Con le dovute precauzioni, possiamo semplificare la dialettica interna alla storia delle idee (e quindi della filosofia) attraverso delle coppie di concetti contrapposti: determinismo-libertà, monismo-pluralismo, verità-errore, idealismo-realismo, finito-infinito. Tuttavia, le più geniali e straordinarie configurazioni filosofiche si danno e si sono date nel momento in cui il pensiero non è schiacciato su uno dei due termini. L’estremizzazione, infatti, contiene spesso un fondamento dogmatico che è, per sua stessa natura, limitante.
Il sistema filosofico di Emanuele Severino è il maggiore e più raffinato tentativo di sganciarsi da ogni estremismo concettuale. All’interno della coppia Idealismo-Realismo, ad esempio, Severino rimane in costante equilibrio fra i due estremi. Questo equilibrio è in evidenza nel decisivo passaggio in cui il filosofo bresciano affronta la questione della Contraddizione C, in cui il piano “ideale” e quello “reale” (piani che nel destino della verità coincidono in un monismo dall’esplicazione pluralista) si tengono insieme e vengono oltrepassati.
Contraddizione C, nello specifico, «è la forma astratta della verità, è la stessa verità del destino, ma in quanto astratta, ossia è il destino della verità in quanto presenza finita dell’apparire infinito della totalità dell’essente e pertanto del destino della verità» (Severino 2005, 88). In altre parole, la Contraddizione C è la “condizione” nella quale si mostra l’infinito in forma finita, essa descrive una mancanza, quella relativa all’apparire di ogni determinazione, in quanto ciascuna determinazione che appare all’interno della terra isolata dal destino appare contestualmente come verità ed errore. È verità perché essa è un eterno, ma è errore perché è un finito e non può apparire insieme a tutte le relazioni con le altre determinazioni e al suo statuto ontologico fondamentale. Nell’apparire finito, com’è facilmente intuibile, non può darsi l’apparire infinito; perciò quel che appare nell’apparire finito (le determinazioni) è “viziato” da una fallacia. Ciò non vuol dire che il finito — che il piano di realtà — sia pertanto falso; tutt’altro, «la Contraddizione C è il destino della verità, in quanto apparire finito dell’infinito» (Severino 2005, 88). E nonostante l’infaticabile processo a cui siamo destinati, ovvero quello di testimoniare il destino ossia di portare alla luce l’essenza eterna di ogni determinazione, malgrado l’allagamento costante del campo dell’apparire finito del destino — che coincide con il toglimento continuo della contraddizione —, il destino della verità non appare mai nella sua concretezza totale delle sue determinazioni. Il tramonto della terra isolata, che coincide con l’oltrepassamento della contraddizione, non conduce mai l’infinito ad apparire nel finito. Ciò che appare allora è un apparire che è totalità e non totalità, e in questo contesto l’apparire infinito (ovvero il destino della verità) rappresenta una tensione, non una determinazione. In definitiva: l’apparire dell’infinito ha sempre una struttura “visiva” finita, e per questo è contraddizione: C.
«La Contraddizione C consta di un’affermazione (o posizione) esplicita e di una negazione implicita di S» (Severino 1981, 349).
Nella concretezza di ogni determinazione — la quale invece appare come finita, dando così corpo all’idea che il mondo sia governato da un divenire nichilistico —risiede la totalità delle relazioni che ciascuna determinazione intrattiene con la totalità infinita delle determinazioni stesse. Questa infinità di relazioni non appare mai nella sua concretezza, ma solamente in modo astratto-formale. Tuttavia il complesso infinito di relazioni è ciò che compete ad ogni determinazione in quanto eterno (se una cosa non fosse in relazione con la totalità delle altre cose, non sarebbe infinita e quindi eterna, sarebbe un nulla).
E dunque, poiché ogni determinazione è ciò che è alla luce dell’intera relazione che essa ha con la totalità infinita delle altre determinazioni, in questo risiede la sua concretezza che non appare mai nella sua essenza concreta, appunto. La Contraddizione C allora porta all’evidenza anche questo dato: le determinazioni sono tali nella misura in cui vi è una relazione fra loro; o meglio: la relazione è necessaria poiché ogni determinazione è eterna (quindi infinita) e prescinde dalla relazione con ogni altro eterno. Scrive Severino in Testimoniando il destino: «ogni determinazione finita appare, essa, come ciò che non mostra il proprio contenuto concreto, ossia il proprio implicare la totalità concreta degli essenti: appare come Contraddizione C» (Severino 2019, 68). Sta in questa separazione e in questo “difetto” il nodo cruciale che porta gli uomini a credere alla finitezza delle cose, a definirle come enti e quindi come oscillanti fra l’essere e il nulla.
In questo senso le cose che viviamo, ciò che tocchiamo, esperiamo e noi stessi, sono Contraddizione C, poiché ciascuna cosa appare «nel suo essere e non essere ciò che esso è» (Severino 2005, 88). Potremmo dire, utilizzando il titolo di un romanzo di Jonathan Safran Foer che ogni cosa è illuminata ma anche limitata, o meglio non pienamente esposta.
Ciononostante è bene chiarire un punto: il contenuto della Contraddizione C non è né contraddittorio né un nulla. Piuttosto il contenuto della contraddizione normale è un nulla, poiché il suo fondamento risiede interamente nella terra isolata dal destino nella quale non si ausculta la voce e il rimbombo della tesi scandalosa, ovvero che tutto è eterno.
