Verità, certezza e realtà oggettiva (II)

Abbiamo concluso il precedente articolo dicendo che tra il dire e l’intenzione del dire sussiste una divaricazione, che però non appare. Dico di me e intendo dire della cosa; dico di me dicente, ma intendo dire della cosa detta da me dicente.

L’apofansi “‘S è p’ è certo” dice che “io” sono certo di “S è p”, così che il suo oggetto non è “S è p”, ma il mio stato di certezza nei suoi confronti: si predica la certezza dell’apofansi e solo impropriamente del termine dell’apofansi in questione.

La certezza, infatti, concerne lo stato di colui che dice “S è p” e consiste appunto nell’espressione di costui sul proprio stato nei confronti di “S è p”.

Così, la dichiarazione della certezza è per sé stessa una riflessione: essa non è una conoscenza se non come un’attività della coscienza che riflette su sé medesima. Continue Reading

La fisica del Novecento e la condizione antropologica (IV)

Questo articolo è frutto del lavoro congiunto di Alessandro Lattuada e Aldo Pisano  entrambi componenti della Redazione di Ritiri Filosofici. L’articolo è il quarto di una serie di contributi che intendono prendere ad esame il rapporto tra filosofia e fisica seguendo le tracce del lavoro del fisico Carlo Rovelli. Qui il primo articolo, qui il secondo, qui il terzo.

1.- Costanti e variabili
Nella quattordicesima puntata della quinta stagione di Lost, la celebre serie tv firmata Abrams e Lindelof, si assiste al dialogo il medico Jack Shephard e il fisico Daniel Faraday:

Daniel: «E poi finalmente ho avuto un’intuizione. Insomma avevo passato tanto tempo concentrandomi sulle costanti, da essermi dimenticato delle variabili. E sai quali sono le variabili in questa equazione, Jack?
Jack: «No!»
Daniel: «Siamo noi. Noi siamo le variabili: le persone. Noi pensiamo, ragioniamo, facciamo delle scelte, abbiamo il libero arbitrio. Noi possiamo cambiare il nostro destino.

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La dialettica di certezza e verità (I)

Usiamo l’espressione composita “dialettica di certezza e verità” per sottolineare il capovolgimento continuo dell’una nell’altra, capovolgimento che si determina quando si afferma qualcosa: affermando, si intende fondare l’affermazione sulla verità.

Se non che, di fatto è la verità che, contraddittoriamente, finisce per fondarsi sull’affermazione, secondo le pretese dell’universo formale, cioè del discorso.

Più chiaramente: l’intenzione di chi formula un giudizio (un’affermazione dichiarativa) è quella di fondare il proprio giudizio sulla verità della cosa, e non viceversa. Continue Reading

La meccanica quantistica e il rapporto soggetto-oggetto (III)

Questo articolo è frutto del lavoro congiunto di Alessandro Lattuada e Aldo Pisano  entrambi componenti della Redazione di Ritiri Filosofici. L’articolo è il terzo di una serie di contributi che intendono prendere ad esame il rapporto tra filosofia e fisica seguendo le tracce del lavoro del fisico Carlo Rovelli. Qui il primo articolo, qui il secondo.

0. Riflettori che cadono: nulla imago sine perspectiva.

Il fotogramma è estrapolato dal film The Truman show e fa parte di una scena in cui avviene qualcosa di decisivo per l’intera trama. Il protagonista Truman (Jim Carrey) viene mano a mano ad accumulare una serie di indizi, per cui si rende conto di vivere in una realtà simulata in cui tutti sono attori di un grande show e di cui lui stesso è il protagonista. Ora, la vita di Truman è sotto l’obiettivo delle telecamere sin dal suo concepimento, per cui egli crede, grazie alla costruzione di un ambiente fittizio e di capacissimi attori, di essere nella sua ordinaria vita reale. Eppure, tutto inizia a vacillare proprio perché «la caduta dal cielo di un riflettore è un elemento inatteso e incongruo che insinua in Truman il dubbio sull’illusorietà del mondo nel quale egli vive» (Sani, 2016, 94).

Figura 1. Jim Carrey in una scena di The Truman show, di Peter Weir, 1998

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Segno, significato, realtà

Riferirsi ad uno stato di cose assunto come reale è il momento costitutivo del discorso in quanto discorso (per lo meno del discorso dichiarativo).

Se, infatti, il discorso non intendesse riferirsi ad una realtà autentica, cioè ad una realtà oggettiva, allora scadrebbe a sproloquio, cioè ad un dire vano ed evanescente.

