Oriente e Occidente, una relazione da ripensare

Quello dei rapporti tra pensiero orientale e pensiero occidentale è un tema diventato sempre più oggetto di attenzione. Basta entrare in una qualsiasi libreria per accorgersene, dove i libri che trattano questioni di filosofia o di spiritualità orientale, un tempo relegati in spazi angusti e nascosti, ora sono collocati accanto ai testi del pensiero filosofico occidentale. 

Si tratta di un fenomeno che segue la grande contaminazione socio culturale degli ultimi cinquant’anni,  giunta dopo  un rapporto antichissimo che ha conosciuto nel tempo alti e bassi, anche a seconda degli aspetti politici implicati. In questo senso, l’immagine dell’oriente (che si arricchisce anche con vari festival in giro per il nostro Paese) rischia però di essere alterata e banalizzata con un vago esotismo  che promette il raggiungimento di uno stato spirituale in realtà del tutto confuso. Peggio ancora hanno fatto quelle dottrine che, sotto l’apparente rivestimento orientale, contengono categorie tipicamente occidentali (come ad esempio la teosofia). Continue Reading

Uno sguardo eretico su Merleau-Ponty

Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, uscito nel 2024 per la collana «Eredi« di Feltrinelli (Taddio 2024), è l’ultimo libro di Luca Taddio, professore associato presso l’Università di Udine: un testo introduttivo – ma non divulgativo – al pensiero del fenomenologo francese e della panoramica dei suoi molteplici campi di indagine. In questo studio, Taddio si impegna a ripercorrere per intero gli snodi concettuali del pensiero di Merleau-Ponty a partire dalla prima apparizione de La struttura del comportamento, titolo risalente al 1938, sino a Il visibile e l’invisibile, l’ultima opera rimasta purtroppo incompiuta e che sarebbe stata edita in Francia solo nel 1964, vale a dire a tre anni dopo la prematura scomparsa del filosofo. Per Taddio si tratta del coronamento di una riflessione ventennale sul pensiero fenomenologico, dalle sue origini sino ai suoi approdi più originali e forse insperati, come del resto attesta l’ampiezza della sua odierna produzione scientifica.

Il libro di Taddio si inserisce in un filone interpretativo di per sé vasto all’interno del nostro paese, che da sempre ha riconosciuto una particolare attenzione, quando non favore, all’opera di Merleau-Ponty; questo almeno a partire dalla mediazione apportata da Enzo Paci negli anni Cinquanta, pioniere italiano del movimento fenomenologico di seconda generazione. Da allora numerosi interpreti e filosofi italiani hanno infatti dedicato a Merleau-Ponty una lettura attenta, uno sguardo interessato, un momento di riflessione quasi mai occasionale. Su tutti, mi piace ricordare il testo di Luca Vanzago, Merleau-Ponty che usciva per Carocci nel 2012, e del quale il lavoro di Taddio si pone in proficua scia concettuale (Vanzago 2012). L’apparire del senso non propone però, in questo caso e in primo piano, una ricostruzione storica del percorso intellettuale di Merleau-Ponty – nonché della sua trasformazione da fenomenologia della percezione a ontologia della carne – ma predilige un approccio più diretto e puntuale alle questioni teoriche che via via si propone di affrontare, di risolvere, o di mostrare al pubblico contemporaneo secondo una nuova luce. L’originalità del testo sta proprio in questa particolare scelta stilistica e ermeneutica, molto apprezzabile, che fa rivivere le classiche questioni merleau-pontyane nel confronto con le sfide o gli interrogativi più cogenti del nostro tempo, appoggiandosi con competenza a quesiti di filosofia della scienza o della tecnologia più attuale e stringente. Si tratta di un approccio già perseguito da Etienne Bimbenet, in Francia, e che ha consentito di riproporre quando non introdurre alcuni tratti del pensiero merleau-pontyano nel dibattito scientifico contemporaneo, e di farlo con coerenza (cosa affatto scontata). Anche Taddio dà così nuova linfa al testo di Merleau-Ponty attestandone il carattere di fondamentale apertura e di sempre rinnovata interrogazione, all’interno e oltre gli stilemi interpretativi del suo tempo e del nostro presente.