Si oltrepassa la Contraddizione C? Per rispondere a questa domanda occorre partire dal presupposto che, come già detto più volte, la Contraddizione C è «la contraddizione che si costituisce perché non appare il tutto concreto» (Severino 2001, 44); e che il toglimento della contraddizione, ovvero il tramonto della terra isolata dal destino, è ciò che è destinato ad apparire affinché il destino della verità appaia concretamente. Tuttavia non è impossibile che l’infinito destino della verità appaia nell’apparire finito del destino, nel cerchio finito del destino della verità? Com’è possibile che appaia la totalità concreta delle determinazioni, ivi comprese le infinite relazioni che le costituiscono in quanto eterne?
Eppure, scrive Severino, «il toglimento concreto e compiuto della contraddizione è destinato ad apparire, [e] allora esso non può essere che il dispiegamento all’infinito del destino finito della verità» (Severino 2001, 44). In questo quadro pare evidente che «il carattere astratto-formale della destinazione» sia inevitabilmente «la sintassi del concreto» (Severino 2019 , 210) e che il superamento di questa astrattezza non si definisca da ultimo come una negazione del contenuto del destino.
Come lo stesso Severino dice a chiare lettere nel suo ultimo volume, testimoniare il destino è dunque continuamente togliere la contraddizione, mostrarne il suo carattere manchevole, e quindi oltrepassare l’astrattezza della destinazione, sciogliere la Contraddizione C. Se già in questo (infinito) processo risieda la Gloria, o almeno un suo mormorio, è questione a cui dobbiamo ancora rispondere.
Riferimenti bibliografici
– Severino, Emanuele. 1981. La struttura originaria. Milano: Adelphi
– Severino, Emanuele. 2001. La Gloria. hássa ouk élpontai: risoluzione di «Destino della necessità». Milano: Adelphi
– Severino, Emanuele. 2005. Fondamento della contraddizione. Milano: Adelphi
– Severino, Emanuele. 2019. Testimoniando il destino. Milano: Adelphi
Foto di Martin Vysoudil su Unsplash
Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Ritiri Filosofici il 12 maggio 2019.
Ma il punto è precisamente questo: l’intero è divisibile (distinguibile)? O, per converso: ciò che è divisibile (finito) è “momento” dell’intero o la sua radicale negazione?
Tutta la teoria esposta da Severino (ma non solo, se si pensa anche a Hegel), e quanto ora tu stesso ribadisci non dimostra affatto che l’intero possa venire assunto come distinguibile (divisibile, parzializzabile, partizionabile) ma lo presuppone tale.
Ora sappiamo – e Severino ce lo insegna – che presupporre non è pensare, ma rappresentare (subire un postulato oggetto di fede).
Ebbene, se qualcosa è presupposto, tutto ciò che su di esso poggia non ne trascende la natura presuppositiva, cioè non è teoreticamente fondato, è nullo teoreticamente.
A me sembra che un intero divisibile – dunque, teoreticamente già diviso o, meglio, meramente postulato tale, creduto tale – sia una contraddizione in termini, per le ragioni esposte, appunto, come indicavo, sia una contraddizione in senso ordinario, altrimenti detta impossibilità: “intero non-intero”.
Caro Saverio, ti sottopongo la seguente breve considerazione.
Affinché la contraddizione C e il processo di cui essa è il “motore” prenda avvio, deve darsi la cosiddetta forma astratta della totalità, ovvero l’apparire parziale dell’intero, modo astratto del concreto – ammesso e non concesso che astratto e concreto siano complanari, ma è, in termini diversi, ciò su cui vorrei richiamare l’attenzione.
Ebbene, a me sembra che proprio tale “base” risulti inintelligibile, poiché pone capo ad una contraddizione ordinaria, dunque ad una impossibilità, la quale toglierebbe il terreno da sotto i piedi alla “contraddizione C”.
Cosa significa che l’intero apparirebbe parzialmente?
Significa che esso appare come non è, dal momento che la non-interezza dell’apparire (dell’apparire come tale!) contraddice l’interezza di ciò (l’intero) di cui si vorrebbe che fosse – in qualche modo – pur sempre l’apparire.
Ma apparire come non è equivale a non apparire affatto.
Pertanto, ciò che si dovrebbe concludere è che “apparire” e “intero” sono incompatibili essenzialmente. Ripeto: la non-interezza dell’apparire contraddice l’interezza dell’intero, ergo si dovrà escludere radicalmente ogni riferimento dell’apparire all’intero ovvero di questo a quello.
Ma, se è così, risulterà del tutto insensato parlare di un apparire (strutturalmente parziale, non-intero, quindi processuale) dell’intero.
In una parola: l’intero non può apparire mai, poiché tutto ciò che appare è per definizione non-intero, e tra non-intero ed intero “non est proportio”.
Io credo che la Contraddizione C rappresenti proprio il tentativo di “risolvere” la non proporzione tra finito e infinito (Spinoza docet), mostrando come l’apparire sia sempre un apparire – come giustamente detto – strutturalmente parziale, eppure non per questo non fattuale e sganciato dall’intero. Poiché se ci fosse qualcosa che sia indipendente dall’intero, questo non sarebbe intero ma – appunto – finito.