L’abbandono di un puro sguardo metafisico sul mondo rappresenta una delle peggiori derive della filosofia del nostro tempo. E per nostro tempo non si intende qui soltanto la filosofia contemporanea, piuttosto ci si riferisce almeno a tutta la cultura filosofica del Novecento. Una cultura che, in un modo o nell’altro, ha fatto sue posizioni nichilistiche e ha proseguito imperterrita sulla via tracciata dai moderni, per cui la metafisica si configura come antropologia e non come una filosofia della natura. Quella che Rocco Ronchi, infatti, nel suo Il canone minore definiva come «la linea maggiore» (cfr. Ronchi 2017) del pensiero occidentale intende la metafisica come una “struttura filosofica” il cui architrave è «l’intuizione della contingenza dell’ente. […] Il piano dell’esperienza è, infatti, un piano in cui si dà sempre dell’essere minacciato dal nulla» (Ivi, p. 69). La finitezza, la forma-Uomo, la inevitabile conclusione delle cose, sono tutti concetti afferenti ad una idea di metafisica appoggiata sulla contingenza. Scriveva ancora Ronchi in quell’importante testo: «contingenza significa dunque che la cosa, qualunque cosa, è, come tale, un non-niente: è in bilico sull’abisso del nulla» (Ibidem). Questa lettura storico-critica dell’approccio metafisico moderno risente inevitabilmente dell’insegnamento di Emanuele Severino, il cui lavoro sul concetto di nichilismo resta insuperato se si vuole uscire dalla gabbia dello schema moderno (si veda ad esempio, tra i tanti, Severino 1982).
Con i suoi ultimi lavori, ad esempio Tratti (ne avevamo parlato qui) e poi Il corpo e il cosmo, Paolo Godani si è inserito in questo alveo di riflessioni con lo scopo di mostrare ancora una volta la fallacia di tutti i discorsi metafisici che danno per assunti l’idea di contingenza e finitudine delle cose. Questo approccio ha condotto la filosofia a dissolvere il proprio senso universale per «ripiegarsi sulla vita, custodita nel mondo chiuso degli organismi individuali e sentita oramai come unico senso dell’essere» (Godani 2021, p. 107), scriveva nel suo ultimo libro. In altre parole, una «perdita del cosmo [che] coincide con la sparizione di un mondo comune» nel quale non possono che prevalere «una prospettiva antropologica e personalistica su una metafisica» (Ibidem).
Anche l’ultimo, notevole, volume pubblicato da Godani (Godani 2025) prende le mosse dal fatto che la cultura contemporanea sia convinta, e anzi lavori in funzione proprio di questa idea, che la finitezza sia la verità ultima delle cose. Ne è talmente pervasa che ha edificato sopra di essa una metafisica malinconica e nichilistica. Ma facciamo ordine.
Melanconia
Agli occhi di chiunque, una non troppo disinteressata osservazione sul mondo occidentale porta a constatare la presenza massiccia della melanconia sui volti e nelle vite di molte persone. Per melanconia — sebbene, come dica l’autore stesso, cosa sia «è difficile dirlo» (Godani 2025, p. 11) — si intende generalmente «una specie di profonda tristezza, un imprecisato tormento interiore, un dolore dell’anima che si associa spesso a una tendenza più o meno volontaria alla solitudine e talvolta si alterna a impeti di mania e forsennatezza» (Ibidem). Ce n’è però una forma particolare di cui Godani coglie le sfumature; si tratta della melanconia del mondo moderno, «se non del solo XX secolo», che è «strettamente connessa al sentimento di una completa perdita del senso del mondo» (Ibidem).
Già da queste prime righe risulta chiaro l’oggetto della ricerca e svelato anche il senso del titolo del libro: Melanconia e fine del mondo. Ma ciò che lega questo discorso alla premessa del nostro articolo è il fatto che Godani rintracci nel sentimento di una completa perdita del senso del mondo una radice filosofica, quella per cui la finitudine delle cose rappresenta la certezza massima del nostro sapere. Il nichilismo, quindi, è alla base non solo della cultura occidentale ma anche dei suoi correlati sentimentali come la melanconia. L’aspetto psicopatologico della melanconia, che Godani tratta in tutto il primo capitolo, non viene affatto scartato. Piuttosto esso viene fondato e giustificato, mostrando al contempo le origini culturali, politiche, filosofiche e metafisiche della psicopatologia melanconica.
