Due giorni prima del natale 1942, Ernst Jünger è sul fronte russo, impegnato in una enorme disfatta militare. Sul suo diario, però, ha il tempo e la lucidità di scrivere: «Carl Schmitt è tra i pochi che cercano di valutare gli eventi in base a categorie che non siano di breve respiro come le categorie nazionali, sociali, economiche» (Jünger 1983). Aveva ricevuto, sul Caucaso, quello che Carl Schmitt aveva detto all’amico essere un libricino. Si trattava di Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo (Schmitt 2002), volumetto a cui Schmitt lavorò proprio nel corso del 1942 – nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale –, quando la sua biografia politica lo aveva già ampiamente compromesso. Dedicato e indirizzato alla figlia Anima Louise, Terra e mare è però un libro che – malgrado il suo carattere apertamente divulgativo e didattico – conferma quanto Jünger aveva abbozzato sul suo diario. Terra e mare, infatti, è un libro sugli “elementi”, una riflessione in cui l’autore, nell’estraniarsi «dagli eventi del giorno, si arrovella intorno ai grandi destini del mondo, a trame di filosofia della storia, a visioni escatologiche. Guarda al fondamentale, all’originario, all’elementare», come scrive il compianto Franco Volpi nel saggio di accompagnamento all’edizione italiana (Schmitt 2002, p. 117). D’altra parte la filosofia è in un certo senso – fin dalle sue origini – studio degli elementi; non soltanto nel senso fisico o naturale, ma anche in quanto ricerca degli equilibri che si celano dietro agli eventi.
La terra e il mare
Se ad una prima definizione la terra (intesa come terraferma) e il mare sono dunque i due elementi di cui si “compone” il mondo, Schmitt spinge oltre la sua riflessione giungendo ad identificarle con le due forze che hanno mosso i destini della storia. All’interno di questa conflittualità si svolge tutta la prima parte dell’analisi e della riflessione sulla storia del mondo del filosofo e giurista tedesco, dalla quale emerge una prima legge da tenere a mente: «ogni ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale» (Schmitt 2002, p. 73). Ciò significa che la terra è coincisa a lungo con lo spazio su cui le forze si sono scontrate e sono cresciute, poiché «al principio di ogni grande epoca c’è quindi una grande conquista di terra» (Ivi, p. 74). Il colonialismo avviato massicciamente nei secoli XV e XVI aprì ai popoli europei la possibilità di dilagare in direzioni mai intraprese, permettendo a Schmitt di definire quella fase principalmente come un’epoca di conquista di terra da parte dell’Europa, sottomettendo e sfruttando quanto di originario era stato trovato in quegli spazi.
La spartizione del pianeta entrò in una fase diversa nel momento in cui il mare assunse il ruolo di un nuovo spazio all’interno del quale rivendicare la propria potenza. Il mare che, a differenza della terraferma su cui il diritto ha eretto Stati e suddivisioni, era libero e aperto, «esente da confini nazionali e non soggetto ad alcuna sovranità territoriale» (Ivi, p. 88).
La conquista britannica del mare fu quindi un caso unico, secondo Schmitt, perché attraverso le battaglie marittime l’Inghilterra ampliò i confini del proprio spazio e mosse un passo decisivo nei confronti delle altre potenze occidentali. Modificando la propria connotazione, quindi intendendosi isola in un modo nuovo, ovvero non più e non soltanto come una fetta di terra circondata dal mare a cui si opponeva, bensì come spazio contiguo al mare, l’Inghilterra poté veicolare una rivoluzione spaziale planetaria. Questa è la presa di coscienza di un mutamento del concetto di spazio che, nell’esempio specifico, permise agli inglesi di guadagnare un vantaggio enorme rispetto alle altre potenze europee. Come scrive Schmitt: «l’Inghilterra diventò la regina del mare, e sul suo dominio marittimo sull’intero globo edificò un impero britannico sparpagliato in tutti i continenti. Il mondo inglese pensava in termini di punti di appoggio e di linee di comunicazione. Ciò che per gli altri popoli era terra e patria appariva a esso come mero entroterra. […] Come una nave o un pesce, può raggiungere via mare un’altra parte del pianeta, poiché ormai non è altro che il centro mobile di un impero mondiale frammentariamente diffuso in tutti i continenti» (Ivi, p. 97).
Gli elementi e lo spazio
Nella filosofia della storia di Schmitt terra e mare, in quanto forze che hanno mosso i destini della storia, rappresentano dunque elementi base dello svolgersi degli eventi. Fino a questo punto il volume di Schmitt compie perlopiù un’operazione archeologica e di ricostruzione. Ciò che però più ci interessa è quello che l’autore tedesco dice rispetto a una abbozzata lettura del presente e delle tendenze future. Siamo infatti, dice Schmitt, all’interno di una nuova rivoluzione spaziale, questa volta su base planetaria, che sta inevitabilmente cambiando l’ordine e scardinando i sistemi collaudati. Che nel 1942 gli equilibri mondiali fossero in grande mutamento era evidente, ma Schmitt intravede nelle motivazioni qualcosa di più profondo e lungimirante rispetto a tante analisi coeve.
Anche nel corso della prima metà del Novecento, il secolo scientifico che si è aperto con due guerre mondiali, lo sguardo sugli elementi fondamentali ha senso. Anzi, Schmitt ci spinge a guardare al loro potere. Una nuova rivoluzione spaziale è in atto, dice Schmitt, attraverso il coinvolgimento attivo degli altri due elementi essenziali: aria e fuoco. L’aeroplano da guerra e la sua capacità di fuoco hanno rappresentato una svolta già nella Prima Guerra Mondiale, nella quale «i popoli e i loro governi si gettarono […] senza la consapevolezza di vivere in un periodo di rivoluzione spaziale, come se si trattasse di una delle tante guerre del XIX secolo» (Ivi, pp. 106-107).
L’idea di spazio, quindi, si allarga in maniera decisiva: già nel 1942 Schmitt intravede la possibilità che le dinamiche di guerra, così come quelle puramente commerciali o di influenza politica, si sarebbero ampliate coinvolgendo nuovi “territori”. Il nomos della terra è quindi soppiantato da un nomos planetario in cui le connessioni e le relazioni prenderanno il posto delle vecchie categorie su cui finora il diritto ha fondato i propri rituali. Attraverso una intuizione geniale, Schmitt sembra prevedere i primi passi del processo di globalizzazione che nella seconda metà del Novecento connoterà l’intero pianeta. Come scrive Volpi: «cantore degli elementi e del loro ultimo potere, [Schmitt] ci insegna che la storia del mondo non si decide nel palazzo dei concetti, ma nelle sue segrete: cioè prima di dove pensavamo cominciasse, e oltre dove pensavamo terminasse» (Ivi, p. 145). Ed è proprio per questa natura straordinariamente filosofica del suo pensiero che con l’opera di Carl Schmitt, malgrado la sua vicenda personale e politica rappresentino una macchia indelebile, è ancora oggi necessario fare i conti.
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Bibliografia
- Schmitt, Carl. 2002. Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, trad. it. Giovanni Gurisatti, con un saggio di Franco Volpi: Milano, Adelphi.
- Jünger, Ernst. 1983. Irradiazioni. Diario 1941-1945, a cura di H. Furst: Milano, Longanesi.
Foto di Ahmad Taufiq Hosni su Unsplash