Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto.

Se l’esperienza degli umani è strutturalmente relazione di soggetto e oggetto (due “enti”), quando si procede a studiarla nel dettaglio, non si può non vedere come tale struttura relazionale inesorabilmente si riverberi e si moltiplichi all’interno di ciascun ente, sia nelle indagini cosiddette “macro”, sia nelle indagini cosiddette “micro”: esemplare, a tale proposito, è la General System Theory (1968), proposta da L. von Bertalanffy, che tende a interpretare il mondo come un insieme di sistemi complessi, all’interno dei quali non vi sono propriamente “enti” o “elementi” isolati ed isolabili, bensì “reti di relazioni”; gli “enti” non possono venir isolati se non astrattamente, ossia negandone l’intrinseca strutturale relazionalità. Il meccanicismo, dominante nella scienza della modernità, si rivela concezione radicalmente astratta, quindi fraintendente.

Quando poniamo il problema di che cos’è veramente l’esperienza che facciamo, se da un lato poniamo un’interrogazione sull’essere (il “ciò di cui” facciamo esperienza), dall’altro non possiamo non porre un’interrogazione sulle modalità con le quali il cercante (chi fa esperienza) cerca l’essere. Per dirla nei termini heideggeriani di Essere e Tempo, quando ci poniamo il problema di che cos’è veramente l’essere, il “cercato”, non possiamo non porci anche il problema di che cos’è quell’ente che fa esperienza dell’essere e si interroga su di esso (il cercante). Anche per Kant, del resto, la domanda su “che cosa posso sapere” apriva l’indagine volta a dare risposta alla domanda su “che cos’è l’uomo” (lettera a Staudlin del 1793)

L’agire degli umani e l’essere desiderante
Che l’uomo sia un essere relazionale è ormai un assunto acquisito dalla riflessione filosofica; resta però da chiarire per-ché è relazionale; il perché non può più essere inteso solo nel senso della causa materiale o di quella efficiente (per che = determinato da), ma va recuperato anche il senso “finale” (per-che = in vista di che cosa); la causa finale va reintegrata a pieno titolo nell’adeguata comprensione del reale stante la dimostrata inadeguatezza (alla luce della fisica contemporanea, ma anche della teoria di von Bertalanffy) di una lettura deterministico-meccanicista del reale.

L’uomo “fa” esperienza. Fare esperienza è agire. Domandarsi su che cosa significa “fare esperienza” (traducendo le suggestioni kantiane sopra citate) è ancora “agire”. L’interrogazione filosofica volta a comprendere il “che” e il “per-ché” è un’attività. La stessa filo-sofia è un tendere-a-sapere, e dunque è anch’essa un’attività (anche là dove la si consideri un’attività differente da ogni altra perché volta solamente a sapere e non a raggiungere scopi estrinseci: non è questo il luogo per approfondire la feconda distinzione aristotelica tra praxis e poiesis, ma l’esteriorità o l’immanenza del fine rispetto all’azione non ne modificano il carattere relazionale). Lo statuto logico dell’esperienza, come quello di ogni altra realtà “finita” (ivi compresa ogni attività) è quello della relazione.

Anche il domandare, come attività, presuppone inizialmente la distinzione (differenza) tra il cercato e il cercante, tra l’agito e l’agente; ogni domanda – in linea di fatto – presuppone almeno se stessa, ossia i termini che la compongono e tali termini vengono presupposti – insieme – e come indipendenti e come dipendenti: se non fossero anche dipendenti, la relazione sarebbe sempre estrinseca e arbitraria (un “costrutto” estrinseco).

Una tale presupposizione è di fatto insopprimibile (ché anche sopprimere sarebbe un agire, a sua volta presupponente), ma non per questo innegabile; nei suoi scritti A. Stella definisce questo livello come “inevitabile”. Questo dell’insopprimibile-inevitabile è, pertanto, il livello in cui è posto (Heidegger direbbe “è gettato”) lo Esser-ci e in cui ac-cade il suo (dell’Esser-ci) agire. Chiamare l’uomo esistente e agente “esser-ci” è sottolinearne il carattere “situato”, ossia strutturalmente relazionale, come già icasticamente riconosceva Kierkegaard in apertura de La malattia mortale: «L’uomo è spirito. Ma che cos’è lo spirito? Lo spirito è l’Io. E l’io che cos’è? È un rapporto che si rapporta a se stesso oppure è, nel rapporto, il rapportarsi che il rapporto si rapporta a se stesso» (cito nella traduzione di C. Fabro del 1972).

Il singolo, caro agli esistenzialisti, è strutturalmente relazione e non solo con il mondo e con gli altri, ma “in sé”. Soffre dunque di quella contraddittorietà strutturale che immane alla relazione che, da un lato, suppone l’indipendenza dei termini, e dall’altro è costretta ad ammettere la strutturale connessione tra loro. Questa strutturale contra-dizione è ciò che impedisce la “stabilizzazione” definitiva del finito e, dunque, del singolo uomo.

È questo – a mio avviso – il senso in cui vanno interpretate le affermazioni di Nietzsche sull’uomo come «l’animale non ancora stabilizzato» (Al di là del bene e del male, § 62) o come «qualcosa che deve essere superato» (Così parlò Zarathustra, “delle gioie e delle passioni”).

In quanto “in-stabile”, ogni singolo uomo è costretto a andar oltre sé, a trascendersi, a tras-formarsi.  Ciò che determina la tras-formazione è sicuramente un’istanza di auto-trascendimento: tende a cambiare ciò che non può “stare”, che non può permanere in quella situazione (e in quella forma-identità) in cui intanto si è ed è per questo che non può non andar-oltre, trascendersi; l’assoluto (l’intero, la totalità) non può mutare, non può tras-formarsi (passare ad altra forma): ecco perché, come diceva Parmenide, esso “sta”.

L’impossibilità di affermarsi (stabilizzarsi) e mantenersi in essere impone alla soggettività finita l’uscita dal proprio orizzonte ontico, il superamento della propria autoreferenzialità: ciò dà origine a una ricerca che si rivolge alla dimensione (sconosciuta) dell’alterità e alla dimensione imprevedibile del futuro.

Nella filosofia moderna (e in buona parte della biologia che ne è derivata), l’interpretazione meccanicista dell’umano faceva ridurre questa istanza al conatus sese conservandi, ma nei pensatori più acuti e profondi tale istanza di trasformazione veniva più correttamente chiamata “desiderio”, ossia il conatus o appetitus «unito alla coscienza di sé». (Spinoza, Etica, III, Definizione degli affetti, 1). E in questo senso, Spinoza può affermare che «il desiderio è l’essenza stessa dell’uomo in quanto è concepita come determinata da una qualunque sua affezione data a fare qualcosa» (traduzione mia).  È chiaro che il desiderio è proprio dell’essere umano in quanto singolo, in quanto finito (solo il finito può essere “affetto” da determinazioni e può desiderare). Nei prossimi articoli svolgerò questo preciso punto, che adesso pongo a conclusione come una sorta di primo teorema: il singolo essere umano è un essere desiderante e la sua singolarità prende progressivamente forma a seconda di come viene strutturato il proprio desiderare.

 

Foto di Pascal Habermann su Unsplash

Già docente di filosofia nei Licei, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Perugia. Email: piergiorgio.sensi@gmail.com

Lascia un commento

*