L’origine editoriale del termine metafisica (metà tà physiká, ovvero i libri di Aristotele che si trovavano dopo la Fisica) rappresenta da sempre anche una sfumatura che caratterizza e identifica quest’area di interesse della filosofia. Eppure, al giorno d’oggi, la metafisica non gode affatto di una stima nel discorso filosofico e sembra essere invisa ai più e dimenticata: nelle università, ad esempio, non ci sono cattedre di metafisica e pochissimi corsi la riguardano esplicitamente, se non nelle facoltà teologiche (e questo ci dice molto). La metafisica ha acquisito una certa familiarità con la mistica, con qualcosa di esoterico e che esce dal perimetro del discorso filosofico e, così facendo, essa si è eclissata, fin quasi a diventare qualcosa di laterale e indicibile. La metafisica è dunque nascosta, de-valorizzata, ritenuta una riflessione più vicina alla fede, ammantata di una certa oscurità. Continue Reading
E vissero infelici e scontenti!
In questo articolo proverò ad analizzare in che modo la rappresentazione del male commesso da parte di un personaggio finzionale possa esercitare un influsso etico sullo spettatore di un film. L’approccio metodologico che intendo utilizzare è dunque quello dell’etica narrativa, ossia del modo in cui le narrazioni di storie possono avere un impatto sulla costruzione dell’identità morale della soggettività (cfr. Mori 2010, 53-55).
Il realismo metafisico in Italia (VI)
Anche in Italia si registra un significativo ritorno delle tesi realiste, che si contrappongono al relativismo e al costruttivismo che hanno caratterizzato la fine del secolo scorso.
Il realismo viene significativamente riproposto da parte di filosofi di area cattolica, da filosofi della scienza, ma anche da filosofi di area analitica e post-analitica, cioè tanto da filosofi del linguaggio quanto da filosofi della mente.
La Filosofia della mente viene considerata il fronte più avanzato della odierna ricerca filosofica, che, dopo avere affermato la centralità del linguaggio, è passata a valorizzare il ruolo che hanno le funzioni psichiche – a cominciare dalla percezione – nel processo del conoscere. Di essa ci siamo già occupati in saggi precedenti, ai quali rinviamo, e torneremo ad occuparci. Qui, invece, daremo delle brevi indicazioni sulla concezione realista che emerge da altri ambiti, proprio per cercare di completare il quadro.
La Filosofia come continua ricerca del fondamento
Come alcuni ebbero a notare, la filosofia nasce grande. Quasi subito emerge il nocciolo problematico che resterà il cuore pulsante di tutta la ricerca a venire: l’identità essere e pensiero. Le parole con cui questo “cuore teoretico” appare nella coscienza greca sono famose, le dice Parmenide. «È infatti la stessa cosa pensare ed essere». Questa identità, che Parmenide chiama semplicemente essere, è la definizione nominale della verità; ed è ciò che in altri sistemi di riferimenti troviamo con parole come “assoluto”, “fondamento”, “Dio”.
Poco dopo Parmenide dice anche: «Composero infatti i mortali le loro opinioni nel nominare due forme, senza credere necessaria la loro unità». Dopo aver nominato la verità, indicandola nell’identità di essere e pensiero, Parmenide introduce la negazione stessa della verità, la dòxa, l’opinione che i mortali si formano. L’opinione dei mortali è la negazione della verità in quanto non vede la necessità dell’unità di pensiero ed essere, ma crede piuttosto nella loro separatezza, e vive in questa opinione separante l’identità. In queste due frasi fondamentali di Parmenide si concentra tutto il senso della storia della filosofia, fino ad oggi. Il non intendere l’identità essere-pensiero, che Parmenide invece garantisce come verità assoluta, anzi, la Dea stessa garantisce, conduce il mortale, cioè l’uomo, a pensare essere e pensiero separati, e considerare come compito fondamentale per se stesso una loro unificazione attraverso l’istituzione di una relazione. Ma il tema della relazione fra essere e pensiero, nel momento stesso in cui è posto nei termini suddetti, cioè quando viene inteso appunto come “relazione”, è già avviato a conclusioni necessariamente aporetiche. Infatti, quando si dice relazione, si dice separazione e unificazione. Se pensiero ed essere sono in relazione, e se questa relazione è fondamentale per entrambi, ché altrimenti se fosse estrinseca il problema si sposterebbe sul fondamento esterno della relazione, ovvero su un qualcosa che fonda la relazione essere e pensiero senza essere né essere né pensiero – se appunto la relazione di cui si tratta è essenziale, diventa impossibile pensare i termini separati. Se essere e pensiero fossero separabili, se ci fosse anche solo un punto in cui sono separati, non lo potremmo mai sapere: è il pensiero che sa, come potrebbe mai sapere l’essere laddove esso è separato dal pensiero stesso? È il pensiero che sa: ma se il pensiero è separato dall’essere vuol dire che non è, e quindi un non essere non sa. E ugualmente, se ci fosse un essere distaccato dal pensare, questo essere stesso non saprebbe di essere, e quindi non sarebbe per alcunché, tanto meno per se stesso.
