Il valore del concetto di transazione (18.II)

Alla fine del precedente articolo, dicevamo che la relazione distingue i relati nel congiungerli e li congiunge nel distinguerli.

Si potrebbe, anzi, dire che la relazione congiunge proprio per la ragione che tiene distinti i termini e, viceversa, tiene distinti i termini solo perché li mette a confronto e, dunque, li congiunge.

Tuttavia, Dewey e Bentley specificano ulteriormente il loro discorso e aggiungono che la congiunzione non può venire intesa come una «forzosa organizzazione […] mediante un sussidio esterno» (Dewey – Bentley, 65). Continue Reading

Il concetto di transazione (18.I)

Per indicare il valore prioritario e costitutivo della relazione, si è parlato di “transazione”. Il concetto di “transazione” viene compiutamente tematizzato da John Dewey in un’opera da lui scritta in collaborazione con Arthur Fisher Bentley e intitolata Conoscenza e transazione.

Prendendo in esame le molteplici forme del «conoscere» e il loro rapporto con i «conosciuti», i due Autori precisano che «qualsiasi conoscere (knowing) o qualsiasi conosciuto (know) si stabilisce o meno unicamente attraverso una continua e infaticabile ricerca, e mai sulla base di un qualche presunto “fondamento”, “premessa”, “assioma” o ipse dixit estrinseco» (Dewey – Bentley 1946, 62). Continue Reading

L’inevitabilità del Fondamento (V)

Dicevamo che non si può che scegliere l’affermazione “la verità è indeterminabile”, stante che la contraria, e cioè “la verità è determinabile”, impone la contraddizione nell’essere stesso della verità, la quale viene richiesta bensì come assoluta, ma poi viene determinata e cioè viene negata nella sua assolutezza.

L’affermazione “la verità è indeterminabile” risulta, pertanto, inevitabile. La sua inevitabilità, tuttavia, non può venire scambiata per verità, la quale invece non appartiene a nessuna affermazione, proprio in quanto affermazione: la verità, che è innegabile, è dell’assoluto, perché solo l’assoluto è vero in quanto non dipendente da altro da sé, ma autonomo e autosufficiente. Continue Reading

Segno, significato, realtà

Riferirsi ad uno stato di cose assunto come reale è il momento costitutivo del discorso in quanto discorso (per lo meno del discorso dichiarativo).

Se, infatti, il discorso non intendesse riferirsi ad una realtà autentica, cioè ad una realtà oggettiva, allora scadrebbe a sproloquio, cioè ad un dire vano ed evanescente.

La domanda che si impone, pertanto, è la seguente: quei significati, che il discorso assume come i propri referenti oggettivi – dunque come fondanti il proprio valere quale “discorso” –, possono venire considerati effettivamente emergenti sull’ordine del linguaggio, per valere quale realtà autentica, ossia per valere come effettivamente oggettivi? Continue Reading

I selvaggi dell’intelligenza artificiale

«Quando filosofiamo siamo come selvaggi, come uomini primitivi che ascoltano il modo di esprimersi di uomini civilizzati, lo fraintendono e traggono le più strane esperienze dalle loro erronee interpretazioni».

Questa curiosa quanto pungente metafora di Wittgenstein è riferita al funzionamento di una qualunque macchina o strumento automatico che non conosciamo. Sappiamo cosa accade in simili casi: scrutiamo il dispositivo dall’alto in basso, da destra a sinistra, ne indaghiamo i più piccoli dettagli, formuliamo ipotesi, ne immaginiamo i movimenti. «La macchina sembra già avere in sé il suo modo di funzionare. (…) Usiamo la macchina o l’immagine di una macchina, come simbolo di un determinato modo di funzionare». Continue Reading

Logica e Linguaggio per la Storia

In una conferenza del 1924 sul concetto di tempo, Heidegger sosteneva che «la possibilità di accedere alla storia si fonda sulla possibilità secondo la quale un presente sa essere di volta in volta futuro. (…) La filosofia non arriverà mai a capire la storia fintanto che la analizzerà come oggetto da considerare secondo il metodo. L’enigma della storia risiede in ciò che significa essere storico» e questo enigma è determinato interamente dal modo in cui viviamo il nostro rapporto con il tempo. Continue Reading

la relazione come atto (VI)

Nell’ultimo saggio siamo pervenuti a questo punto teoreticamente decisivo: intendere la relazione come costrutto mono-diadico significa riproporre il circolo vizioso, il diallele. Cerchiamo di comprendere il perché e di indicare la ragione per la quale la relazione risulta intelligibile solo se intesa come atto. Continue Reading

Wittgenstein e la distruzione del cogito cartesiano

Ognuno di noi ha fatto almeno una volta nella vita l’esperienza per cui si è desiderato avere delle parole speciali per descrivere un momento speciale. Le parole a disposizione erano insufficienti e si avrebbe voluto avere un proprio linguaggio creato appositamente per la sensazione che si stava vivendo. Il desiderio sarebbe stato sensato? Sarebbe pensabile cioè un linguaggio in cui si potesse esprimere le proprie esperienze per uso personale? In qual modo le parole si riferiscono a sensazioni? Che dire del linguaggio che descrive le mie esperienze interiori? In che modo designo le mie sensazioni con le parole?

Tutte domande che Wittgenstein si pone continuamente, non solo nelle sue Ricerche Filosofiche. E la sua risposta è negativa: un linguaggio privato non solo non si costituisce ma non è nemmeno pensabile. Nel suo stile irrequieto, frenetico, mai sistematico, egli utilizza almeno tre blocchi di argomenti: la definizione ostensiva (“questo è S”), la sensazione del dolore e la natura dei colori. In tutti questi casi, il filosofo austriaco intende demolire alla radice l’idea che un soggetto, nominando qualcosa, voglia indicare qualcosa che a sua volta si possa distinguere in reale ed irreale. Non esiste cioè una prospettiva ontologica che parta dal soggetto: l’idealismo, come dice in una sua lezione, si lega soprattutto ai dati di senso visivi. In parole più chiare, per chi è abituato a ragionare in filosofia aiutandosi con la storia della filosofia, Wittgenstein ha come riferimento polemico Cartesio e il cogito cartesiano, il cuore stesso dell’idealismo.  Continue Reading

Il rapporto tra la realtà e il discorso (02.II)

Introduzione
Per riprendere quanto è stato affermato nell’articolo precedente, diremo che il discorso è sempre rivolto alla realtà, ma quella realtà che viene riportata (riferita, detta) mediante il discorso è una realtà fatta di semantemi, i quali non eccedono l’universo del discorso.

Da un lato, dunque, il mondo delle determinazioni empiriche si rivela un insieme di segni (giacché anche i significati altro non sono che segni, come abbiamo già cercato di dimostrare); dall’altro, quell’insieme di segni che è il discorso non può non intendere di dire ciò che permane, però, indicibile: la realtà nella sua oggettività.

Per questa ragione, il discorso non potrà mai concludersi. Anzi, il discorso, nel suo inesauribile configurarsi, costruisce il mondo, nonostante che la sua intenzione originaria non sia poietica, ma conoscitiva, ossia teoretica.

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