L’orizzonte etico del silenzio
In una celebre lettera dell’ottobre 1919 inviata all’editore Ludwig von Ficker per presentargli il dattiloscritto del Tractatus logico-philosophicus, Ludwig Wittgenstein scrisse parole destinate a disorientare gli interpreti positivisti:
«Il senso del libro è un senso etico. […] Il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, ed inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella importante»
L’etica, nel Tractatus, non si offre come una teoresi sistematica, bensì come una dimensione silenziosa che delimita e dà senso a tutto il resto. Se l’opera si configura come un’indagine rigorosa sui limiti del linguaggio descrittivo, è con la proposizione 6.4 e le sue ramificazioni che questo confine viene esplicitamente tematizzato sotto il profilo del valore (dove «valore», Wert, include sia l’etica che l’estetica, cfr. 6.421: «Etica ed estetica sono tutt’uno»).
La proposizione 6.41 costituisce uno dei vertici drammatici dell’opera. È il momento in cui Wittgenstein, dopo aver edificato una monumentale gabbia logico-proposizionale per spiegare come il linguaggio raffiguri i fatti, invita il lettore a compiere un passo indietro per scorgere l’esterno di quella gabbia.
Il testo recita:
«Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v’è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore.
Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’esser fuori d’ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed essere-così è accidentale.
Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale.
Dev’essere fuori del mondo»
Analisi del testo: il dire, il mostrare e la faglia di Hume
La proposizione 6.41 si presenta con una linearità quasi geometrica. L’intento teorico è dichiarato sin dalla prima frase, che funge da tesi: dimostrare che il senso del mondo, qualora esista, non può trovarsi all’interno del mondo, deve trovarsi al di fuori.
È importante notare che il testo non si propone di dimostrare che esiste un senso (o un valore) del mondo, bensì si limita a stabilire una condizione trascendentale di possibilità. Se un valore autentico esiste, la sua collocazione trascende necessariamente i confini del mondo. A rigore, dunque, la formulazione non esclude il nichilismo (l’assenza assoluta di ogni valore), sebbene l’impostazione esistenziale del filosofo vi si opponga.
Ciò che la proposizione esclude è però l’empirismo radicale che sarà tipico del positivismo logico (come quello del primo Circolo di Vienna). Se per i neopositivisti le proposizioni sul senso del mondo erano da liquidare come “insensate” e dunque prive di qualsiasi importanza (teorica o vitale), per Wittgenstein la loro insensatezza non ne decreta l’azzeramento.
Per comprendere questo passaggio, occorre richiamare la celebre distinzione tra ciò che si può «dire» (sagen) e ciò che si può solo «mostrare» (zeigen): «ciò che può essere mostrato non può essere detto» (4.1212). Questa distinzione è legata a doppio filo alla gerarchia semantica del Tractatus:
- Proposizioni dotate di senso (sinnvoll): le proposizioni delle scienze naturali, che descrivono stati di cose contingenti. Possono essere vere o false.
- Proposizioni prive di senso (sinnlos): le proposizioni della logica, tutte tautologiche. Esse non dicono nulla sul mondo (non descrivono fatti), ma mostrano la struttura formale del linguaggio e del pensiero. Non sono errori, sono parte del simbolismo.
- Proposizioni insensate (unsinnig): i tentativi impossibili di formulare proposizioni etiche, estetiche o metafisiche. Dal momento che cercano di esprimere ciò che si colloca oltre il limite dei fatti, tali proposizioni violano le regole della raffigurazione logica.
L’etica è dunque unsinnig (insensata), ma per Wittgenstein si tratta di un’insensatezza vitale, profonda, che scaturisce dall’urto del soggetto contro i limiti del linguaggio.
La struttura argomentativa della proposizione 6.41 fa leva su due capisaldi filosofici di matrice empirista:
- La contingenza assoluta del mondo: il mondo è la totalità dei fatti, e i fatti sono costitutivamente casuali. Non vi è alcuna necessità intrinseca nella realtà materiale.
- La legge di Hume: esiste una frattura invalicabile tra la descrizione dei fatti (“ciò che è”) e la prescrizione dei valori (“ciò che deve essere”). Nessun valore può essere logicamente derivato da fatti o dati di realtà.
Cinque nodi teoretici
Al di là della sua architettura formale, la proposizione 6.41 solleva problemi teoretici di enorme portata. Proviamo ad evidenziarne cinque.
1.– Come si esclude l’empirismo radicale?
Come può Wittgenstein difendere l’importanza delle questioni esistenziali ed etiche se le dichiara formalmente insensate (unsinnig)? La risposta risiede nel fatto che per l’autore del Tractatus il limite del linguaggio descrittivo non coincide con il limite della realtà o dell’esperienza umana. Al contrario di Rudolf Carnap o Otto Neurath, per i quali l’insensatezza equivaleva a un vuoto cognitivo da rigettare, per Wittgenstein l’insensato etico custodisce ciò che vi è di più prezioso. È il Mistico che si mostra al limite del linguaggio.
L’empirismo radicale fallisce perché si arresta alla dimensione scientifica del «come» (wie). Come recita la proposizione 6.44: «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è». L’esperienza del senso e del valore nasce dallo stupore per il darsi stesso del mondo (daß), un’esperienza inesprimibile a parole che rimanda direttamente alla proposizione 6.522: «Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico».
