Con questo articolo intendo avviare una serie di contributi che ci porteranno ad esplorare, in maniera quanto più possibile analitica e tuttavia fruibile, l’opus magnum di uno dei maggiori filosofi del Novecento occidentale: Processo e realtà di Alfred North Whitehead. Quest’opera, infatti, rappresenta il maggiore contributo filosofico del pensatore inglese che nelle sue oltre cinquecento pagine condensa e rimodella tutto quanto avesse in precedenza scritto. In Processo e realtà emerge senza dubbio l’anima metafisica di Whitehead, ma traspare evidentemente anche il suo retroterra matematico e scientifico. Prima però di inoltrarci nei temi dell’opera è bene conoscerne un po’ la genesi, la struttura e – credo – sia opportuno indicare la postura con la quale leggeremo Processo e realtà e quindi il ruolo che Whitehead immagino debba ricoprire all’interno di un discorso storico-filosofico completo.
Genesi e storia
Processo e realtà venne pubblicato per la prima volta nel 1929 quando Whitehead ha sessantotto anni. Il volume è una riformulazione delle “Gifford Lectures” che il filosofo inglese tenne all’università di Edimburgo nel biennio 1927-1928 e rappresenta il culmine di molti anni di riflessione e meditazione. Lo stesso Whitehead, quindi, dichiara apertamente che in Processo e realtà si riunisce tutto il suo pensiero precedente, riformulato e migliorato; ciò è stato possibile anche grazie agli enormi spunti scaturiti dalle discussioni con i discenti che presero parte alle sue lezioni. Un pensiero, quindi, condiviso e discusso, con una natura orizzontale che – sotto certi punti di vista -– ritroveremo anche nei lati più marcatamente metafisici del testo.
Struttura di un Saggio di cosmologia
Il sottotitolo dell’opera, tuttavia, rappresenta già una delle cose più interessanti e che indirizza il senso del discorso che Whitehead intende affrontare. Processo e realtà, infatti, è un Saggio di cosmologia, ovvero, in senso greco, un testo metafisico a tutti gli effetti, che rivolge il suo sguardo al Tutto. La cosmologia a cui fa riferimento l’autore ha i connotati di una metafisica totale, di un ritorno consapevole alla discussione filosofica della physis. Ciò, è bene ricordare, avviene all’interno di un clima neo-positivista per cui la realtà si può leggere soltanto in termini logico-matematici e tutto ciò che resta fuori da un rigido empirismo scientifico non può essere preso in considerazione. Non è un caso del resto che i colleghi neo-positivisti di Whitehead criticarono aspramente Processo e realtà bollandolo come un ritorno a un pensiero metafisico (con accezione negativa del termine), quasi che la metafisica sia assimilabile al pensiero magico.
Al contrario, Whitehead ha in mente la costruzione di un sistema, la definizione appunto di una cosmologia non escludente, ovvero che prenda in considerazione tutti gli aspetti della realtà. Come fece notare Massimo Bonfantini nella sua Introduzione a Whitehead (libro utilissimo, anche se oramai un po’ datato): «ora il nuovo sistema cosmologico non è più invocato come esigenza e tratteggiato sommariamente in alcune idee fondamentali; è disegnato a tutto tondo e presentato come una struttura organica che mira (seppur senza dogmatiche pretese di assoluta precisione e definitività) alla più totale completezza rappresentativa» (Bonfantini 1972, 97). La struttura dell’opera rispecchia perfettamente questa volontà: le cinque sezioni aggiungono al discorso complessità e allargano via via l’ambito di azione del ragionamento. È nella prima sezione però che avviene una radicale scelta iniziale: Whitehead abbandona gli stilemi e il linguaggio della metafisica classica così da allontanarsi quanto più possibile dal retroterra che questi si portano dietro. Il linguaggio classico, infatti, inquinerebbe la sua riflessione e con questo accantonamento Whitehead intende ripulire l’esperienza filosofica stessa dal portato delle dottrine precedenti.