Merleau-Ponty fu lettore di Husserl, nonché commentatore attento e interessato degli esperimenti condotti dalla psicologia della Gestalt dei primi decenni del Novecento, delle considerazioni della biologia evoluzionistica, ma anche, più prosaicamente, amante del teatro e della letteratura, come l’amico-nemico Jean-Paul Sartre. La poliedricità dei suoi interessi traspare pienamente nei suoi lavori, nei riferimenti che li impreziosiscono, e negli intenti che li ispirano. La sua fenomenologia sperimentale insegna, infatti, ad «accogliere i fenomeni nella loro complessità» (Taddio 2024, 18), naturale e primitiva, senza ridurre questi portati alle prerogative della soggettività costituente, come invece prefiggeva l’idealismo trascendentale di Husserl e di maggiore ispirazione neo-kantiana. Ecco che allora lo spazio, ma soprattutto il tempo, diviene la coordinata principe per cogliere quel farsi struttura di soggetto ed oggetto, dell’apparire in rilievo delle figure che rimangono sullo sfondo percettivo e, finalmente, per abbracciare genuinamente quella dimensione estetica e pienamente sistematica che già da sempre intratteniamo nella relazione con gli altri soggetti e con le cose che ci circondano, e sulle quali non deteniamo mai una presa assoluta, come chiarisce altresì il misterioso concetto di «carne» (Taddio 2024, 87), e di chiasmo, ne Il visibile e l’invisibile. Al contrario, come dimostra il caso della pittura nel pensiero di Merleau-Ponty e che Taddio ha il merito di riprendere e sottolineare con pregnanza in questo testo, le cose e il loro significato si disvelano esattamente nel processo del loro divenire tali, anche considerando, forse paradossalmente, il carattere a tratti contraddittorio di quest’esperienza di nascita costante e imperitura del senso, per come essa prende corpo della prassi percettiva e espressiva, nel caso della produzione artistica che si dipana «in una sola realtà» (Taddio 2024, 15), sebbene secondo gradi di approfondimento differenti.

L’esperienza è proprio il nome di questo curioso concorso, vale a dire di questo mutuale rapporto genetico-costitutivo tra noi e le cose, l’istituzione, come dirà Merleau-Ponty in un corso universitario del 1954, di questa strada non tracciata o pretracciata sulla quale tutti noi camminiamo, un cammino avventuroso che non prevede né fine né un vero e proprio inizio al suo corso, ma solo una «virtualità» (Taddio 2024, 94) che non può cessare di comunicarsi e propagarsi nella storia dell’uomo. All’interno di questo campo, trascendentale, di divenire – e che non disprezza nemmeno accenni deleuziani, nella lettura di Taddio, con e oltre la fenomenologia e la sua «grammatica« (Taddio 2024, 92) – la «stabilità» (Taddio 2024, 36) offerta dalla percezione è sempre provvisoria, l’equilibrio e la sua ricerca sempre differiti nello «spessore» (Taddio 2024, 139) di un presente, come rimarca l’autore in uno dei capitoli più riusciti di quest’opera, a proposito della temporalità. Proprio quest’ultima prevede costitutivi e propositivi sconfinamenti di senso, sia verso il futuro della proiezione che, stranamente, verso la misteriosa e più recondita profondità del passato, e quindi della ritenzione, come del resto insegna la lezione di Proust, e che Merleau-Ponty recupera soprattutto nei corsi universitari dedicati a Il problema della parola (2020), nonché al già citato ciclo su Istituzione e passività (2023).