2.– Come si esclude il nichilismo?
Se la logica della 6.41 dimostra solo che il valore – se c’è – dev’essere al di fuori del mondo, come escludere che il valore non sia semplicemente un’illusione? Sul piano strettamente logico-formale, il nichilismo rimane una possibilità. Tuttavia, Wittgenstein esclude questa alternativa spostando il senso/valore dall’oggetto all’atteggiamento del soggetto giudicante.
Il soggetto non fa parte del mondo, ma ne è un limite (5.632), come l’occhio rispetto al campo visivo (5.633). Di conseguenza, il senso/valore si attua nella postura che il soggetto assume verso la totalità della realtà. Wittgenstein distingue il volere come fenomeno psicologico, che è uno fra gli altri fatti del mondo, dal volere come «portatore dell’etico», che è invece trascendentale (6.423). La volontà buona o cattiva non altera i fatti, può solo cambiare i limiti del mondo: «Il mondo del felice è un altro mondo che quello dell’infelice» (6.43).
3.– Come si dimostra la contingenza assoluta dei fatti?
Perché nel mondo «tutto avviene come avviene» e non vi è alcuna necessità? Per Wittgenstein la contingenza è un’evidenza di ordine logico-semantico. Un “fatto” è l’accadere di uno stato di cose, ovvero una combinazione di oggetti, come stabilito nella proposizione 1.21: «Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale».
L’unica necessità che il filosofo riconosce è quella logico-formale (la tautologia, del tipo A=A). Poiché i fatti del mondo non sono verità logiche, essi sono strutturalmente contingenti. La credenza in un «nesso causale» tra gli eventi viene liquidata da Wittgenstein come una superstizione (5.1361): le scienze descrivono la regolarità degli eventi, ma non spiegano perché il mondo sia così. Tutto ciò che accade nel mondo potrebbe accadere altrimenti.
4.– Su cosa si fonda la legge di Hume nel Tractatus?
La separazione tra “fatti” e “valori” è analitica e si basa sulla definizione stessa di “valore”. Il valore, per essere tale, esige l’assolutezza e la necessità.
Se il valore risiedesse nel mondo, esso sarebbe un fatto tra gli altri. Ma un fatto è contingente: accade, ma potrebbe non accadere, non ha una necessità assoluta. Un “valore” che fosse contingente – che accadesse per puro caso – non sarebbe affatto un valore. Situare il valore nel mondo, riducendolo a semplice accidentalità, equivale a distruggerlo.
5.– Che cosa significa che il senso si trova “al di fuori” del mondo?
La metafora spaziale è tra le più insidiose dell’opera. Non si deve pensare a un luogo metafisico, a un iperuranio platonico o a una dimensione teologica ultrasensibile. L’“al di fuori del mondo” va inteso in senso strettamente kantiano. Il senso del mondo è la condizione di possibilità affinché il mondo si dia come totalità espressiva. Non è una “cosa” del mondo, ma la “cornice” o la “prospettiva” sotto la quale il mondo assume un significato complessivo (lo sguardo sub specie aeternitatis). Poiché il tempo e lo spazio sono le coordinate in cui avvengono i fatti, ciò che dà senso a questi fatti deve situarsi fuori da queste coordinate. “Fuori del mondo” significa dunque fuori dallo spazio dei fatti descrivibili dalla scienza.
A questo punto si impone però un’obiezione: l’intera proposizione 6.41 non si risolve forse in una tautologia? Se definiamo il “mondo” come il regno dei fatti esclusivamente contingenti, e il “valore” come ciò che è per definizione necessario, la conclusione secondo cui il valore deve trovarsi fuori dal mondo è già interamente contenuta nelle premesse. L’argomentazione non fa che esplicitare ciò che è stato precedentemente stabilito per definizione.
Questa circolarità logica, tuttavia, non deve essere considerata un errore o una fallacia argomentativa, bensì la chiave di volta del metodo trascendentale del Tractatus. Wittgenstein non sta scoprendo una verità empirica attraverso un sillogismo; sta mostrando come la struttura stessa della nostra rappresentazione logica imponga questa distinzione. Se la rappresentazione linguistica richiede la possibilità per una proposizione di essere vera o falsa, e dunque la contingenza dei fatti descritti, allora ciò che è assoluto e necessario non può, per ragioni strutturali, trovare cittadinanza nel linguaggio descrittivo.
La tautologia si rivela così per quello che è veramente: l’esibizione dei limiti invalicabili del pensiero. Il senso del mondo non è un fatto ulteriore da ricercare, ma la condizione che ci permette di abitare il mondo dei fatti senza restarne prigionieri.
Riferimenti bibliografici
– Wittgenstein, Ludwig. 1969. Briefe an Ludwig von Ficker (1914-20), a cura di Georg Henrik von Wright e Walter Methlagl. Salzburg: Otto Müller (trad. it.: a cura di Dario Antiseri. 1974. Lettere a Ludwig von Ficker. Roma: Armando).
– Wittgenstein, Ludwig. 1989. Tractatus logico-philosophicus, testo originale a fronte, introduzione di Bertrand Russell, a cura di Amedeo G. Conte. Torino: Einaudi.
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