Caducità delle cose e fine del mondo
Se in parte è vero, come sosteneva Freud, che la melanconia consiste (anche) in un «ostinato dolore di fronte alla perdita» (Ivi, p. 21) essa non si sovrappone al lutto. Il melanconico e il luttuoso soffrono entrambi della perdita di qualcosa, ma è la natura di questo oggetto che è differente: per il secondo l’oggetto è qualcosa di specifico e determinato, per il primo la perdita è di tipo «ontologica o cosmica, dato che la sua è una sofferenza di fronte alla caducità di tutte le cose» (Ivi, p. 29). Al melanconico manca il mondo e il dolore che percepisce è dovuto all’assenza di una struttura di senso entro il quale definire ciò che vive, ciò che egli è.
All’interno di questo spazio di sofferenza sembrano poter proliferare le ideologie così come le religioni, ovvero quelle mastodontiche costruzioni di pensiero che servono soltanto a soddisfare una mancanza e a dare una ragione della caducità dell’esistenza, pur senza rovesciarla. L’essere umano e la riflessione contemporanea sulla sua condizione si nutrono dell’idea della caducità delle cose. Laddove vi sia il tentativo di uscire da questa catena, però, esso cade in una paradossalità inaudita poiché, pur sapendo di dover trascendere se stesso al fine di oltrepassare la propria condizione, il melanconico si sente colpevole non tanto di non saper trascendere se stesso, piuttosto «a causa del fatto che la sua propria vitalità è oggettivamente inassimilabile al logos che dovrebbe sussumerla» (Ivi, p. 45).
Nichilismo reazionario e progressivo
Ci è oramai evidente la struttura metafisica melanconica e il legame con l’idea di nichilismo appare sempre più netto e marcato. In questo senso, sottolinea Godani, il nichilismo (inteso sia nietzschianamente come crollo dei vecchi valori, sia come l’idea per cui le cose siano sull’orlo dell’annientamento) si può configurare in due modi. Si può avere un nichilismo reazionario, passivo e disperato «di chi non sa elaborare il lutto della perdita dei vecchi valori e della nullità del mondo vero», e uno progressivo che vede nella radura possibilità di costruire nuove forme di senso. Se il primo è quello più tipicamente melanconico, esistenziale, il secondo può rappresentare la piattaforma sulla quale edificare (di nuovo) un Io forte, accentratore, che lotta tenacemente contro la supremazia della morte nel tentativo di affermare sempre la vita. Per fare ciò si affida a ciò che di più caduco e finito sembra avere, come a sovvertire le leggi della natura che egli stesso conferma come tali, ovvero il corpo. Così facendo — dice Godani — egli si ritrova nella sua lotta per mutare i contorni della dissoluzione del corpo, dando vita a una «percezione delirante» che egli «condivide non solo, come vedremo, con un certo genere di melanconico, ma forse anche con la stessa cultura dominante del secolo passato» (Ivi, p. 73). È, in altre parole, fascista, ovvero «colui che conosce il caos, che percepisce profondamente il fascino e la potenza dell’ebbrezza, che non indietreggia di fronte al nulla come vera natura delle cose, che trema forse di fronte alla sempre imminente dissoluzione del corpo, ma che tuttavia si vuole forte abbastanza da imporre a tutto questo possibile disastro il sigillo metallico di una forma perfetta, di un ordine superiore, di un corpo glorioso» (Ibidem).
La cura e la natura morta
Qual è dunque la cura che, alla luce di tutto questo, si può dare al melanconico? Nel rispondere a questa domanda Godani ci mette in guardia da un rischio, ovvero quello di percorrere la via già battuta. Questa è quella che può riassumersi nella ri-accensione del desiderio, della pulsione verso la vita che egli crede di aver perduto insieme al senso del mondo. Ha però senso riattivare i nessi con la vita, rimanendo comunque all’interno dello schema per cui le cose sono in bilico sul nulla e noi stessi, noi uomini, attori protagonisti della vita stessa, siamo costantemente sotto lo scacco del suo contrario, ovvero della morte?
La soluzione proposta da Godani per il melanconico non è un nuovo investimento sulla vita e sul desiderio di vita, ma al contrario egli deve avviarsi «sulla via del disinvestimento libidinale, ma per invertirne il senso, per farne apparire il rovescio» (Ivi, p. 158). In altre parole il melanconico risanato è colui che non intende giocare alcun ruolo da protagonista ma – con una metafora teatrale usata pure dall’autore – che si pone un passo indietro rispetto alla scena. In definitiva: «il melanconico risanato non è più portato a spiare che cosa vi sia dietro il velo di Maya della rappresentazione, perché ormai sa fin troppo bene che non sta nel velo l’inganno, ma nel segreto osceno che esso finge di celare» (Ivi, p. 159). Egli, quindi, configura una metafisica post-melanconica all’interno della quale la caducità degli essenti e la loro individualità (su questo si veda Godani 2020) non sono le certezze sulle quali si edifica il pensiero, al contrario. Il melanconico risanato riesce a cogliere tutti i dettagli dell’essere, «le costellazioni di tratti» (Godani 2020, p. 224), un universo sottratto dal potere accentrante dell’antropocentrismo e dal valore che gli uomini riconoscono agli elementi. Ogni cosa è illuminata, si potrebbe dire parafrasando Jonathan Safran Foer.