Ritengo che al lavoro di Taddio vada riconosciuto il merito di aver fatto proprio uno stile eretico, come altresì suggerisce proprio il titolo di un suo saggio, apparso nel 2004 (Taddio 2004), ovvero di aver scelto di lasciare andare alla deriva e quindi sconfinare, appunto, una prospettiva interpretativa e di significato che prima non c’era, o perlomeno che non era ancora presente con questa pregnanza all’interno del contesto offerto dalla già di per sé vasta letteratura secondaria merleau-pontyana in Italia. Per queste ragioni, penso che questo libro possa altresì aprire a proficue interrelazioni e ibridazioni di senso con altre branche della filosofia contemporanea e, perché no, anche della scienza più esatta o dura, come lo stesso Merleau-Ponty avrebbe auspicato a suo tempo, in virtù dell’ampia gamma di riferimenti che la sua opera prende in considerazione.

 

Bibliografia

  • Merleau-Ponty, Maurice. 2020. Le problème de la parole. Cours au Collège de France. Notes, 1953-1954. Genève: MetisPresses.
  • Merleau-Ponty, Maurice. 2023. L’istituzione, la passività. Corso al Collège de France (1954-1955). Prefazione di Claude Lefort. (Edizione italiana a cura di Giovanni Fava e Riccardo Valenti) Milano-Udine: Mimesis.
  • Taddio, Luca. 2004. Fenomenologia eretica. Saggio sull’esperienza immediata della cosa. Milano-Udine: Mimesis
  • Taddio, Luca. 2024. Maurice Merleau-Ponty. L’apparire del senso, Milano: Feltrinelli.
  • Vanzago, Luca. 2012. Merleau-Ponty, Roma: Carocci.

Foto di Art Institute of Chicago su Unsplash

Rovesciare lo schema: Processo e realtà di Alfred N. Whitehead (I)

Con questo articolo intendo avviare una serie di contributi che ci porteranno ad esplorare, in maniera quanto più possibile analitica e tuttavia fruibile, l’opus magnum di uno dei maggiori filosofi del Novecento occidentale: Processo e realtà di Alfred North Whitehead. Quest’opera, infatti, rappresenta il maggiore contributo filosofico del pensatore inglese che nelle sue oltre cinquecento pagine condensa e rimodella tutto quanto avesse in precedenza scritto. In Processo e realtà emerge senza dubbio l’anima metafisica di Whitehead, ma traspare evidentemente anche il suo retroterra matematico e scientifico. Prima però di inoltrarci nei temi dell’opera è bene conoscerne un po’ la genesi, la struttura e – credo – sia opportuno indicare la postura con la quale leggeremo Processo e realtà e quindi il ruolo che Whitehead immagino debba ricoprire all’interno di un discorso storico-filosofico completo. Continue Reading

Rivelazione e toglimento nell’Uno (V)

L’inevitabile traduzione del fondamento nel discorso – o, per dirla in termini biblici, la rivelazione di Dio –, di cui parlavamo nello scorso articolo, non può non richiamare alla mente il tema plotiniano dell’emanazione.

Anche l’emanazione è un modo figurato per esprimere la relazione tra l’Uno e le ipostasi che si intende derivino da esso. È, insomma, il gran problema della deductio dal fondamento, il quale, per essere effettivo fondamento, non può non essere l’Uno e, dunque, non può non escludere la relazione che immane alla deductio.

Il νοῦς è bensì prodotto per emanazione dall’Uno, ma nell’intenzione di Plotino esso non è altro dall’Uno, essendo altro solo nell’Uno, il quale contiene e risolve in sé l’alterità (Cfr. Peroli, 2003).

La dualità appare, quindi, allorché ci si colloca dal punto di vista delle ipostasi, così che del νοῦς si coglie solo l’aspetto del suo ipostatizzarsi, aspetto che lo riduce a “pensiero discorsivo”. Continue Reading

L’ordine della sostanza e l’ordine delle relazione (III)

La nostra ipotesi ermeneutica è che, per intendere il senso della coesistenza dell’Unità e della Trinità, non si possa non fare ricorso alla distinzione di innegabile e inevitabile, ossia si debba introdurre una doppia prospettiva: la prospettiva dell’assoluto, che è una prospettiva “ideale” o “intenzionale”, e la prospettiva di chi si pone nell’universo in cui vige la finitezza (la prospettiva del relativo o “fattuale”). L’ipotesi della “doppia prospettiva” trova espressione anche in Agostino e precisamente nella forma della differenza tra il punto di vista della «sostanza» e quello della «relazione».

