Se la medicalizzazione è sovrastruttura

L’esperienza dei pazienti è fondamentale per la conoscenza psichiatrica. Tuttavia, l’incorporazione della norma biologica che porta con sé la medicalizzazione comporta il rischio che i soggetti riproducano inavvertitamente le strutture di dominio del pensiero medicalizzato. In questo articolo tenterò di far dialogare Foucault con l’epistemologia dei punti di vista di Nancy Hartsock, che, se integrata con la visione focaultiana della medicalizzazione, potrebbe rivelarsi interessante per formulare un’epistemologia in grado di riconoscere il giusto ruolo alla conoscenza situata degli psichiatrizzati.

1.– Prendere parola
Una delle questioni più spinose che incontra la presa di parola da parte di una comunità minoritaria è senz’altro il rischio di reiterare inavvertitamente le categorie, i modi di pensare e pregiudizi che vorrebbe scardinare. Il dibattito è delicato: il rischio della presunzione paternalistica è dietro l’angolo, eppure la questione è tanto cogente da richiedere ogni cautela teorica. Questione a un tempo etica e politica, ma anche, e in modo centrale, epistemologica, perché concerne l’annosa domanda sulla conoscenza in prima persona, la sua posizione nel metodo scientifico e i modi di validazione e produzione della conoscenza.

Negli ultimi trent’anni stiamo assistendo a un generale movimento verso la presa di parola delle minoranze sociali. La richiesta di inclusione e di partecipazione ai tavoli di creazione di conoscenza proviene da diverse comunità accomunate da uno stato di discriminazione sociale: le donne, le persone disabili, la comunità LGBTQI, per dirne solo alcune. Meno conosciuti, ma altrettanto importanti, sono i movimenti per la presa di parola delle persone psichiatrizzate. Per persone psichiatrizzate, [ing. psychiatrized], s’intendono tutte quelle persone che hanno ricevuto trattamenti, diagnosi e cure psicologiche e psichiatriche (Menzies et. Al 2014). Alcuni di questi movimenti propongono modalità di cura alternative pensate e formulate dai componenti della comunità, come l’Icarus Project o l’Hearing Voices Movement, entrambe fondate da persone con diagnosi di schizofrenia. Altri movimenti si pongono sul versante della riflessione teorica e si stanno facendo strada in ambito accademico, come i Mad Studies. Attivo sia sul versante accademico che politico è il Neurodiversity Movement, a cui si deve l’attenzione e lo studio rivolti al paradigma della neurodiversità, con particolare riferimento alle persone con sindrome dello spettro autistico (Milton 2014). Che la conoscenza psichiatrica non potesse che giovare dell’intervento della conoscenza situata dei “pazienti” sappiamo essere stato sostenuto con forza anche dal movimento antipsichiatrico, in particolare, secondo Franco Basaglia, il modo in cui la conoscenza psichiatrica è organizzata, istituzionalizzata e gerarchizzata fa sì che il rapporto psichiatra-paziente sia sempre subordinato all’epistemologia della psichiatria da una parte, e al modo in cui questa diviene istituzione dall’altra (Basaglia 1997). Dall’impossibilità di questa relazione –e dall’occultamento di tale impossibilità –nasce la necessità di ripensare la psichiatria in modo radicale, mettendo al centro del ripensamento la parola delle persone psichiatrizzate.

La creazione di conoscenza, la sua legittimazione e validazione coinvolgono processi articolati che finiscono per avere ricadute sociali e politiche fondamentali per le fasce di popolazione meno rappresentate. La complessità di questo lavoro non è sfuggita alle filosofe femministe, che hanno da subito compreso come mettere in negoziazione la conoscenza situata delle donne con l’epistemologia scientifica tradizionale non fosse un compito semplice né scevro da rischi. Non si può che parlare a partire dalla delicata intersezione tra esperienze vissute, norme sociali più o meno interiorizzate e griglie di legittimazione dei discorsi già esistenti; nondimeno, il rischio che la produzione di conoscenza di donne soggettivatesi all’interno della cultura maschiocentrica riproducesse le categorie che tentava di scardinare era, ed è, una preoccupazione centrale. D’altro canto è un rischio che il movimento non può che assumersi. Rischio che corrono, consapevoli, anche i movimenti delle persone psichiatrizzate: in che modo usare la propria esperienza di dolore e disagio mentale senza plasmarla attraverso le griglie concettuali della psichiatria, senza usare il suo vocabolario, i suoi valori, i suoi pregiudizi, cosa tenere, cosa modificare, cosa eliminare? Quale epistemologia per una psichiatria degli psichiatrizzati?