La domanda che si impone, pertanto, è la seguente: quei significati, che il discorso assume come i propri referenti oggettivi – dunque come fondanti il proprio valere quale “discorso” –, possono venire considerati effettivamente emergenti sull’ordine del linguaggio, per valere quale realtà autentica, ossia per valere come effettivamente oggettivi? Continue Reading

Il parricidio necessario: la meccanica quantistica tra epistemologia e antropologia (II)

Questo articolo è frutto del lavoro congiunto di Alessandro Lattuada e Aldo Pisano  entrambi componenti della Redazione di Ritiri Filosofici. L’articolo è il secondo di una serie di tre contributi che intendono prendere ad esame il rapporto tra filosofia e fisica seguendo le tracce del lavoro del fisico Carlo Rovelli.

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«La gravità può attraversare le dimensioni. Compreso il tempo».
Joseph Cooper, Interstellar, 2014

Natura facit saltus: contesto e profilo storico della meccanica quantistica
Riuscire ad esprimere con estrema linearità e chiarezza lo sviluppo della meccanica quantistica è di fatto un’impresa ardua. Fondamentalmente per due ordini di motivi: il primo è che essa segue uno sviluppo storico-cronologico di più di un quarto di secolo, in cui è coinvolta una buona parte dei grandi fisici e scienziati dei primi trent’anni del ‘900; il secondo motivo è che la meccanica quantistica rimane tutt’ora difficile da comprendere nei suoi processi fondamentali. Tale irrimediabile constatazione deriva dal fatto che, quando prese avvio lo studio delle particelle e quindi del mondo microscopico, il risultato fu quello di un sempre maggiore e successivo scandaglio delle componenti prime della realtà fisica, quindi della struttura stessa della materia. Da questi successivi e continui svisceramenti della struttura fisica del reale, tutt’ora in atto, si è tentato di derivare un formalismo matematico che potesse mettere insieme una teoria quantistica in uno strutturato sistema di leggi. Ciò non è stato possibile. Ancora oggi, più si va in profondità e più i meccanismi sfuggono, più si ricerca, più si assiste all’affermarsi del caso sulla necessità. Tuttavia, l’effetto sorprendente di tutto ciò è che, sebbene non esista un modo per sistematizzare in senso definitivo il comportamento delle particelle quantistiche, gli effetti pratici e tecnologici che da esse derivano sono paradossalmente funzionanti. In sintesi: la meccanica quantistica è una teoria che funziona, ma che ancora non si riesce a comprendere, e che tutt’oggi continua ad essere indagata, ridefinita in una vasta pletora di interpretazioni. Esistono dei naturali limiti storici e intellettuali nella possibilità di una ricostruzione complessiva della teoria, che spesso e volentieri si nutre delle biografie e degli scritti diretti di coloro che svilupparono la teoria agli inizi del ‘900 (Kumar 2010).

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Fede e libertà (V)

Abbiamo concluso il precedente articolo affermando che guardare oltre l’ego è cercare nella verità il proprio fine e il proprio fondamento. Precisamente sul tema del fondamento intendiamo ora riflettere, per concludere la presente ricerca.

Ebbene, il fondamento autentico non è includibile nel sistema che fonda: verrebbe ridotto a fondato. A tale fondamento, pertanto, l’intenzione pura si volge intendendo perdersi in esso.

Il perdersi nella verità, dunque, si capovolge nell’unica, autentica salvezza: solo chi non ha paura di perdersi si salverà, recitano i Vangeli (Mt 16, 25; Lc 17, 33; Gv 12, 25), e solo perdendosi nella verità l’io si trova veramente, cioè si realizza pienamente come uomo libero.

Se l’io, infatti, intende affidare l’intera sua esistenza alla verità, allora è la verità che diventa il centro, trasformandosi in un fondamento che è bensì interiore, ma non esclusivamente interno.

La verità è un fondamento interiore, perché l’io non si rivolge alle cose fuori di lui, ma conduce un continuo dialogo con sé medesimo. E tuttavia, questo dialogo interiore non produce una chiusura dell’io, ma anzi vale come la sua apertura verso l’ulteriore, come il suo supremo atto di libertà.

L’io, nel suo dialogo, si rivolge ad una intelligenza assoluta, l’unica che potrebbe dire come stanno effettivamente le cose e l’unica che potrebbe esprimere un giudizio vero sui comportamenti e sui pensieri dell’io stesso.

È proprio a questa intelligenza che l’io si rivolge e dalla quale chiede di essere illuminato e giudicato, per comprendere i propri limiti, i propri errori e, dunque, come migliorarsi e come comportarsi secondo giustizia.

Quando l’io è animato da questa limpida intenzione di mettersi a nudo di fronte alla verità, non può non pacificarsi, perché ha svolto interamente il suo compito.

Ciò che accade nella storia dell’io, quando la sua intenzione si affida interamente al bene, non può che essere bene, anche se allo sguardo miope dell’ego alcuni eventi possono sembrare un “male”.

Con questa consapevolezza, l’io riesce a trovare pace con sé stesso e con il mondo, cioè con gli eventi della vita, perché sa che solo l’intenzione pura legittima comportamenti e pensieri.

Certo, la pacificazione costituisce uno stato che viene continuamente perduto e, pertanto, deve venire continuamente riconquistato.

