Si pensa, spesso a ragione, a un sistema filosofico come un complesso teoretico e organico che raccoglie un’unità di tesi su diversi ambiti, dalla metafisica all’etica. Quello che Emanuele Severino ha sviluppato nel corso della sua lunga produzione filosofica è, senza alcun dubbio, un sistema filosofico; ovverosia, un complesso teoretico-metafisico solido che si sviluppa intorno ad un fuoco centrale. Fa bene Leonardo Messinese, nel suo volume dedicato al filosofo bresciano, Emanuele Severino. Il destino e il mortale, edito da Feltrinelli (Messinese 2025) nella collana “Eredi”, a sottolineare come spesso i critici di Severino che hanno definito il suo pensiero «monocromatico, quando non monocorde e ripetitivo» abbiano, con ciò, perso di vista «il ricchissimo svolgimento di quel punto metafisico», ovvero il fuoco di cui scrivevo sopra, rimanendo «a guardare dall’esterno solo l’insegna del suo imponente edificio speculativo» (Messinese 2025, 244).
Il volume, che ha lo scopo dichiarato non tanto di ricostruire in maniera storiografica il pensiero dell’autore, quanto piuttosto di interrogarlo a partire da un debito simbolico, per valutarne l’eredità speculativa, ha il grande merito di mostrare lo sviluppo e gli assestamenti del pensiero severiniano. Questo non solo confuta le tesi dei detrattori, piuttosto evidenzia lo sforzo e l’incessante ricerca nei quali Severino è stato sempre impegnato nel corso della sua carriera.
Un fuoco in tre fasi
Il fuoco centrale intorno al quale tutto il pensiero severiniano si è costituito, è contenuto nella tesi dell’immutabilità ed eternità di ogni ente. La verità dell’essere – in una dinamica, come vedremo meglio dopo, oltre Parmenide – coincide con l’immutabilità ed eternità di ogni essente. A partire da questa fiamma originaria, il pensiero di Severino è, secondo Messinese, divisibile in tre fasi principali. La prima fase è quella composta, storicamente, dai primi testi giovanili e poi da La struttura originaria (1958) e Studi di filosofia della prassi (1962); la seconda fase, quella che Messinese definisce intermedia perché, appunto, di passaggio, è costituita dagli scritti confluiti in Essenza del nichilismo (1972) e con i testi successivi; la terza fase si apre, definitivamente, con Destino della necessità (1980) e si prolunga fino all’ultima grande opera, Testimoniando il destino (2019). In questo sviluppo ciò che resta saldo è senz’altro quello che abbiamo chiamato fuoco, ma anche la ricerca da parte di Severino di abbandonare ogni residuo nichilistico all’interno delle sue formulazioni. Per nichilismo si intende, come è noto, l’idea secondo la quale gli enti oscillano tra l’essere e il nulla nel loro processo di divenire. Ancora ne La struttura originaria e negli Studi il “secondo Severino” mostra come fossero presenti ancora schegge del pensiero nichilista che inficiavano la solidità del pensiero e minavano, quindi, la tesi sulla verità dell’essere.
In un certo senso, ciò che caratterizza, nel suo variare e assestarsi, il pensiero di Severino è un compito essenziale della filosofia, fin dai suoi albori: «mettere in questione il senso comune» (Messinese 2025, 62). La filosofia è fuori dal senso comune del pensare che, infatti, crede alla verità del divenire e alla caducità degli enti, ovvero alla loro ni-entità.