In questo saggio esaminerò la complessità di queste domande concentrandomi sul rischio di riprodurre le meccaniche di subordinazione, presentando come il pensiero femminista di Nancy Hartsock, e in particolare come la sua standpoint theory affronta questo aspetto. Hartsock propone un’epistemologia dei punti di vista che de-essenzializza la provenienza della conoscenza situata fondando la creazione del sapere sulla condivisione di un progetto emancipatorio, che mira alla formazione di saperi più veri e criticamente più giusti. Questo approccio è particolarmente adatto per la psichiatria, poiché evita di fondare la presa di parola sulle categorie diagnostiche e sulla reificazione del disagio psichico. Sosterrò infine che la teoria del potere di Foucault, soprattutto per quanto riguarda la pervasività soggettivante della medicalizzazione, sia un complemento necessario per applicare la standpoint theory di Hartsock ai saperi psichiatrici.

2.– Dare un nome al mondo per la prima volta
Vogliono essere chiamati mad, autistici, hearers of voices: i movimenti delle persone psichiatrizzate, diversi sia per obiettivi che per approcci, hanno una lunga storia che solo recentemente sta emergendo al fianco di quelle ben più conosciute dell’antipsichiatria e della psicologia critica. Il momento in cui si creano le condizioni per una condivisione di ampio respiro delle esperienze e la messa a punto degli obiettivi comuni arriva, come è stato per molti altri movimenti, con la nascita e diffusione della rete negli anni Novanta: tramite i blog, i forum e le newsletter, che connettono persone geograficamente distanti accomunate da esperienze simili di psichiatrizzazione: ricoveri, diagnosi più o meno gravi, esperienze di isolamento sociale e affettivo. È un momento di presa di coscienza collettiva, analoga a quella che avvenne nell’esercizio di condivisione che i gruppi di autocoscienza femminista misero in atto negli anni Settanta. Nondimeno, proprio come si resero conto le femministe delle prima ondata, la neonata coscienza collettiva si deve misurare con due consapevolezze interconnesse: quella che la subordinazione non origina dalle politiche discriminatorie, ma che queste sono solo la punta dell’iceberg di una Weltanschauung che infiltra il proprio sistema di valori entro le più intime pieghe del vivere quotidiano, coinvolgendo tutti i processi attraverso i quali la conoscenza sul proprio conto viene ricercata, validata e diffusa. In altre parole, anche gli psichiatrizzati, rendendosi conto che la propria parola non aveva diritto di cittadinanza nel metodo scientifico che fonda il sapere psichiatrico, si trovano a interrogarsi sul ruolo che la propria conoscenza situata può e deve avere nel sapere tradizionale.

La controversia tra la conoscenza situata e l’epistemologia scientifica tradizionale non origina in seno alla psichiatria, anzi è un dibattito che si diffonde dalla critica postcoloniale e femminista degli anni Settanta. Frantz Fanon scrive Les Damnés de la terre nel 1962, ed Edward Said pubblica Orientalism nel 1978, due testi seminali che marcheranno una ferita nel cuore dell’idea di razionalità occidentale ancora oggi difficile da considerare in tutte le sue implicazioni. Gli studi postcoloniali portano alla luce i presupposti etnocentrici in seno alla conoscenza occidentale, il razzismo che informa inconsapevolmente le metodologie di ricerca, tale ferita epistemologica non verrà che acuita dall’emergere degli studi di epistemologia sociale femminista, che negli anni Ottanta vedrà le importanti pubblicazioni di Lorrain Code, di Sandra Harding e di Nancy Harstock. Non solo nei suoi assunti etnocentrici, il metodo scientifico viene decostruito anche nei suoi pregiudizi di genere: dagli anni Settanta a oggi ogni ambito disciplinare – soprattutto quelli della biomedicina e delle scienze umane – è stato obbligato a fare i conti con la scoperta della non neutralità del proprio sguardo. Scoperta mai del tutto interiorizzata, quella della «hybris del punto zero», che lo studioso Castro Gomez definisce come la possibilità – storicamente arrogatosi l’occidente – di «dare un nome al mondo per la prima volta» (Castro Gomez 2005, 22).

