La relazione come autentica negazione dell’essere (III)

Affrontiamo ora il tema della relazione negativa all’essere. In genere, si ritiene che Platone abbia compiuto il parricidio di Parmenide e lo abbia compiuto nel Sofista ad opera dello Straniero di Elea. Quest’ultimo viene utilizzato per criticare radicalmente Parmenide a muovere da una prospettiva non troppo lontana da quella dello stesso Platone. Non a caso, così lo Straniero afferma: «Non credere che io divenga quasi un parricida» e alle perplessità di Teeteto così spiega: «Perché, per difenderci, sarà necessario che noi sottoponiamo a esame il discorso del nostro padre Parmenide, e dovremo sostenere con forza che ciò che non è, in certo senso, è esso pure e che ciò che è, a sua volta in certo senso non è» (Platone, Sofista, 241 d 2-7).

L’obiettivo del discorso, dunque, è mostrare che, in un certo senso, anche il non-essere è e l’essere, in un certo senso, non è: «Perché infatti per farti piacere affronteremo la confutazione del discorso parmenideo, se pure riusciremo a confutarlo» (Ivi, 242 b 1-3). Inizialmente, lo Straniero argomenta sull’uno e si chiede se il tutto è uno, per concludere che l’uno può essere diviso in parti, ancorché, se fosse veramente uno, dovrebbe essere indivisibile (Ivi, 244 d – 245 a).

Successivamente, egli svolge un discorso più articolato, con la prima parte del quale non si può non concordare: «Se il conoscere ha da essere un fare, per necessità consegue che ciò che viene conosciuto subisca. E così l’essere, appunto per questa ragione, essendo esso conosciuto dalla conoscenza, per tanto, per quanto è conosciuto, si muove perché subisce un’azione, la qual cosa noi affermiamo non poter accadere per ciò che sta in quiete» (Ivi, 248 e).

Riteniamo che quanto affermato fin qui dallo Straniero sia perfettamente condivisibile proprio perché l’essere non è conoscibile in quanto assoluto, ossia in quanto è inoggettivabile o insemantizzabile.

Se non che, nella seconda parte del suo discorso egli perviene ad una conclusione opposta alla nostra: usa, infatti, l’argomento proprio per negare l’assolutezza dell’essere: «E allora per Zeus? Ci faremo persuadere così facilmente che in realtà il moto, la vita, l’anima, l’intelligenza non ineriscano a ciò che assolutamente è, ch’esso né vive né pensa, ma invece venerabile e santo, senza intelletto, se ne sta fermo, immoto?» (Ivi, 248 e – 249 a).

Come si evince dal passo, l’essere viene assunto come una qualunque determinazione empirica e questa è la più radicale negazione della verità dell’essere di Parmenide.

Quanto affermato fin qui funge da preambolo all’argomentazione che concerne il non-essere: «Quando noi parliamo di “ciò che non è”, è evidente che noi non parliamo di un opposto (enantìon) di “ciò che è”, ma solo di una cosa diversa (heteron)» (Ivi, 257 b 2-4).

Orbene, precisamente questo viene comunemente considerato l’argomento decisivo per l’affermazione del non-essere e, quindi, per la relativizzazione stessa dell’essere.

Così lo Straniero precisa ulteriormente il suo discorso: «E dunque quando si dirà che negazione significa opposizione, noi non concederemo questo, ma soltanto invece ammetteremo che qualche cosa di altro indicano le particelle negative, come (non) e ou (non), preposte ai nomi che le seguono, o piuttosto poste davanti alle cose alle quali sono applicati i nomi pronunciati dopo la negazione» (Ivi, 257 b 4 – c 3).

Se non che, a nostro giudizio il vero nodo è costituito dalla relazione che tanto l’opposto quanto il diverso intrattengono con l’essere. È precisamente questa relazione che, secondo la nostra interpretazione, non può non valere come la negazione dell’essere.

Se l’essere è assoluto, infatti, la relazione non può porsi estrinsecamente all’essere, perché lo vincolerebbe a qualcosa di diverso da sé e lo negherebbe come assoluto. Ma non può porsi nemmeno intrinsecamente all’essere, perché lo dividerebbe in sé stesso, giacché la relazione si instaura tra due termini che non possono non distinguersi, in modo tale che dell’essere negherebbe ancora l’assolutezza.

Dove porre allora la relazione? La relazione non può venire posta, se si mantiene il principio dell’essere. Precisamente questa è la ragione per la quale il non-essere non può non venire meno a sé stesso.

Esso, infatti, pretenderebbe bensì di essere, per valere quale altro dall’essere, ma pretenderebbe di essere come negazione dell’essere o, detto altrimenti, pretenderebbe di porsi come termine che si differenzia dall’essere, per poter entrare in relazione con l’essere.

In tal modo, però, non solo l’essere verrebbe ridotto a termine, e perderebbe la sua assolutezza, ma il non-essere varrebbe come essente, pur dichiarando il proprio non essere.

Il non-essere, insomma, se pensato alla luce dell’essere, non può non rivelarsi una contraddizione, cioè il proprio contraddirsi come non-essere.

La relazione, e questo è in sintesi il nostro punto di vista, si rivela la genesi stessa della contraddizione, che è altro modo per indicare il non-essere. Quest’ultimo vale come la relazione negativa all’essere e la relazione decreta l’insensata ipostasi tanto dell’essere quanto del non-essere.

Da questa prospettiva, quindi, parlare di altro dall’essere non cambia lo status della questione. È precisamente l’altro dall’essere che l’essere esclude escludendo la relazione, che è la negazione stessa dell’essere perché è la negazione della sua assolutezza. Del fatto, cioè, che solo l’essere veramente è.

Riferimenti bibliografici

Platone, Sofista, trad. it. di A. Zadro, Universale Laterza, Bari 1975, pp. 189-258.

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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