Così come ogni cosa è illuminata nelle nature morte, ovvero in quei dipinti (di cui Caravaggio e Vermeer sono stati i principali autori) dove tutto è sul medesimo piano, la pianta, il vaso, la testa d’uomo… Essi sono «espressione di una sorta di panteismo statico» (Godani 2025, p. 165) nei quali la “mortificazione” non è un atto anti-vitale, piuttosto è la riconfigurazione delle cose nella loro immanenza naturalistica quando non hanno più il senso che gli umani gli hanno assegnato. «Non sarà un caso — chiosa Godani — se questo spirito, che fa la sua apparizione tra Caravaggio e Vermeer, tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, tra Italia e Olanda, è lo stesso spirito che si manifesta nelle opere di Bruno e Spinoza» (Ivi, p. 167).
Il terzo genere di conoscenza
Ecco, Spinoza: pur nella profonda bibliografia utilizzata dall’autore — così come nei precedenti testi già citati — il filosofo olandese acquista nel discorso filosofico di Godani una centralità assoluta. La metafisica post-melanconica, infatti, che prende le mosse da una constatazione moderna e contemporanea e si pone come una riaffermazione ontologica del molteplice nella sua essenziale unità, si configura come una “cura” nella quale il male viene eradicato in profondità. Non si tratta qui, infatti, di proporre una diversa visione del mondo, bensì si vuole immaginare la possibilità (la necessità?) di vivere la vita cogliendo «le cose libere dall’ordine del tempo e dal privilegio del presente», così che gli umani possano acquisire una veste e una luce differente. Si chiede Godani: «non è esattamente questo che significa conoscere le cose sub specie aeternitatis?» (Ivi, p. 169).
Perché, in fondo, la conoscenza è la via d’accesso all’eternità delle cose (apparentemente sull’orlo della disperazione e dell’annichilimento) e lo stato melanconico ci apre le porte a questo dis-velamento. Come insegna Spinoza le relazioni tra le cose, che ci appaiono di tanto in tanto nel nostro percorso, testimoniano il destino degli enti, il loro essere parti interconnesse di un tutto necessario ed eterno.
Conclusioni
Per certi versi Godani, congedando il melanconico dal suo sfondo nichilistico, lo libera dal vincolo della contingenza. Ma per Spinoza non si raggiunge il terzo genere di conoscenza, quindi non si sperimenta il proprio essere eterni, per accrescimento, piuttosto ciò è possibile quando si compie un salto che ci permette di vedere le cose sotto l’aspetto dell’eternità. Allo stesso modo, ciò mi sembra valido anche per Godani. In altri termini non si esce dalla condizione per cui si è certi della finitezza di sé e del mondo attraverso un percorso di giustapposizione di conoscenza. L’emendazione del proprio intelletto — per citare ancora Spinoza — è necessaria affinché si creino i presupposti, ma poi in fin dei conti l’assolutezza delle cose, il loro essere sul medesimo piano si “rivela” d’improvviso, come una natura morta mostra incredibilmente tutto ciò che è.
La sfida di questa metafisica post-melanconica risiede evidentemente nell’aspetto politico e pragmatico, a cui Godani accenna solo nelle brevi conclusioni al volume. Ciononostante la riflessione intorno a questa postura e all’uscita dallo “stato di minorità” che la contingenza degli enti ha generato e foraggiato nella cultura occidentale non può che condurci verso strade nelle quali la conflittualità non è per niente contemplata.
Bibliografia
- Ronchi 2017: Rocco Ronchi, Il canone minore, Feltrinelli: Milano.
- Godani 2020: Paolo Godani, Tratti. Perché gli individui non esistono, Ponte alle Grazie: Milano.
- Godani 2021: Paolo Godani, Il corpo e il cosmo, Neri Pozza: Vicenza.
- Godani 2025: Paolo Godani, Melanconia e fine del mondo, Feltrinelli: Milano.
- Severino 1982: Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi: Milano.
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