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Le due montagne e l’estetica del paesaggio
Henri Maldiney (1912-2013) è stato uno tra i maggiori rappresentanti della corrente fenomenologica in Francia. In linea con gli aspetti più innovativi di questo movimento, volto alla rettifica della teoria della percezione da possibili pregiudizi idealistici, qui mi concentrerò su alcuni dei caratteri più originali della sua teoria estetica. In particolare, lo farò sulle descrizioni di Maldiney offerte allo studio del paesaggio nel quale il soggetto della sua fenomenologia può trovarsi calato. Ritengo che ciò si renda rilevante perché il filosofo francese ha dedicato alcuni saggi all’apprezzamento del senso di spaesamento e vertigine che l’osservatore può sperimentare al cospetto di luoghi maestosi. Ciò rappresenta, inoltre, un elemento di novità rispetto ai lavori dei pensatori del suo tempo. Continue Reading
Cervelli rigidi: spazio a misura di IA e riduzione della complessità
L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (IA) nelle diverse dimensioni della vita ha già avuto un impatto profondo sul modo in cui il soggetto si relaziona con l’ambiente, nonché il senso stesso della soggettività. Il mutamento dello status ontologico è triplice: il soggetto, l’oggetto e la relazione che intercorre fra i due. L’identità, nell’era dell’on-life (Floridi, 2017), è divisa fra lo spazio del virtuale e lo spazio fisico. Le nuove generazioni condividono questa strutturale scissione fra uno spazio fisico e lo spazio virtuale che si fa sempre più ampio, de-corporizzato, de-storicizzato ma non meno reale.
Il realismo metafisico contemporaneo (V)
Il discorso svolto negli articoli precedenti impone che si prenda in esame il dibattito contemporaneo che si è sviluppato tra “realisti” e “antirealisti”.
Ebbene, tale dibattito concerne, in estrema sintesi, l’indipendenza o meno della cosa reale, ossia il senso della realtà oggettiva.
Il realismo metafisico (RM) sostiene che la cosa reale è la cosa ordinaria, ossia la cosa che fa parte dell’universo sensibile: essa, infatti, ancorché inscritta nella trama di riferimenti con le altre cose, non di meno esiste in sé e di per sé. Proprio per questo suo esistere autonomo e indipendente, essa – dicono i realisti – può venire rilevata.
L’antirealista dubita, invece, che la cosa ordinaria sia veramente indipendente e sostiene che essa dipende, se non altro, dal sistema che consente di rilevarla e dal sistema all’interno del quale essa si colloca, facendone parte. L’antirealista comunque nega che la cosa reale, se veramente indipendente, possa venire conosciuta nel suo essere indipendente.
L’antirealista, insomma, sostiene che, proprio per la ragione che la realtà oggettiva non può non essere veramente autonoma e autosufficiente, ossia assolutamente indipendente da ogni altro da sé, nessuna determinazione (cosa ordinaria) può venire considerata come “cosa reale”, ossia come “realtà oggettiva”.
I selvaggi dell’intelligenza artificiale
«Quando filosofiamo siamo come selvaggi, come uomini primitivi che ascoltano il modo di esprimersi di uomini civilizzati, lo fraintendono e traggono le più strane esperienze dalle loro erronee interpretazioni».
Questa curiosa quanto pungente metafora di Wittgenstein è riferita al funzionamento di una qualunque macchina o strumento automatico che non conosciamo. Sappiamo cosa accade in simili casi: scrutiamo il dispositivo dall’alto in basso, da destra a sinistra, ne indaghiamo i più piccoli dettagli, formuliamo ipotesi, ne immaginiamo i movimenti. «La macchina sembra già avere in sé il suo modo di funzionare. (…) Usiamo la macchina o l’immagine di una macchina, come simbolo di un determinato modo di funzionare». Continue Reading