Se è vero che «in Essenza del nichilismo non sono ancora offerte in modo compiuto le soluzioni […] come sarebbe avvenuto piuttosto a partire da Destino della necessità» (Messinese 2025, 236), è altrettanto vero che Messinese sceglie di dedicare alla fase intermedia, o meglio al collegamento tra la prima e la seconda fase, il maggior spazio nel volume. Questo “momento” del pensiero severiniano è certo quello più fecondo di cambiamenti e soluzioni intermedie che lavorarono sotto traccia nella lunga riflessione che portò l’autore alla scrittura di un’opera complessa come Destino della necessità. Tuttavia Messinese è particolarmente attratto dal legame che Severino intratteneva, in quel periodo, con il Cristianesimo. L’autore si prodiga infatti in lunghe analisi che hanno tutte la volontà di mostrare una continuità tra l’escatologia cristiana e la filosofia di Severino. Il lungo dibattito che il filosofo bresciano ha avuto con la Chiesa (anche in virtù del fatto che Severino, negli anni ’60 insegnava all’Università Cattolica di Milano e proveniva, culturalmente, da un contesto di quel tipo) viene molto bene ricostruito da Messinese; lo sforzo sembra però tutto rivolto al tentativo di evidenziare come Severino «negli anni precedenti [allo scritto Risposta alla Chiesa] si era mosso secondo una direzione di segno diverso, impegnandosi a mostrare la “possibile” compatibilità tra il contenuto dei suoi scritti di allora e la dottrina cristiana» (Messinese 2025, 141). Un’attenzione corretta e però, forse, eccessiva relativamente all’esito che questa ha avuto. Severino, infatti, venne inquisito dal Sant’Uffizio e le sue tesi vennero da questo definite eretiche. Come ricorda Messinese stesso «uno dei rilievi emersi da quel primo esame [della Congregazione per l’educazione Cattolica nel 1968] riguardava l’inaccettabilità della tesi severiniana, contenuta nei testi del cosiddetto “ciclo parmenideo”, secondo la quale è assurda l’affermazione della “creazione ex nihilo”» (Messinese 2025, 146). Sottolineare a più riprese il fatto che il paradigma cristiano sia stato inquadrato, negli scritti precedenti alla svolta costituita da Destino della necessità, come «distinto non solo dalla verità epistemica, ma anche dall’errore» (Messinese 2025, 153), a mio avviso, non recepisce a pieno lo sviluppo che il pensiero di Severino ha avuto e il suo consolidamento intorno al rifiuto di ogni dottrina nichilista.
Il linguaggio e l’oltre
Proprio a motivo di ciò, l’interesse maggiore credo sia da rivolgere al consolidamento del pensiero che si apre con lo scritto del 1980. Nella Prefazione di quel testo vi è una frase che segna il nuovo campo entro il quale la filosofia di Severino intende muoversi. Scriveva: «lungo la storia dell’Occidente la necessità non è mai stata pensata. Tutte le parole che la nominano — “la necessità”, “l’inevitabile”, “il fato”, “il destino”, “l’incontrovertibile”, “l’immodificabile”, “l’eterno” — ne oscurano il senso. È l’oscurità abissale del sentiero lungo il quale l’Occidente cammina. Sono tutte parole malate» (Severino, 1980, 13). Il linguaggio, infatti, rappresenta una nuova sfida per Severino. In Destino della necessità, come sottolinea bene Messinese, vi è un’interesse particolare per la natura del linguaggio e il suo essere già, di per sé, linguaggio della terra isolata. Il linguaggio premetafisico, dice Severino, mostra già il suo carattere “separante”, cioè «quella specifica negazione dell’eternità degli essenti la quale caratterizza sia l’agire etico sia l’agire tecnico» (Messinese 2025, p. 199). Ma è bene sottolineare come, negli anni in cui le tesi gamaderiane avevano avuto una fortunata diffusione, il filosofo bresciano si è posto in una posizione di radicale critica nei confronti di quelle proposizioni. Scrive Messinese: «anche se è vero che la cosa non è qualcosa che appare distintamente dalla parola, cioè da una formazione linguistica, […] l’apparire della verità dell’essere è già da sempre “oltre il linguaggio”» (Messinese 2025, 200). La verità dell’essere è già da sempre oltre il linguaggio. È quest’ultimo che dà «spicco al “mondo” in quanto isolamento della terra dal Destino e a far sì che si creda di non avere dinanzi nient’altro che le determinazioni economiche, politiche, giuridiche, religiose, scientifiche, tecniche del “mondo”» (Messinese 2025, 202). Nell’apparire del «linguaggio che testimonia il destino, ossia quando incomincia ad apparire la testimonianza del destino, incomincia ad apparire anche la relazione tra tale linguaggio e la terra isolata e, pertanto anche la terra isolata, in quanto è così isolata dal suo isolamento, incomincia ad apparire in una forma diversa, sebbene tale diversità appaia solo formalmente, ossia in modo indeterminato» (Ibidem).