3.– La terra intera è il nostro ospedale
Proprio perché chi ha l’autorità epistemica può dare un nome al mondo per la prima volta, ecco che gli psichiatrizzati sono stati denominati malati mentali, schizofrenici, isteriche, ossessivi compulsivi: un nome a cui corrisponde un corredo di caratteristiche, di possibilità, di capacità e di destini. Lo psichiatrizzato è tale perché un corpus di conoscenza validato attraverso una delle istituzioni accademiche e burocratiche più pervasive della nostra società, è stato concepito, misurato, e creato. Nello sviluppo di questa conoscenza, il ruolo dello psichiatrizzato è quello dell’ oggetto di studio, la sua esperienza è prova scientifica, self-report, dato. L’epistemologia tradizionale fatica a trovare uno spazio diverso per lo psichiatrizzato, manifestazione dell’indefinito, di quel territorio che le scienze tradizionali non hanno mai saputo navigare: l’emotivo, l’eccedenza dalla ragione, il corpo vissuto. Sappiamo attraverso quanti approcci e tentativi teorici più o meno riusciti, la psicologia e la psichiatria hanno cercato di decrittare il dolore umano, ma in tutti i casi, il ruolo epistemico dello psichiatrizzato è rimasto passivo, divenendo inoltre, con la crescita delle neuroscienze e della neuropsicologia, sempre più parcellizzato attraverso il suo cervello, le sue sinapsi e recettori.

Negli ultimi anni i gruppi di ricerca hanno mostrato maggiore apertura rispetto alla richiesta degli psichiatrizzati di partecipare attivamente alla formazione della conoscenza sulla propria condizione. Tuttavia, questa ibridazione della ricerca intacca solo alcuni ingranaggi superficiali del meccanismo ben più complesso della creazione di conoscenza e la sua diffusione nelle pratiche e nel senso comune. Gli psichiatrizzati, a ben vedere, non hanno necessariamente un’idea più chiara di altri rispetto a come la propria esperienza debba venire introdotta nel metodo di ricerca. (Voronka, 2016). L’epistemologia situata non fa parte del nostro modo di fare conoscenza, neanche in un campo di sapere in cui sembra fondamentale come la psichiatria. In più, le persone psichiatrizzate sono nate, cresciute, sono divenute tali all’interno della stessa cultura medicalizzata nel quale cresciamo tutti. Allora non stupisce che, anche nelle proprie pratiche emancipatorie, utilizzino lo stesso vocabolario della biomedicina, talvolta essenzializzando la natura “cerebrale” della propria condizione, o reificando, in modo talvolta più profondo rispetto alla stessa psichiatria, le categorie diagnostiche sulle quali tali gruppi hanno fondato la propria presa di coscienza collettiva. In definitiva, che riproducano categorie che sono state parte – spesso strutturale – della macchina di subordinazione che cercano di smontare.

Foucault ha sostenuto come, in effetti, la medicalizzazione della malattia mentale sia un fenomeno ben più pervasivo di quello che era stata la segregazione messa in atto fino al XVI secolo, che interessava i soggetti solo dal momento in cui questi uscivano dal dominio della ragione per entrare in quello della follia. Nella medicalizzazione, espressione del biopotere, al contrario, dimoriamo tutti. Non vi è aspetto del vivere, del volere e del soffrire che oggi non venga espresso in termini biomedici o psicologici. Moltissimi studi sono stati fatti su questo fenomeno, che Peter Conrad (2007, 4) definisce, forse un po’ riduttivamente, come «un processo attraverso il quale problemi non medici vengono definiti e trattati come problemi medici, di solito in termini di malattie e disturbi». Il sociologo foucaultiano Nikolas Rose sostiene che lo sguardo medico ha influenzato capillarmente le pratiche del vivere di quotidiano, installandovi un governo di sé e dell’anima che si esprime totalmente attraverso la grammatica della psichiatria e della neuropsicologia. Il mutamento del linguaggio quotidiano, la massificazione della terminologia psicologica, i test diagnostici da fare in pochi minuti su Internet, il modo stesso in cui pensiamo la devianza, il male, la politica, ciò che ci accade, tutto è sottomesso al modo di pensare, separare i concetti, normare il giusto e lo sbagliato, il sano e il malato, della cultura psichiatrica. Non c’è manifestazione, comportamento o errore umano che non siamo pronti a pensare attraverso il vocabolario della malattia mentale: la tristezza è depressione, la paura diviene ansia, la salute mentale mito collettivo. Come scriveva Thomas Stearns Eliot (2022), «la terra intera è il nostro ospedale».

