Nel paradigma moderno, la dimensione politico-decisionale e quella tecnico-produttiva sono state progressivamente ricondotte a sfere differenti: le autorità politiche non entravano nei processi di realizzazione degli strumenti e, parallelamente, i tecnici non influenzavano le decisioni governative. L’avvento della tecnoscienza segna una frattura all’interno di questa condizione: il progresso tecnologico è ormai parte integrante dei processi educativi, sociali e politici. Come nota Pierpaolo Limone nella Prefazione a quest’opera a Lavazza, 2025:«[…] le dinamiche sociali dell’automazione mostrano un’evoluzione delle categorie classiche della sociologia weberiana, in cui la razionalizzazione tecnica sostituisce progressivamente l’agire comunicativo e deliberativo con processi decisionali automatizzati» (pp. 9-10).
Il volume curato da Andrea Lavazza (2025) propone un’interessante analisi interdisciplinare di tale fenomeno attraverso dodici saggi che affrontano il tema da diverse prospettive. Il libro è strutturato in tre sezioni: la prima riguarda l’Educazione, in cui si discute l’impatto del digitale nei processi formativi e nelle pratiche di apprendimento; la seconda concerne la Società, nella quale vengono esplorati i cambiamenti introdotti dalle tecnologie digitali nelle relazioni interpersonali e nelle dinamiche collettive; l’ultima è dedicata all’Etica e alla Politica ed è incentrata sulla regolamentazione di queste tecnologie e sul loro ruolo nell’esercizio del potere. La tecnoscienza rappresenta un cambiamento di paradigma: è necessario elaborare nuovi modelli epistemologici che siano in grado di tenere insieme la complessità della rivoluzione digitale con la responsabilità dell’essere umano.
Rivoluzione digitale e mutamento antropologico
Scrivendo negli anni ’60 del secolo scorso, l’etologo francese André Leroi-Gourhan sosteneva una tesi fondamentale: la storia dell’umanità è sempre stata caratterizzata dalla coevoluzione tra essere umano e strumenti tecnici (Leroi-Gourhan, 2018a, 2018b). Questo processo implica un movimento biunivoco: l’artefatto muta grazie all’azione del soggetto e, contemporaneamente, quest’ultimo si trasforma attraverso l’influenza esercitata dalla sua opera. La tecnica non è un mero strumento, ma l’ambiente in cui una forma di vita si sviluppa.
Questa prospettiva permette di comprendere il contributo proprio di Lavazza come uno dei nuclei centrali del testo. L’autore individua tre elementi di crisi nel nuovo rapporto tra umano e tecnica: la cultura dell’elitismo, la presa di coscienza della quarta ferita narcisistica e la crisi del lavoro significativo. Al di là delle singole problematiche, emerge una domanda di carattere antropologico: che cosa accade all’immagine che l’uomo ha di sé quando le macchine sembrano avvicinarsi sempre più ad attività tradizionalmente considerate proprie dell’uomo?
A entrare in crisi è, innanzitutto, la dimensione interattiva: ormai viviamo in un mondo dove le macchine sembrano in grado di provare emozioni e di sostenere conversazioni intellettuali allo stesso livello delle persone. Tuttavia, questa idea è problematica: l’intelligenza artificiale rimane sempre una nostra creazione ed è importante capirne le caratteristiche e i funzionamenti. La questione diventa particolarmente evidente nel campo della creatività. Prima della nascita dell’IA, estrosità, genialità e immaginazione sembravano peculiarità umane; oggi, invece, i sistemi generativi producono risultati straordinari, non solo in termini di computabilità, ma anche di originalità. Non si tratta soltanto di chiedersi se una macchina possa essere creativa, ma di comprendere quale ruolo possa ancora assumere l’individuo all’interno dei processi ideativi e produttivi.
La soluzione più proficua è la cooperazione, volta a creare pratiche in cui gli strumenti digitali aiutano a esprimere al meglio le proprie capacità. Su questo tema si inseriscono gli scritti di Alessandra Micalizzi e di Chiara Montini, che mostrano come il rapporto tra uomo e tecnologia possa assumere forme di collaborazione innovative. Allo stesso tempo, le analisi di Caterina Sapone e Stefano Triberti sul concetto di Black Box e di Enrico Cerasi sulle dinamiche del segreto rapportate all’IA richiamano l’attenzione sui problemi di comprensibilità e trasparenza dei sistemi tecnologici. La domanda sul rapporto tra umano e tecnica diventa così anche una domanda identitaria: se la tecnologia modifica il modo in cui agiamo e pensiamo, quanto può cambiare anche il modo in cui definiamo noi stessi?