In questo quadro, il linguaggio è quindi il linguaggio del mortale, ovvero di colui il quale si intende come finito, come un ente predisposto (destinato) ad oscillare tra l’essere e il nulla. Ma in questo testo, già dal titolo, Messinese intende mostrare l’enorme interesse che Severino ha avuto nei confronti del “mortale” in un recupero del senso originario della filosofia, ovvero come meditazione sulla vita (vedi Introduzione). Le sorti del “mortale”, ovvero dell’«uomo che comprende se stesso all’interno del suddetto isolamento dalla verità dell’essere» (Messinese 2025, 122), sono le sorti della verità dell’essere stesso. Il toglimento di questo errore, delle contraddizioni e il tramonto di ogni fede (fede che è follia), è lo scopo ultimo della filosofia severiniana. È qua che Severino offre una prospettiva inedita su cui Messinese giustamente si sofferma: l’oltrepassare.
«La parola ultima che nomina il divenire non nichilistico, e lo nomina secondo la configurazione ampia di cui oramai Severino ha indicato i tratti essenziali, è oltrepassare. L’oltrepassare, quindi, è la categoria, intesa in senso proprio, con cui è affermato il divenire in modo non nichilistico. Questo oltrepassare della manifestazione dell’essere non ha mai fine: non c’è un punto in cui possa arrestarsi. Il progressus dell’apparire è ad infinitum. La “terra che salva” è precisamente il contenuto di questo “oltrepassare” ed è la salvezza dell’uomo, dell’io finito, ma è una salvezza appunto dell’”io finito”, vale a dire non è una salvezza tale che l’io finito diventi infinito. Non si tratta di un progressus che verrà a un certo punto a coincidere con l’apparire infinito: è quell’infinito che si deve chiamare indefinitum» (Messinese 2025, 230).
L’oltrepassare, il passare oltre, l’andare oltre, sono tutte forme linguistiche – e per questo imperfette – attraverso cui Severino motiva il ricercatore, il filosofo, a spingersi dietro un velo di melanconia che ci colpisce da sempre. Severino, dice bene Messinese, non è contro Parmenide, è oltre Parmenide, così come è oltre la tradizione filosofica dell’Occidente che egli contesta e della quale mostra la follia. Oltrepassare, a mio avviso, significa più in profondità passare attraverso, ovvero riconoscere l’errore, vederlo da dentro, mostrarne le fragilità per arrivare alla verità dell’essere. Testimoniare, ogni giorno, questo trasloco è forse quanto di più difficile ci sia, cosa che Severino stesso sosteneva e non ha mai smesso di tentare di fare. La pratica filosofica e la testimonianza della follia di ogni fede che creda alla ni-entità dell’essente è quanto ci lascia in eredità il pensiero di Severino, pur nella sua rappresentazione monolitica. Il testo di Messinese ha il grande pregio di mostrare che i testi severiniani richiedono uno sforzo intellettuale notevole, ma non sono inaccessibili. Al contrario. L’eredità del pensiero di Severino è, paradossalmente, un ritorno alla natura originaria del filosofare che, come ogni onda, è un tornare per oltrepassare. Con la consapevolezza che sarà soltanto attraverso il tramonto dell’isolamento della terra dal Destino che si aprirà una prospettiva nuova che ha a che fare direttamente con il fuoco.
Riferimenti bibliografici
- Messinese, Leonardo. 2025. Emanuele Severino. Il destino e il mortale. Milano: Feltrinelli.
- Severino, Emanuele. 1980. Destino della necessità, Milano: Adelphi.
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