4.– Se la medicalizzazione è sovrastruttura
La costruzione del sapere psichiatrico non è qualcosa che interessa solo psichiatrizzati ed esperti, è anche, e in modo fondamentale, la produzione di modi di vivere, di discipline e di soggetti. In quanto forme di vita intrinsecamente medicalizzate, il sapere medico è parte della nostra coscienza. In parte questo è inevitabile: non esiste un sostrato di autenticità primigenia – quindi neanche un sapere – a cui tornare. Viviamo e veniamo plasmati dalle condizioni materiali e simboliche delle società in cui viviamo, una società in cui il sapere medico è un expertise che descrive le forme di vita nel momento stesso in cui dà loro forma, in modo non diverso da altri domini di sapere. Ecco perché monitorare i processi di produzione della conoscenza si rivela, come indicano gli studi postcoloniali e femministi sin dai propri inizi, un esercizio fondamentale.

In The Feminist Standpoint: Developing the ground for a Specifically Feminist Historical Materialism, pubblicato da Nancy Hartsock nel 1983, la filosofa riprende la diade marxiana struttura/sovrastruttura e la applica – non senza qualche puntualizzazione – all’epistemologia femminista. Le donne, come i proletari, si troverebbero secondo la filosofa in una posizione epistemica peculiare, conoscendo l’oppressione che subiscono in prima persona. Attraverso questo sapere spesso implicito e incorporato, possono accedere alla conoscenza del livello della ‘struttura’, ovvero ciò che giace al di sotto della naturalizzazione dell’oppressione, quella che Marx chiama sovrastruttura. In altre parole, possono conoscere il modo in cui il sapere egemonico, che la filosofa definisce «mascolinità astratta» (abstract masculinity) sostiene e alimenta la loro condizione di subordinazione. L’epistemologia della mascolinità astratta, per quanto «wrong and perverse» (1983, 45), non è illusoria, è resa reale dalle relazioni di potere che la alimentano. Questo significa, in modo cruciale, che le donne, partecipando contemporaneamente del mondo delle condizioni materiali ed effettive della propria esistenza subordinata, e a quello della narrazione maschile, abitano, respirano e divengono soggetti – o meglio, diventano donne, con tutti i significati che la mascolinità astratta lega a questa definizione – dentro quella narrazione. Sono suscettibili, come chiunque, di riprodurla, rifondarla e supportarla. Una prospettiva singola, per quanto proveniente da una donna, non ha pertanto nessuna garanzia di non portare con sé “gli strumenti del padrone”. È questa attenzione che Hartsock pone al rischio di riproporre le logiche del modo di pensare che si vuole scardinare che la rende particolarmente adatta ad essere utilizzata nell’ambito dei saperi psichiatrici situati a venire. La medicalizzazione ha molti punti in comune, infatti, con la sovrastruttura epistemica che è la mascolinità astratta: è pervasiva, soggettivante, spesso presentata in modo subdolo come protettiva e benevola. Nonostante già il concetto di mascolinità astratta avesse richiesto ad Hartsock di deviare parzialmente dalla teoria marxiana postulando un legame di co-costruzione tra le condizioni materiali e la conoscenza che si viene a formare a partire dalla sovrastruttura, la sua teoria mantiene un binarismo di forze in collisione costante, entrambe rese reali dalle costrizioni imposte sull’altra – con evidente vantaggio di una sull’altra. È a questo punto che una comprensione più profonda della medicalizzazione, e della teoria del potere che la sottende in Foucault, può essere necessaria per tenere in tensione la complessa interazione che si dà tra la conoscen no za che emerge dai punti di vista situati delle persone vulnerabili e la narrazione globale del malato mentale.

5.– Il termine che io invece temo è malato mentale
Secondo la celebre ricostruzione genealogica di Foucault, nell’età classica la follia faceva parte del più ampio dominio della déraison, che comprende tutti quegli individui che vivono lontani dalla ragione, dalla razionalità e dalla cosiddetta vita apollinea. Dal XVI secolo la follia comincia a transitare, come l’esperienza della malattia, verso il dominio epistemico, trasformandosi in oggetto di studio, distaccandosi dal quadro complessivo che dava senso all’esistenza del folle all’interno della società. Il cambiamento che farà della follia il contenitore dell’esclusione sociale, per Foucault, inizia proprio con questo primo isolamento epistemologico: non più limite e sfida per la raison, la follia medicalizzata diventa una patologia separata, isolata dalle altre devianze.