Se è facile perdere la fede, e dunque la pacificazione, non di meno l’io deve sempre individuare la strada per ritrovarla e metterla al centro della propria vita.

Una fede, vogliamo ripeterlo, non superstiziosa o credula, ma una fede eroica, che si fonda sulla ragione e che, proprio in virtù della ragione, di quest’ultima coglie il limite.

Una fede che, accettando di affidarsi a ciò che non può venire determinato e controllato, emerge sulla ragione stessa.

Il vero errore, pertanto, è pretendere di possedere la verità, di afferrare Dio, di sperimentarlo.

La salvezza, di contro, consiste nell’essere posseduti da essa, nell’affidarsi ad un Dio che non è una presenza determinata, ma che è presente solo come assente.

La sua assenza, fortissimamente avvertita dall’uomo, spinge quest’ultimo ad una ricerca che non ha mai una fine empirica, ma solo un compimento ideale, cioè un compimento che si realizza nell’intenzione che si affida a ciò cui si volge.

La verità che si sottrae alla sua riduzione a determinazione mantiene sempre viva la ricerca e impedisce di considerare vero ogni punto di approdo, così che risulta insensato imporre ad altri le proprie certezze, perché non coincidono mai con la verità cercata.

La certezza mantiene carattere soggettivo; la verità si intende che valga come autenticamente oggettiva.

Questa consapevolezza comporta il superamento della logica della certificazione.

Se l’ego ha un incessante bisogno di certezze e le cerca ovunque, per sentirsi confermato e per ottenere il consenso, allorché l’io si avvede che ogni certificazione è vana, giacché solo la verità offre una vera garanzia, allora rinuncia alle certificazioni empiriche e sceglie la fede autentica.

Scegliendo la fede autentica, l’io si emancipa dalle certezze del mondo, realizzando l’unica libertà autentica che è possibile realizzare nel mondo: la libertà dal mondo stesso.

 

Precedenti articoli di questa serie già pubblicati
Fede e libertà (IV) (12 gennaio 2025)
Fede e libertà (III) (8 dicembre 2024)
— Fede e ragione (II) (10 novembre 2024)
— Che bisogno abbiamo della fede? (I) (13 ottobre 2024)

 

Foto di Maria Teneva su Unsplash

Fede e libertà (IV)

Come emerge da quanto scritto negli scorsi articoli, la ragione non può che affidare alla verità il proprio tendere ad essa. E, proprio per la ragione che la verità non può venire determinata, lo slancio verso di essa è destinato a non esaurirsi mai.

Ci si slancia, insomma, verso la verità, sapendo bensì che essa è innegabile, ma sapendo altresì che non la si potrà mai afferrare. Con questa conseguenza: chi cerca la verità non può far poggiare la propria ricerca sui mezzi di cui dispone in quanto “cercante”, perché quei mezzi sono insufficienti a raggiungere l’obiettivo. Continue Reading

Il parricidio necessario: fisica, filosofia ed epistemologia (I)

Questo articolo è frutto del lavoro congiunto di Aldo Pisano e Alessandro Lattuada, entrambi componenti della Redazione di Ritiri Filosofici. L’articolo è il primo di una serie di tre contributi che intendono prendere ad esame il rapporto tra filosofia e fisica seguendo le tracce del lavoro del fisico Carlo Rovelli.

La riflessione qui proposta tenta di esaminare i nessi e le concordanze esistenti fra la dialettica del pensiero scientifico, la sua evoluzione, e il pensiero inteso in senso strettamente filosofico, nell’attività critica di distruzione e costruzione di sistemi di certezze e dogmi. A partire dalle rivoluzioni attuate dalla fisica del Novecento e i cambi di paradigma da esso imposti (Kuhn 1962), l’analisi proposta investirà quattro ambiti: (a) epistemologia; (b) ontologia; (c) etica; (d) antropologia filosofica. A tale scopo, ci serviremo anche dell’attività divulgativa di Carlo Rovelli, da La rivoluzione di Anassimandro (2011) a Buchi Bianchi (2024). Continue Reading

Fede e libertà (III)

Nella prima parte della nostra trattazione, abbiamo cercato di evidenziare che la fede esprime una vocazione intrinsecamente razionale. Tale vocazione si esprime nell’intendere che sia vero l’oggetto creduto.

Ciò ha messo in luce un problema: se la verità dell’oggetto creduto è dimostrata razionalmente, quale spazio rimane alla fede?

Nella seconda parte della trattazione abbiamo cercato di evidenziare che, qualora la ragione pretendesse di determinare la verità, contraddirebbe sé stessa, dal momento che è la stessa ragione che richiede la verità come assoluta: solo se libera da vincoli estrinseci, essa è verità autentica.

De-terminare, invece, è riferire ad altro, giacché implica circoscrivere con un limite, de-limitare, così che la verità, in quanto determinata, viene subordinata a ciò che è altro da essa.

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