Governance e formazione digitale
Tutti i fenomeni descritti finora hanno alla loro base una questione fondamentale: che rapporto deve sussistere tra la scienza e la politica? Tale questione è oggetto delle riflessioni di Carlo Lottieri. Il professore di filosofia del diritto studia il legame tra giustificazione scientifica e legittimazione politica a partire dagli scritti di Gaetano Mosca, argomentando una posizione che va al di là sia di un dogmatismo scientifico sia di un globalismo politico. L’autore – riprendendo una lettera di Thomas Jefferson del 1802 – sottolinea che: «[…] una visione dogmatica (non concorrenziale della ricerca) si sposa assai naturalmente con un’idea illiberale (analogamente non concorrenziale) dell’ordine politico» (p. 175).
La riflessione di Lottieri permette di comprendere che il problema della tecnoscienza non riguarda soltanto ciò che la tecnologia è in grado di fare, ma anche chi debba stabilirne i limiti e secondo quali criteri. Fernanda Faini esamina tali elementi nel proprio studio, focalizzato sulla regolamentazione delle tecnologie digitali. La comparsa di termini quali data society, data subject e digital law richiede una riconfigurazione del diritto, della politica e degli stakeholders coinvolti nei processi decisionali. L’AI Act (2024) – di cui Faini propone un’accurata disamina – è uno dei massimi esempi di framework elaborati dall’Unione Europea al fine di garantire la governabilità dell’IA nei suoi settori di applicazione.
Trovare l’equilibrio tra le parti richiede la formazione di nuove figure professionali. Luciano Floridi (2025, pp. 192-220) definisce queste figure «colletti verdi», ossia coloro che dovranno progettare e controllare il ruolo degli algoritmi all’interno della società. La questione della governance si lega così a quella della formazione. Questo tipo di preparazione dovrebbe partire dai contesti scolastici, chiamati a promuovere percorsi volti ad «aprire nuove vie educative, che attraversando la crisi attuale, [siano] il punto di partenza per un reale rinnovamento epistemologico, pedagogico e culturale» (p. 33). Su questo tema, assumono rilievo i testi di Silvia Capodivacca e di Marco Fenici, che mostrano come la capacità di governare la tecnologia dipenda anche dalla possibilità di formare soggetti in grado di comprenderla criticamente, sia nelle sue componenti tecniche sia nelle sue implicazioni formative.
Verso nuove forme di educazione, di società e di politica
Se si volesse individuare il filo conduttore tra i contributi che compongono quest’opera, esso potrebbe essere identificato nella necessità di elaborare un’etica delle tecnologie digitali. Il termine “etica” deriva dal greco ethos, che indica il modo di essere, le abitudini e i criteri attraverso cui l’individuo orienta il proprio agire e partecipa alla vita della comunità. La rivoluzione digitale, modificando l’ambiente nel quale apprendiamo, comunichiamo, lavoriamo e prendiamo decisioni, non introduce soltanto nuovi strumenti, ma contribuisce a trasformare l’orizzonte culturale entro cui le vite del singolo e della collettività prendono forma. Ciò richiede un ripensamento delle classiche nozioni di paideia, di koinonia e di politike: una nuova educazione al giudizio, nuove modalità di partecipazione alla vita collettiva e nuove forme di governo della trasformazione tecnologica. L’ethos delle tecnologie digitali costituisce così la base di inediti modelli culturali. La paideia dovrà formare individui capaci non soltanto di utilizzare le tecnologie, ma di comprenderne criticamente possibilità, limiti e conseguenze. La koinonia, a sua volta, dovrà confrontarsi con nuove modalità di relazione, partecipazione e cooperazione, interrogandosi sulla forma di comunità che le tecnologie digitali concorrono a costruire. Infine, la politike sarà chiamata a governare il potere tecnologico affinché l’automazione e gli algoritmi non sostituiscano la responsabilità umana e democratica. La sfida dell’età della tecnoscienza non consiste nel contrapporre l’essere umano alla tecnologia, ma nel definire un ethos capace di orientarne il rapporto. Solo in questo modo la rivoluzione digitale potrà essere non soltanto subita o regolata, ma consapevolmente abitata.
Riferimenti bibliografici
– Floridi, Luciano. 2025. La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, Milano: Mondadori
– Lavazza, Andrea (a cura di). 2025. L’età della tecnoscienza. Educazione, società, politica, Roma: Carocci
– Leroi-Gourhan, André. 2018a. Il gesto e la parola. Tecnica e linguaggio (Vol. 1), trad. it. di F. Zannini, Milano-Udine: Mimesis
– Leroi-Gourhan, André. 2018b. Il gesto e la parola. La memoria e i ritmi (Vol. 2), trad. it. di F. Zannini, Milano-Udine: Mimesis.
– Regulation (EU) 2024/1689 of the European Parliament and of the Council of 13 June 2024 laying down harmonised rules on artificial intelligence… (Artificial Intelligence Act). (2024). In «Official Journal of the European Union», L 2024/1689.