I difetti del linguaggio
S’intitola così la Sezione V della Prima parte (Lo schema speculativo) dell’opera. Siccome ogni scienza ha il proprio strumento è necessario che il linguaggio – identificato come lo strumento della filosofia – venga rimodellato «nello stesso modo in cui, in una scienza fisica, i dispositivi preesistenti vengono ridisegnati» (Whitehead 2019, 163). Occorre dunque mappare di nuovo le coordinate linguistiche anche perché il linguaggio stesso ha dei limiti: il primo fra tutti risiede nella difficoltà a riferirsi all’universo in tutti i suoi dettagli, al fatto quindi che buona parte di ciò che si dice è inteso nelle proposizioni ma non esplicitamente detto: «il linguaggio è pienamente indeterminato, a causa del fatto che ogni occorrenza presuppone un tipo sistematico di ambiente» (Whitehead 2019, 167). Del resto, scrive ancora l’autore, «l’eccessiva fiducia nelle espressioni linguistiche è stata la ben nota ragione che ha viziato gran parte della filosofia e della fisica tra i Greci e i pensatori medievali che hanno continuato la tradizione greca» (Whitehead 2019, 165).
Sistematicità whiteheadiana
C’è un altro aspetto preliminare che conviene affrontare qui e che verrà approfondito nei contributi futuri: l’idea della sistematicità del pensiero. Nel suo saggio di cosmologia ciò che Whitehead ha intenzione di costituire passo passo, infatti, è una filosofia dell’organismo, un sistema quindi nel quale tutto si tiene. Ciò è possibile, come accennato, perché la filosofia è di per sé, per sua intrinseca natura, «un viaggio verso le più ampie generalità» (Whitehead 2019, 159) e il suo scopo non è quello di dividere, di delimitare la conoscenza, il sapere e la realtà in compartimenti stagni, bensì unire e, ove necessario, riunificare. La sistematicità percorsa da Whitehead, quindi, si fonde con l’idea di una solidarietà essenziale e strutturale del mondo. È in questo che «la filosofia dell’organismo è strettamente connessa allo schema di pensiero di Spinoza» (Whitehead 2019, 149); l’olandese ha infatti reso maggiormente coerente il sistema cartesiano e ha avviato un percorso che potrà condurre la filosofia dell’organismo a dichiarare la coerenza del sistema, preservata dalla “scoperta” che ogni movimento e accrescimento di una entità attuale (l’ente, potremmo dire) include sempre anche le altre entità attuali che con essa sono in relazione.
Vediamo come dunque si sia già entrati all’interno di uno schema speculativo diverso, e peculiare, nel quale la dinamicità e il processo acquisiscono un ruolo primario e non accidentale. In breve, ciò che Whitehead esplicita fin dalla prima parte del suo testo è che ciò che le filosofie moniste (come anche quella di Spinoza, a cui l’autore inglese deve sicuramente tanto) chiamano Dio, Natura, Assoluto, nella filosofia dell’organismo assume un carattere ancora più universale. Per essa infatti il processo dinamico sostituisce le «descrizioni morfologiche» (Whitehead 2019, 149) solitamente addebitate all’Assoluto aprendo così uno spazio nuovo di riflessione che «sembra avvicinarsi di più ad alcuni filoni del pensiero indiano o cinese, che al pensiero dell’Asia occidentale o a quello europeo» (Whitehead 2019, 151). Solo abbandonando i pregiudizi – lessicali e concettuali –, solo rovesciando lo schema che la cultura europea e occidentale in genere hanno disegnato, si potrà apprezzare lo sforzo filosofico di Whitehead e la sua enorme ridefinizione del pensiero metafisico.
Riferimenti bibliografici
- Whitehead, Alfred North. 2019. Processo e realtà. (trad. it. M. R. Brioschi). Torino: Bompiani.
- Bonfantini, Massimo. 1972. Introduzione a Whitehead. Roma-Bari: Laterza.
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