammo oltre due ore nella casa bresciana di Severino. Da quella chiacchierata uscì fuori questa insolita intervista.
Insolita perché, innanzitutto, era stata fatta al cospetto di un gigante della filosofia occidentale; in secondo luogo perché fu quasi rapsodica e così eterogenea da sembrarci paradossale, una volta usciti da lì. Forse, complice l’ingenuità e una certa forma di stupore, le nostre domande appaiono anche adesso slegate o troppo particolari. Forse però, stavolta complice la mente acuta di Severino, è possibile comunque intravedere un filo rosso in ciò che è riportato nelle righe che seguono. Il filo rosso che s’intravede è l’essenziale struttura della filosofia di Severino, quella imponente e grandiosa metafisica che il filosofo bresciano ha — a partire dal suo primo scritto, La struttura originaria del 1958, fino al recentissimo Testimoniando il destino — puntellato e interrogato continuamente.
A distanza di cinque anni dalla pubblicazione, quindi, vi riproponiamo il colloquio che RF ha avuto con Emanuele Severino: una semplice e modestissima traccia, all’interno di un solco ben più profondo rintracciabile sul campo di battaglia comunemente chiamato filosofia, e impresso da una delle voci più raffinate del Novecento.
Intervista di Andrea Cimarelli e Saverio Mariani