L’Europa in un vicolo cieco

Le tesi di Evola in merito al tema dell’unità europea sono completamente anticonvenzionali e proprio per questo meritano di essere prese in considerazione. In passato avevamo già visto quelle di Emanuele Severino, per niente rassicuranti. Evola, scomparso quasi 51 anni fa, è ancora più netto e, sebbene non escluda margini di manovra, pone in serio dubbio le prospettive che, fino ad oggi, hanno tenuto il campo nel dibattito politico e culturale della costruzione europea. 

In primo luogo il punto di vista attivistico e pragmatico secondo il quale l’Europa dovrebbe formarsi in base ad un compito comune imposto “a forze sparse”. Si tratta in altre parole dell’Europa dell’economia, dell’Euro, della difesa comune, in una parola di Bruxelles, la cui insufficienza, nel compito ben più vasto richiesto dalla costruzione dell’unità europea, è oggi sotto gli occhi di tutti. Anche gli europeisti più convinti, come siamo anche noi, devono riconoscere che il modello di unità, nato a Roma con i trattati che istituirono la comunità economica europea, non è in grado di essere all’altezza del compito.

A questo si aggiunge, come sua estensione qualificata, la  prospettiva federalista, propugnata dagli estensori del Manifesto di Ventotene, tornato d’attualità grazie alla recente polemica nata dopo le dichiarazioni del presidente del consiglio italiano. 

La dottrina federale però, per chi ha solo qualche erudizione di teoria politica, non è praticabile all’interno di un quadro sociale e culturale diverso e variegato come quello europeo. Il federalismo, che consiste in una divisione importante della sovranità statuale, funziona soltanto nei Paesi ad elevata omogeneità culturale (come erano gli Stati Uniti) e rimane alquanto problematico in quelle regioni (come l’Europa) unite sì dall’aspetto geografico ma divise da aspetti culturali, religiosi e linguistici. Tocqueville lo aveva insegnato chiaramente: «Tutti i popoli che si sono confederati (federati, ndr) avevano un certo numero di interessi comuni, che erano come i legami intellettuali dell’associazione. Ma, oltre agli interessi materiali, l’uomo ha anche delle idee e dei sentimenti. Perché una confederazione possa durare a lungo, non è meno necessario della comunanza degli interessi che ci sia, tra i diversi popoli che la compongono, una civiltà omogenea».
Non ci si deve allora stupire (ad esempio) che il Manifesto di Ventotene, per arrivare all’obiettivo di un governo federale, invocava una rivoluzione preliminare che avrebbe dovuto conformare, in termini sociali ed economici, il corpo politico all’ideale dell’unità. Per questo motivo il manifesto di Ventotene è rimasto una semplice utopia e l’europeismo che oggi esso esprime altro non è che un semplice (quanto ingenuo) pacifismo.

Evola sottopone a vaglio critico anche l’idea dell’Europa delle nazioni, in base alla quale dovrebbe nascere l’idea di un’Europa unita come Europa delle Patrie. Il motivo del rifiuto è dovuto al fatto che il concetto di nazione non può applicarsi ad un tipo organico sovranazionale di unità. Cosa del resto intuitiva in quanto non ci si può dire europei replicando il sentimento del proprio essere italiani, francesi o tedeschi. Si tratta di due cose diverse per le quali sono necessarie misure diverse. 

Per Evola la prospettiva nazionalistica corrisponde alla vichiana “boria delle nazioni”, tanto che solo con il superamento del nazionalismo è possibile una vera integrazione. L’idea di nazione, da cui proviene il nazionalismo, è il virus che tutto infetta. Concetti come quelli di società, popolo e appunto nazione rappresentano cadute di livello significative, espressioni di vera e propria decadenza politica. Va da sé che l’idea stessa di Stato-nazione, su cui si è sviluppata l’Europa della modernità, costituisce una contraddizione in termini di cui, prima o poi, rendersi conto: il piano dello Stato, in cui risiedono i concetti di autorità e sovranità, contro il piano della Nazione, che riposa su concezioni naturalistiche e biologiche.

Sul concetto di nazione come inservibile e controproducente alla costruzione dell’unità europea era d’accordo (pur se su basi diverse) anche Severino per il quale l’unità politica dell’Europa non conviene nemmeno all’Europa in quanto il presupposto che la anima (lo stato nazionale come forza politica dominante)  si sta dimostrando fallace proprio nel momento in cui gli stati nazionali stanno diventando stati tecnici. In altre parole, concludeva Severino, la politica in crisi è il seme che genera un frutto già vecchio.