Il processo di medicalizzazione rende la follia un oggetto da scrutare sin dalle sue fondamenta per poter essere integrato al sapere generale sul malato di mente. Non è un caso che gli studi volti a interpretare il cervello nella sua presentazione anatomica inizino proprio nel XVIII secolo: ci si aspetta che lo sguardo medico sia in grado, anche per quanto riguarda la follia, di estrinsecare il senso della malattia nella forma di una natura che si predispone all’osservazione. Riconosciamo qui i lineamenti del nascente metodo scientifico tradizionale, per il quale la conoscenza si dà tra un soggetto che conosce e un oggetto (la natura) che si fa conoscere passivamente. È attraverso questo sguardo unidirezionale che si costituisce la conoscenza psichiatrica. Parlando della stigmatizzazione del termine “folle”, in un’intervista Foucault dirà:

Il termine che io invece temo è «malato mentale». Vale a dire che, a partire dal momento in cui il personaggio indistinto – di cui si rideva, che si escludeva, che si screditava, ma che al limite si accettava, che faceva parte del tessuto sociale – ha ricevuto uno statuto preciso, è diventato il malato e, in quanto malato, deve essere rispettato, ma, in quanto malato, deve anche cadere sotto un potere che è il potere canonico e istituzionale del medico. Questo passaggio dal folle al malato è apparentemente una riqualificazione, ma, a un altro livello, è la sottomissione a un potere. (Foucault 1976, 14, traduzione mia)

È una trasformazione che emerge da un mutamento delle norme: la medicalizzazione dello studio della follia, e la conseguente nascita del malato mentale, fa sì che la norma giuridica, – quella che sottendeva la segregazione del folle nell’ Hôpital général– da negativa ed esteriore, divenga norma positiva e biologica, volta solo esteriormente a riqualificare, quando sottomette definitivamente la follia al dominio epistemico della medicina. Questa nuova norma si muove su di un piano diverso rispetto quello della segregazione: nella medicalizzazione o si è parte della categorizzazione, e si è quindi riconosciuti, o si è squalificati e alienati. La medicalizzazione fa proprio il territorio del riconoscimento, perché incorpora e biologizza la “s-ragione” (déraison) all’interno del soggetto. La medicalizzazione e le sue ramificazioni costituiscono il fulcro del biopotere contemporaneo, delimitando un processo in cui sempre più aspetti dell’umana esperienza – compresi quelli di identificazione e riconoscimento – vengono letti attraverso le lenti della biomedicina e tenuti saldi all’interno della sua grammatica normativa.

6.– Nuovi soggetti per saperi a venire
La sfida, non facile quindi, è quella di pensare un’epistemologia in grado di incorporare l’esperienza vissuta dalle persone coinvolte senza trasfigurarla immediatamente in prova scientifica, mantenendo i soggetti attivi nella produzione di sapere; un’epistemologia che non reifichi la patologia oscurando i soggetti che la portano. La conoscenza, la sua produzione e la sua legittimazione intessono una relazione intima con il modo attraverso cui gli individui diventano soggetti, nel duplice e connesso significato di persone e soggetti-assoggettati all’interno dei diversi dispositivi normativi della società. In questo senso, possiamo vedere come la conoscenza psichiatrica e la conoscenza situata degli psichiatrizzati si trovino adesso in un territorio disputato dove la posta in gioco non è semplicemente la conoscenza e il potere che deriva dalla sua costruzione e amministrazione, ma la partecipazione alla creazione di relazioni di potere che andranno a formare i nuovi soggetti individuali e collettivi. È uno scontro che si dà nel territorio della normatività, quindi nell’insidioso territorio della soggettivazione: un approccio situato alla conoscenza non sarà, pertanto, solo un nuovo modo di creare sapere e di servirsene, sottenderà la creazione di nuove norme e quindi di nuovi soggetti, anche politici. Per Hartsock questo aspetto è cruciale: la conoscenza situata delle persone oppresse trova il proprio privilegio epistemico nel processo collettivo di creazione di una conoscenza mirato esplicitamente a un progetto emancipatorio. La fine dell’oppressione delle donne, per il femminismo, la creazione di una conoscenza più adeguata, meno discriminatoria e in grado di produrre nuove forme di cura per le persone psichiatrizzate. Per questo motivo, per Hartsock, le persone oppresse non hanno un punto di vista privilegiato per il solo fatto di appartenere a quella categoria subordinata. Non hanno un diritto dato dalla provenienza. È proprio perché la sovrastruttura crea soggetti-assoggettati, che le persone oppresse finiscono spesso per essere complici del proprio stato di oppressione.

