L’impossibile assolutezza delle idee platoniche (I)

In questo lavoro si intende discutere il cosiddetto parricidio di Parmenide, portato a termine da Platone. Comunemente, si pensa che Platone abbia offerto ragioni forti, tant’è vero che raramente tale parricidio è stato rimesso in discussione.
A nostro giudizio, Platone non ha offerto ragioni forti, ma ha semplicemente fatto valere la presunta innegabilità dell’esperienza, di fronte alla quale la posizione parmenidea è parsa insostenibile. L’esperienza, infatti, viene considerata come la premessa di qualunque discorso, anche critico, nonché della sua stessa negazione: per negare l’esperienza la si deve presupporre.
In primo luogo, cercheremo di mostrare che l’innegabilità, di cui parla lo stesso Platone, è solo formale. In secondo luogo, rifletteremo sul rapporto Uno-molti per mostrare quanto segue: coloro che pongono in alternativa l’unità dell’essere, che è poi la sua assolutezza – sostenuta da Parmenide –, con la molteplicità degli enti non tengono conto che esse non si dispongono al medesimo livello, così che la loro alternativa è improponibile.

Ci sembra opportuno precisare, in via preliminare, che la nostra lettura di Parmenide non intende pensare l’unità dell’essere nel senso di un intero che ammette al suo interno la polarità e, dunque, la molteplicità, perché va mantenuta la distinzione teoretica tra intero e composto: quest’ultimo, infatti, altro non è che il risultato di una riunificazione degli elementi ottenuti con l’analisi dell’intero stessa.
Se così fosse, se cioè l’unità dell’essere non fosse altro che una unificazione, infatti, non soltanto non si comprenderebbe in quale senso si potrebbe continuare a parlare di unità effettiva dell’essere, ma altresì non si giustificherebbero le critiche mosse allo stesso Parmenide prima da Platone e poi da Aristotele.
Il nostro Parmenide, pertanto, dal punto di vista filologico-storiografico è quello che ci viene consegnato, oltre che dai Frammenti che ci sono rimasti, dalle critiche dei due filosofi che hanno influenzato l’intera storia del pensiero occidentale. Il parricidio, a nostro giudizio, non si consuma dunque solo sulla questione del non-essere, ma investe numerose altre questioni di eccezionale rilevanza teoretico-speculativa.
Non di meno, il tema del non-essere riveste un ruolo centrale. Per anticipare in questa Introduzione ciò che nel prosieguo del lavoro troverà più attenta argomentazione, facciamo ricorso alle parole di Fabro, il quale così, icasticamente, liquida la questione del non-essere: «un non-essere che non è a quel modo nel quale dev’essere l’essere che semplicemente è» (Fabro 1960, 8).
Se ne ricava che la soluzione di far valere il non-essere come altro dall’essere è «apparente e vale al più nel mondo delle apparenze e non per il mondo della verità dell’essere alla quale si era richiamato Parmenide» (Ibidem).

L’assolutezza delle idee
Già nel Fedone, come è noto, Platone indica nelle idee quelle forme trascendenti che consentono la conoscenza. Esse si pongono, infatti, oltre il divenire dell’esperienza e fondano il permanere delle cose sensibili, alle quali forniscono quell’essenza, che costituisce ciò che di tali cose è conoscibile per l’anima umana (Fedone, 75 d 1-2).
Nel Simposio in particolare, parlando dell’idea del bello (Simposio, 210 e 2 – 211 b 5), Platone dice che si tratta di una bellezza eterna, che non si sviluppa né si deteriora; di una bellezza assoluta, separata, semplice ed eterna (autò kath’hautò meth’hautoũ monoidès aeì ón, 211 b 1-2) e, inoltre, non bella o brutta secondo certi rapporti, proprio per sottolineare che essa è tale non relativamente, ma assolutamente.
Le idee, come emerge dalla «seconda navigazione», sono presenti nelle cose sensibili, le quali partecipano di esse. Il concetto di “partecipazione”, dunque, svolge un ruolo centrale, perché indica la relazione che sussiste tra la vera realtà, che è quella dei generi universali, e la realtà delle cose sensibili. Di tale relazione ci occuperemo più avanti. Qui ci preme sottolineare che Platone attribuisce alle idee quell’assolutezza che Parmenide attribuiva solo all’essere: ciascuna idea, pertanto, è in sé e per sé (autò kath’autò), cioè assoluta.
La prima riflessione che ci sentiamo di svolgere prende avvio da una domanda: come è possibile affermare che le idee sono assolute, ma attribuire ad esse una determinatezza nonché considerarle molteplici? A noi sembra che, per essere determinate, le idee devono essere separate da un limite, che esprime il medesimo concetto di relazione: de-terminare, infatti, è de-limitare, così che il determinato implica necessariamente ciò che lo determina. Come conciliare questa implicazione con l’assolutezza dell’idea, visto che l’assoluto – se è veramente tale – non può non escludere ogni relazione ad altro da sé?
Rileviamo che la necessità dell’emergere della condizione incondizionata, e incondizionata perché assoluta, era stata ben evidenziata da Anassimandro, il quale aveva sottolineato come le cose finite, cioè segnate da un limite (peras), non sono autonome e autosufficienti e per questo necessitano di un fondamento, questo sì assoluto, che eviti il regressus in indefinitum.
Poiché la singola determinazione si pone riferendosi ad altra determinazione, ciò significa che “A” deve riferirsi a “B”, “B” a “C” e così via, senza che alcuna determinazione possa fondare la serie, non riuscendo a fondare sé stessa.
A nostro giudizio, come abbiamo mostrato altrove (Stella – Ianulardo 2017, 87-97), “fondare” non significa porre una relazione tra il fondamento e il fondato: se tale relazione si instaurasse, il fondamento subirebbe il condizionamento da parte di ciò che esso deve unilateralmente fondare.
La relazione, insomma, non può porsi tra il fondamento e i fondati, ma nella struttura intrinseca di questi ultimi, i quali si essenzializzano nel loro relazionarsi al fondamento.
In questo senso, è solo la considerazione ordinaria, quella che Parmenide definisce «l’opinione dei mortali», che ipostatizza i fenomeni che costituiscono l’esperienza.
Di contro, se letti alla luce della verità del fondamento, che è poi la verità dell’essere, essi sono il loro trascendersi, cioè il loro valere come segni, metafore, che rinviano tutti al medesimo significato, l’assoluto essere.
Quest’ultimo, dunque, va inteso come uno e unico, cioè in senso trascendentale e non numerico; come un intero non composto di parti, precisamente come lo descrive Parmenide. Ne consegue che l’assolutezza attribuita da Platone alle idee non può risultare effettiva.

Riferimenti bibliografici

  • Fabro, Cornelio. 1960. Partecipazione e causalità. Torino, Società Editrice Internazionale.

  • Stella, Aldo – Ianulardo, Giancarlo. 2017. La relazione come fondamento nella lettura di Anassimandro fornita da Heidegger e Severino, «La Filosofia Futura» 9. Milano: Mimesis Edizioni.

Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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