Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto. Continue Reading

La macchinazione e l’inganno dell’esperienza vissuta

Uno degli aspetti centrali di quella che Heidegger chiama la risonanza, cioè la consapevolezza dell’abbandono del pensiero dall’Essere (nel quale consiste l’autentico nichilismo) è la cosiddetta macchinazione. Macchinazione significa prima di tutto che l’ente è interpretato come rappresentabile e, in quanto tale, calcolabile, opinabile, ottenibile mediante la produzione. La macchinazione respinge tutti quei tentativi che possono portare il pensiero verso un’autentica meditazione dell’essere e lo fa, in primo luogo, grazie all’idea della verità come correttezza del rappresentare (adaequatio rei intellectus est). Essa, la macchinazione, installandosi nel cuore della metafisica, è ciò che provoca un generale e nuovo tipo di incantamento.   Continue Reading

Quando l’essere è più della presenza

Heidegger sostiene che ogni vero pensatore pensa un solo pensiero. In cosa consiste l’unico pensiero di Heidegger? Che l’essere è più della presenza. Quando si legge il filosofo tedesco bisogna sempre ricordare che tutti i suoi scritti mirano a chiarire quella differenza, in cosa consiste quel di più, in cosa l’essere supera la presenza.

Presenza significa tutto quello che ha pensato il pensiero occidentale, sia sotto forma del dato immediato sia sotto la forma della ri-presentazione, chiamata anche coscienza o rappresentazione. Per questo Heidegger è contrario alla tradizione filosofica occidentale che ha pensato il soggetto e ha dimenticato l’essere. Per questo egli prende le distanze dalla filosofia moderna nella quale la coscienza e i fenomeni hanno giocato un ruolo predominante. 

Noi infatti, al contrario di quello che crede la fenomenologia, non vediamo l’apparire di case, di sedie, di auto o di altre persone: al massimo noi vediamo cose a cui assegniamo un nome corrispondente. Heidegger illustra questo punto con un esempio: il fabbro che dimentica il martello mentre lavora. Quando egli si “perde” nel suo lavoro e nella sua attività, il martello non è più nella sua coscienza, il fabbro diventa tutt’uno con il suo fare. La relazione soggetto-oggetto nasce solo quando insorge la coscienza del martello tenuto in mano come oggetto esterno. Questo significa per Heidegger attenzione a ciò che inconscio? No, in quanto l’inconscio è quella presenza di cui il soggetto non è ancora venuto a conoscenza. 

Questo pensiero fondamentale (l’essere è più della presenza) è evidente nel periodo successivo ad Essere e Tempo ed anzi costituisce lo stesso elemento grazie al quale Heidegger riformula le tesi espresse nel suo capolavoro. I Contributi alla filosofia sono il testo più sistematico di questo ripensamento, o meglio di questo dirigersi verso la dimenticanza dell’essere, come il filosofo chiama il fatto di aver tenuto conto dell’ente piuttosto che dell’essere. Da qui l’insistenza sulla domanda “Che cos’è filosofia?” particolarmente evidente nelle Riflessioni del 1931/1938 dei Quaderni Neri. Continue Reading