L’attenzione alle forze sociali su larga scala evidenzia diversi aspetti del soggetto. Così, Marx può essere letto come una teoria del soggetto assoggettato, alla stregua di Foucault…I soggetti che contano non sono soggetti individuali ma soggetti collettivi, o gruppi. Questi gruppi non devono essere visti come formati senza problemi dal fatto di esistere in un particolare luogo sociale e quindi di vedere il mondo in un modo particolare. Il mio sforzo di sviluppare l’idea di un punto di vista femminista, in contrasto con il “punto di vista delle donne”, è stato un tentativo di andare in questa direzione. (Hartsock 1983, 244).

Il punto di vista privilegiato non emerge in modo automatico dall’esperienza – mai trasparente –, o dalla sua incorporazione, ma dall’azione, dalla praxis. La partecipazione alla lotta emancipativa – dello sforzo concertato verso un nuovo modo di fare conoscenza – nella sua dinamicità e relazionalità, è fondamentale per formare una episteme che continuamente si forma e dà forma ai componenti del gruppo, al soggetto della conoscenza. Questo configura un nuovo tipo di sapere, situato e infuturato, che non divide più nettamente i domini dell’etico e dell’epistemico: il sapere di una coscienza di gruppo. L’epistemologia che Hartsock propone si differenzia da quella della scienza tradizionale perché decentra e moltiplica il soggetto epistemico, rendendo la conoscenza un processo di accumulazione incrementale di punti di vista diversi, finalizzato non più all’obiettivo della conoscenza fine a se stessa, ma a un progetto emancipatorio generale che in qualche modo monitora, attraverso la posta in gioco, l’intero processo.

Collocare questo approccio nelle maglie insidiose della società biopolitica e medicalizzata, per pensare una conoscenza psichiatrica non solo più vera – perché in grado di incorporare il sapere in prima persona dei propri soggetti – ma anche più giusta; significa tuttavia tenere fermo che il subordine non è frutto di un potere centrale, omogeneo e facilmente identificabile, ma distribuito in una microfisica che coinvolge ogni aspetto della vita dei soggetti.

Senza necessariamente voler forzare i concetti, pensare alla medicalizzazione come a una sorta di sovrastruttura nei termini in cui viene concepita da Hartsock, può avere inoltre un prezioso valore euristico, perché porta con sé una tensione epistemica che potremmo esprimere con la domanda: se la medicalizzazione è sovrastruttura, qual è la struttura? Cosa eccede la medicalizzazione del disagio psichico? Che non significa porsi la domanda su cosa sarebbe stata la follia senza la medicina, né cedere a una qualche ontologia fondativa della follia. Significa, piuttosto, tenere sullo sfondo del pensiero un esercizio critico costante di messa in dubbio delle nostre convinzioni e argomentazioni riguardo a essa. Entro quali regimi di produzione – economica, epistemica e simbolica – emerge il disagio mentale? Cos’è uno psicologo? Cosa mai è uno psichiatra? Quali nuove conoscenze potremmo avere degli esseri umani, delle differenze che li rendono soggetti, se l’autorità epistemica fosse distribuita con gerarchie senza precedenti? Ricordarci che c’è altro al di fuori della normatività cannibalica del discorso biomedico implica un esercizio costante che non si esaurisce nel virtuosismo filosofico. Pensare – e pensarsi – al di là della medicalizzazione è anche un atto di speranza, che si esprime nel continuo e necessario esercizio di immaginare orizzonti di cura diversi.

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Riferimenti Bibliografici

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  • Foucault, Michel. 1998, 2011. Storia della follia nell’età classica. (M. Galzigna, a cura di) Milano: RCS Libri.
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Foto di Milad Fakurian su Unsplash

Giulia Bergamaschi è psicologa e dottoranda all’Università di Bologna, dove si occupa di filosofia della psichiatria, in particolare dello scontro tra l’epistemologia medica e la conoscenza situata del Neurodiverstiy Movement.

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