L’abbandono di un puro sguardo metafisico sul mondo rappresenta una delle peggiori derive della filosofia del nostro tempo. E per nostro tempo non si intende qui soltanto la filosofia contemporanea, piuttosto ci si riferisce almeno a tutta la cultura filosofica del Novecento. Una cultura che, in un modo o nell’altro, ha fatto sue posizioni nichilistiche e ha proseguito imperterrita sulla via tracciata dai moderni, per cui la metafisica si configura come antropologia e non come una filosofia della natura. Quella che Rocco Ronchi, infatti, nel suo Il canone minore definiva come «la linea maggiore» (cfr. Ronchi 2017) del pensiero occidentale intende la metafisica come una “struttura filosofica” il cui architrave è «l’intuizione della contingenza dell’ente. […] Il piano dell’esperienza è, infatti, un piano in cui si dà sempre dell’essere minacciato dal nulla» (Ivi, p. 69). La finitezza, la forma-Uomo, la inevitabile conclusione delle cose, sono tutti concetti afferenti ad una idea di metafisica appoggiata sulla contingenza. Scriveva ancora Ronchi in quell’importante testo: «contingenza significa dunque che la cosa, qualunque cosa, è, come tale, un non-niente: è in bilico sull’abisso del nulla» (Ibidem). Questa lettura storico-critica dell’approccio metafisico moderno risente inevitabilmente dell’insegnamento di Emanuele Severino, il cui lavoro sul concetto di nichilismo resta insuperato se si vuole uscire dalla gabbia dello schema moderno (si veda ad esempio, tra i tanti, Severino 1982). Continue Reading