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Filosofia, cura e correzione cognitiva a partire da Emanuele Severino

Life is a tragedy when seen in close-up, 
But a comedy in long-shot

C. Chaplin

Le prime pagine di Severino
Nel primo volume dedicato alla storia della filosofia, La filosofia antica e medievale, specificatamente nel primo capitolo (Severino 2010), Emanuele Severino conduce un’analisi delle origini della filosofia, sottolineandone la natura ‘liberatrice’. Il paragrafo intitolato “La filosofia e il dolore” (Ivi, 38-42) sottolinea l’interpretazione severiniana della filosofia nel suo doppio valore ontologico ed esistenziale. La filosofia dai Greci al nostro tempo rappresenta un’opera di storia della filosofia che, tuttavia, porta con sé un’interpretazione ontologica che qui analizziamo mettendone in risalto il rapporto tra il soggetto in termini esistenziali e l’oggetto-verità. Questa lettura modifica strutturalmente la relazione che intercorre fra i due, offrendo una prospettiva sull’ontologia aperta al misticismo o, meglio, alla spiritualità come cura di sé passando dal rapporto con la realtà esterna e con la sua rappresentazione. Un approccio che avvicina ancora di più la lettura di quelle prime pagine di Severino all’interpretazione di Pierre Hadot e dei suoi “esercizi spirituali” (Hadot 2005). Continue Reading

Se la medicalizzazione è sovrastruttura

L’esperienza dei pazienti è fondamentale per la conoscenza psichiatrica. Tuttavia, l’incorporazione della norma biologica che porta con sé la medicalizzazione comporta il rischio che i soggetti riproducano inavvertitamente le strutture di dominio del pensiero medicalizzato. In questo articolo tenterò di far dialogare Foucault con l’epistemologia dei punti di vista di Nancy Hartsock, che, se integrata con la visione focaultiana della medicalizzazione, potrebbe rivelarsi interessante per formulare un’epistemologia in grado di riconoscere il giusto ruolo alla conoscenza situata degli psichiatrizzati. Continue Reading

Quando la sostanza diventa persona (II)

Dicevamo, nello scorso articolo, che lo Spirito è la relazione che unifica Dio e Cristo, così che vale come medio tra di essi. Lo spirito, così inteso, non è l’atto in virtù del quale il “tre” si toglie nell’“uno”, ma vale come il quid medium, cioè come ciò che sancisce, ossia che pone, la trinità, dunque la molteplicità. Si potrebbe dire in questo modo, per specificare meglio e anticipare il senso della nostra argomentazione: l’Uno è diventato Tre, ma il Tre non si sostituisce all’Uno, perché dal punto di vista della sostanza – l’innegabile – la realtà permane, in verità, una e unica. Ci sembra quanto mai interessante rilevare come il Dogma Trinitario sia stato espresso, per la prima volta, da Tertulliano nella formula “una substantia, tres personae”. Continue Reading

“Come un serpente muta la pelle”. Il metabolismo mythos-logos tra Derrida e Panikkar

Mythos e logos: oltre l’opposizione
In un comune presupposto mythos e logos sembrano essere nettamente distinti, due termini quasi agli antipodi. Per quanto entrambi appartengano al campo semantico del discorso e di un certo modo retorico, vengono tendenzialmente definiti come due termini opposti: il mythos sarebbe un racconto favolistico, leggendario-religioso, racchiuso in un gruppo di appartenenza che ne fa la propria vicenda fondatrice; d’altra parte, il logos sarebbe il discorso razionale per eccellenza, ciò che distingue il vero dal falso e che è in grado – elevato a mezzo filosofico – di puntare all’universale, indipendentemente dai tribalismi. Sembra che la filosofia e le scienze positive inizino nel momento in cui si distaccano dal mythos, germogliando nel differenziale aperto da questa forma narrativa che non concede alcuna conoscenza certa sul mondo che ci circonda. Continue Reading