Un altro filosofo contemporaneo che si occupa del tema della relazione è Edgar Morin. Il primato della relazione, infatti, viene affermato con forza nei suoi scritti.
Confrontando la sua posizione con quella di Emanuele Severino, sulla quale abbiamo riflettuto in molteplici lavori – dedicati in particolare a La struttura originaria (Stella 2018; Stella 2019) –, non si può non notare che il valore prioritario della relazione costituisce il tema fondamentale della ricerca di entrambi.
Certamente, Morin esprime tale valore in forma concettualmente meno densa, ma non meno significativa. Egli, del resto, non si cura tanto dell’aspetto più specificamente teoretico dell’indagine, ma delle sue ricadute teoriche.
Se Severino, riferendosi al fondamento, afferma infatti che «Ciò importa che l’essenza del fondamento non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità di un molteplice» (Severino 1981, 107), un concetto certamente non dissimile viene proposto da Morin nell’opera Introduzione al pensiero complesso.
Così egli scrive: «il pensiero semplificante è incapace di concepire la congiunzione dell’uno e del molteplice (unitas multiplex). Alternativamente, unifica astrattamente annullando la diversità oppure, al contrario, giustappone la diversità senza concepire l’unità» (Morin 1993, 8).
Rileviamo per inciso che, per lo meno da un certo punto di vista, è possibile affermare che anche Severino sostiene un modello complesso o sistemico-relazionale, stante il suo parlare di un «fondamento [che] non sia un che di semplice, ma una complessità, o l’unità di un molteplice».
Tornando, invece, a Morin, facciamo notare che egli indica una conseguenza fondamentale del «pensiero semplificante»: «In questo modo giungiamo all’intelligenza cieca. L’intelligenza cieca distrugge gli insiemi e le totalità, isola tutti i suoi oggetti dal loro ambiente circostante; non può concepire il legame inscindibile tra l’osservatore e la cosa osservata» (Ibidem).
Il pensiero complesso, dunque, coglie la struttura relazionale dell’esperienza: la realtà, infatti, è composta di relazioni e, in quanto oggetto del conoscere, è vincolata al soggetto del conoscere stesso.
Si potrebbe affermare che la primitiva relazione di soggetto e oggetto tende a moltiplicarsi nelle infinite relazioni che sussistono tra gli oggetti e all’interno di ciascuno di essi.
Proprio in questo senso, Morin può affermare quanto segue: «Che cos’è la complessità? In prima istanza, la complessità è un tessuto (complexus: ciò che è tessuto insieme) di costituenti eterogenei inseparabilmente associati: pone il paradosso dell’uno e del molteplice. In seconda istanza, la complessità è effettivamente il tessuto di fatti, azioni, interazioni, retroazioni, determinazioni, alea, che costituiscono il nostro mondo fenomenico» (Ivi, p. 10).
Il pensiero complesso, pertanto, deve affrontare la difficoltà del misurarsi con unità che si dividono e con legami che tendono all’unità: «La difficoltà del pensiero complesso consiste nel dover affrontare l’accozzaglia (il gioco infinito delle inter-retroazioni), la correlazione dei fenomeni tra loro, la nebbia, l’incertezza, la contraddizione» (Ivi, p. 11).
Il vero problema è rappresentato proprio dalla contraddizione, perché il pensiero complesso corre di continuo il rischio di impigliarsi in essa, conciliando gli inconciliabili.
Se non che, di fronte alla contraddizione Morin non riconosce l’emergere dell’incontraddittorio, che ne ha consentito il rilevamento, né si appella ad un pensiero che sull’incontraddittorio si fondi.
Egli, al contrario, considera la contraddizione l’essenza ultima della realtà, inclusa la realtà microfisica: «La breccia microfisica rivelò l’interdipendenza del soggetto e dell’oggetto, l’introduzione dell’alea nella conoscenza, la dereificazione della nozione di materia, l’irruzione della contraddizione logica nella descrizione empirica» (Ivi, p. 14).
Alla luce della concezione di Morin e da essa stimolati, ci chiediamo quanto segue: com’è possibile conciliare la consapevolezza della complessità dell’esperienza – e quindi di ciò che ordinariamente si assume come “reale” – con il principio logico, ma anche ontologico, di non contraddizione, fatto valere dall’ambito empirico-formale?
O più radicalmente: come conciliare il pensiero complesso e il fondamento stesso del pensare? Come non rilevare che, se complessità è sinonimo di contraddizione, pur tuttavia il coglimento della complessità e della contraddizione non può non avvenire in virtù dell’incontraddittorio e, inoltre, la loro stessa affermazione non può non venire effettuata incontraddittoriamente?
Riferimenti bibliografici
– Morin, Edgar. 1993. Introduzione al pensiero complesso. Milano: Sperling & Kupfer
– Severino, Emanuele. 1981. La struttura originaria. Milano: Adelphi
– Stella, Aldo. 2018. Il concetto di “relazione” nell’Opera di Severino. A partire da “La struttura originaria”. Milano: Guerini & Associati
– Stella, Aldo. 2019. “Metafisica Originaria” in Severino. Precisazioni preliminari e approfondimenti tematici. Milano: Guerini & Associati
Articoli della serie già pubblicati
– Heidegger e il primato della relazione come fondamento (15.I) (8 febbraio 2026)
– L’Essere come legame fondamentale in Heidegger (15.II) (8 marzo 2026)
– La relazione come mero presupposto (15.III) (14 aprile 2026)
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