Il concetto di transazione (18.I)

Per indicare il valore prioritario e costitutivo della relazione, si è parlato di “transazione”. Il concetto di “transazione” viene compiutamente tematizzato da John Dewey in un’opera da lui scritta in collaborazione con Arthur Fisher Bentley e intitolata Conoscenza e transazione.

Prendendo in esame le molteplici forme del «conoscere» e il loro rapporto con i «conosciuti», i due Autori precisano che «qualsiasi conoscere (knowing) o qualsiasi conosciuto (know) si stabilisce o meno unicamente attraverso una continua e infaticabile ricerca, e mai sulla base di un qualche presunto “fondamento”, “premessa”, “assioma” o ipse dixit estrinseco» (Dewey – Bentley 1946, 62). Continue Reading

Il primato della relazione (15.IV)

Un altro filosofo contemporaneo che si occupa del tema della relazione è Edgar Morin. Il primato della relazione, infatti, viene affermato con forza nei suoi scritti.

Confrontando la sua posizione con quella di Emanuele Severino, sulla quale abbiamo riflettuto in molteplici lavori – dedicati in particolare a La struttura originaria (Stella 2018; Stella 2019) –, non si può non notare che il valore prioritario della relazione costituisce il tema fondamentale della ricerca di entrambi.

Certamente, Morin esprime tale valore in forma concettualmente meno densa, ma non meno significativa. Egli, del resto, non si cura tanto dell’aspetto più specificamente teoretico dell’indagine, ma delle sue ricadute teoriche. Continue Reading

La relazione come mero presupposto (15.III)

Riprendiamo il discorso svolto nel precedente articolo da questo punto: il circolo ermeneutico, poiché vale come traduzione dell’apertura che sussiste tra testo e interprete, consente all’interprete – sempre secondo Heidegger – di cogliere il pensiero dell’autore del testo come esso in effetti è. 

La relazione preliminare tra interprete e interpretato produce, infatti, quella precomprensione del testo sulla quale si fonda l’interpretazione.  Continue Reading

L’Essere come legame fondamentale in Heidegger (15.II)

Per riprendere il discorso sul concetto di relazione in Heidegger, prendiamo in esame un altro passo, sempre tratto da Sull’essenza della verità: «Da dove – si chiede ancora Heidegger – il giudizio appresentante riceve l’indicazione di dirigersi all’oggetto e di accordarsi con esso secondo la norma della conformità? Perché questo accordo si determina con l’essenza della verità? Come può accadere una cosa del genere e cioè che si ricorra al presupposto di una conformità e ci si insedii in un accordo? Ciò è possibile solo se questo presupposto si è già liberamente offerto in un’apertura che lega ogni appresentazione a ciò che, a partire da questa apertura, si apre e dominando si impone» (Heidegger 1988, 18-19). Continue Reading

La filosofia e il fuoco: l’eredità di Severino

Si pensa, spesso a ragione, a un sistema filosofico come un complesso teoretico e organico che raccoglie un’unità di tesi su diversi ambiti, dalla metafisica all’etica. Quello che Emanuele Severino ha sviluppato nel corso della sua lunga produzione filosofica è, senza alcun dubbio, un sistema filosofico; ovverosia, un complesso teoretico-metafisico solido che si sviluppa intorno ad un fuoco centrale. Fa bene Leonardo Messinese, nel suo volume dedicato al filosofo bresciano, Emanuele Severino. Il destino e il mortale, edito da Feltrinelli (Messinese 2025) nella collana “Eredi”, a sottolineare come spesso i critici di Severino che hanno definito il suo pensiero «monocromatico, quando non monocorde e ripetitivo» abbiano, con ciò, perso di vista «il ricchissimo svolgimento di quel punto metafisico», ovvero il fuoco di cui scrivevo sopra, rimanendo «a guardare dall’esterno solo l’insegna del suo imponente edificio speculativo» (Messinese 2025, 244). Continue Reading

Heidegger e il primato della relazione come fondamento (15.I)

Tanto Martin Heidegger quanto Edgar Morin fanno valere il primato della relazione e il modo in cui ne parlano ci sembra particolarmente significativo.