Se questo è vero, cosa rimane fuori da quelle soluzioni? Evola propone una sua idea. Essa però appare talmente debole che nemmeno lui sembra davvero crederci. Da una parte l’idea  di appoggiarsi a grandi famiglie aristocratiche che valessero non solo per il nome ma anche per la loro effettiva capacità di porsi come elementi catalizzatori di un processo politico come quello dell’unità europea. Dall’altra di tenere conto degli uomini “smitizzati”, persone cioè che hanno attraversato tutte le distruzioni della modernità e tali così da aver maturato un realismo capace di condurre ad un’azione pura. Tuttavia quest’ultimi, veri e propri uomini eroici, non sembrano ancora apparsi all’orizzonte, forse perché le distruzioni della modernità non hanno ancora terminato il loro corso. Riguardo ai primi (le famiglie aristocratiche) non si vede come i pochi nomi rimasti in circolazione possano assumere compiti che richiedono una legittimità così impegnativa e su larga scala.

Ecco allora che il vero problema dell’unità europea, riconosce Evola, è la crisi profonda del principio di autorità e dell’idea dello Stato. A tali principi ci si deve rivolgere per tentare di uscire dal vicolo cieco nel quale l’Europa si è cacciata. 

Il liberalismo, radice del totalitarismo, e lo Stato organico
Evola affronta la questione in Gli uomini e le rovine, vero e proprio trattato di filosofia politica pubblicato nel 1953. Per discutere alcune delle tesi che lo contraddistinguono bisogna però inquadrare le premesse, in particolare il riconoscimento che le ideologie moderne, democratiche e liberali in primis, quelle cioè portate dalla Rivoluzione francese, non possono servire allo scopo di edificare un vero Stato.  

Il liberalismo è la radice di tutti i mali. Liberalismo infatti significa individualismo e quindi innaturale quanto contraddittoria vittoria della parte sul tutto. In esso le libertà sono concepite come un gioco meccanico di forze che reagiscono le une sulle altre a seconda dello spazio che riescono a conquistarsi con le loro forze, senza alcuna legge superiore.  La concezione secondo cui dalla lotta degli interessi particolari nascerebbe un equilibrio sociale ed economico soddisfacente (la cosiddetta mano invisibile di Adam Smith) è analoga all’armonia prestabilita di Leibniz, ovvero una vera propria “fisima”.  C’è inoltre da considerare il fatto, continua Evola, che la persona che diventa individuo cessa di avere un suo significato e diventa un numero, una semplice unità del branco che segue alla perdita del principio di autorità. 

Questa riduzione dell’individuo ad atomo, tipico della società moderna a partire da Cartesio, apre le porte allo Stato totalitario. Con tale espressione deve intendersi quello Stato in cui il principio di un’autorità centrale inoppugnabile si sclerotizza e degenera quando esso sia affermato attraverso un sistema che tutto controlla, che tutto irregimenta e in tutto interviene secondo la nota formula “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”. Lo stesso significato ha il concetto di Stato etico, in cui agisce la preoccupazione moraleggiante, tipica della classe borghese, di chi vuole una società ordinata sotto una determinata configurazione di valori. Stato totalitario e stato etico hanno avuto un riferimento ideologico, culturale e filosofico nella figura di Giovanni Gentile il quale, da questo punto di vista, è colui che ha imposto al fascismo i caratteri che poi sono diventati noti.

Per Evola invece lo Stato autentico, lo Stato tradizionale, è lo Stato organico. La sua caratteristica principale è quella di creare un clima generale tale da favorire lo sviluppo delle libertà individuali in un contesto gerarchico. Non quindi un conformismo livellatore, non un clima da caserma, bensì una sorta di “crisma” che favorisce una prospettiva trascendente, ovvero qualcosa dall’alto come base dell’autorità e del comando. In questo Stato vige il governo degli aristocratici che danno vita a delle élites che hanno il compito di governare la cosa pubblica.  Quella di Evola in fondo, sembra essere una concezione di derivazione platonica ben distante da quella totalitaria, che si rivela essere solo un’immagine contraffatta della prima. 

In che modo può servire questa tesi alla costruzione dell’unità europea? A ben poco, se non a nulla. In un tempo in cui l’individuo è sempre più spogliato dei suoi caratteri di persona e sempre più soggetto ai rigori della massa livellatrice e alla schiavitù della tecnica, un compito come quello della costruzione europea, nel quadro di uno Stato organico tradizionale, appare quanto mai utopico.

Riferimenti biografici

— Evola, Julius. 2001. Gli uomini e le rovine e Orientamenti. Roma: Edizioni mediterranee.
— Tocqueville, Alexis. 1981. La Democrazia in America. Torino: UTET.

 

Insegnante con dottorato di ricerca in Filosofia. Vive e lavora a Nocera Umbra, autore del podcast che prende il nome dal suo motto: Hic Rhodus Hic salta.

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