In Kant e il problema della metafisica, Heidegger riflette sul problema kantiano di come sia possibile conoscere e la soluzione che egli indica è volta a sottolineare proprio il valore della relazione.

L’ente, che è ciò che deve venire conosciuto, viene colto bensì come “diverso” dal processo conoscitivo, ma tale da presentare una diversità che non appare “insormontabile”: «Ma per uscir fuori, verso il “diverso”, è necessario essere dentro un medium, nell’ambito del quale si può incontrare questo ente affatto diverso, che non si identifica con l’essere conoscente e che il conoscente non ha nemmeno in suo potere» (Heidegger 1973, 103). Continue Reading

L’attualità di fisica e metafisica

Che la domanda cos’è la filosofia? sia già filosofia, è un assunto che questa rivista e le attività di Ritiri Filosofici hanno sempre sposato in pieno. È infatti frequente che il dubbio si rivolga non solo a questioni più specifiche e circoscritte, ma alla natura stessa della speculazione. Questa pratica ricorsiva non deve essere letta come un eccesso formale, piuttosto essa è connaturata alla domanda filosofica e si ripropone continuamente da sé. Con una certa assertività sintetica si potrebbe dire che tutta la filosofia che non si chiede la natura del suo stesso filosofare, muove da una presunzione di verità. Continue Reading

Fondamento e sistema empirico-formale (IV)

Intendiamo concludere la riflessione svolta nei precedenti articoli, e dedicata al tema del fondamento nonché alla sua innegabilità, mediante un’ultima considerazione, che riteniamo vada riservata al sistema empirico-formale.

Per quale ragione? Per la ragione che tale sistema, da un lato, richiede il fondamento come emergente, perché solo se assoluto esso è autentico fondamento.

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Innegabile e inevitabile (III)

Nell’ultimo articolo, dicevamo che il finito, ancorché segnato dal limite, tuttavia non è sostituibile, proprio perché l’innegabile (il vero) non si colloca in continuità con l’inevitabile (le verità determinate, finite), sì che essi non sono fungibili.

Se l’innegabile sostituisse l’inevitabile, allora andrebbe ad occupare lo “spazio concettuale” che compete all’inevitabile e, dunque, decadrebbe ad inevitabile esso stesso. In questo senso, l’universo dei determinati, non essendo sostituibile, è imprescindibile, ma non per questo è intelligibile. Continue Reading

Il dislivello prometeico di Günther Anders

Il fulcro del pensiero di Anders risiede, come accennato nel precedente articolo, in uno dei temi più dibattuti della filosofia contemporanea – il problema della tecnica. La questione è affrontata in un passaggio del secondo volume della sua opera, in cui l’autore sostiene che «ciò che oggi dobbiamo chiederci è se disponiamo così liberamente della tecnica»; e prosegue: «può darsi benissimo che il pericolo che ci minaccia non consista nel cattivo uso della tecnica, ma sia implicito nell’essenza della tecnica in quanto tale» (Anders 1980, 113). Si evince così la sua postazione teoretica: la questione riguardo ad un uso “buono” o “cattivo” della tecnica è fuorviante in quanto pertiene ad una prospettiva antropocentrica, che non riconosce il suo statuto ontologico per sé. Una tale concezione lo accomuna, suo malgrado, ad autori coi quali tende a non comunicare o che critica esplicitamente; in particolare a Martin Heidegger. Il suo rapporto con la filosofia heideggeriana è infatti decisamente conflittuale; la critica all’ontologia heideggeriana, che si ritrova anche a più riprese nella sua opera principale, è esplicitata in diverse interviste ed è strutturata nel suo articolo On the Pseudo-Concreteness of Heidegger’s Philosophy (pubblicato per la prima volta in edizione italiana con il titolo Heidegger esteta dell’inazione nella rivista «MicroMega», 1996, 2, pp. 187-225 e successivamente nel volume collettaneo Anders, Arendt, Jonas, Löwith, Strauss 1988, 23-62).  Continue Reading

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