L’uomo, la pietra scagliata in aria che pensa

Non esiste argomento in cui la distanza tra coscienza comune e coscienza filosofica appare più lontana come nel rapporto tra libertà e necessità. Se da un lato la libertà è sostenuta come un dato naturale dalla coscienza comune, dall’altro la necessità è esibita come ovvietà logica dalla coscienza filosofica. Come si può negare infatti che dietro tutti i comportamenti dell’uomo vi sia una causa che li abbia determinati ad essere in un certo modo? Va detto, per la verità, che anche all’interno della stessa coscienza filosofica, il dibattito tra i due schieramenti è sempre stato particolarmente acceso. Il motivo principale della controversia consiste nell’argomento secondo il quale, una volta negato il libero arbitrio, sarebbe con ciò cancellata la responsabilità umana con conseguente perdita del senso morale: che valore avrebbero quelle azioni interamente determinate da motivi esterni in cui l’individuo non trova dentro di sé il principio che rende autonome le sue azioni? Come si può parlare di disposizione al bene se il motivo dell’agire è determinato da una causa esterna? Continue Reading

L’intelligenza artificiale e il corpo assente

Aim of this paper is to analyse body’s role in cognitive processes, moving from the relationship between humans and machines. An AI that increases its own complexity –from machine learning to cyborg structure – probably loses its function as a machine created in order to support human’s objectives. If an AI can be enhanced through a synthetic body, it creates disorientation in humans’ approach to the machine itself – so the artificial intelligence loses the social-support purpose for which it was programmed. This thin line between a useful and a useless machine has been drawn by Masahiro Mori’s idea of “Uncanny Valley”.

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Il mondo come macroantropo e rappresentazione

In quella che abbiamo definito (almeno in parte) un’opera a sé stante di Arthur Schopenhauer, il filosofo tedesco si pone nella posizione di commentare il suo contributo filosofico in relazione alla storia della filosofia nella quale sente di ricoprire un posto. Nei Supplementi a «Il Mondo come volontà e rappresentazione» infatti, Schopenhauer è franco, diretto, in alcuni passaggi appare “scocciato” da un certo ambiente filosofico. Ci sono ampi passi dell’opera nei quali entra in un dialogo nient’affatto morbido con la filosofia del suo tempo. L’ultimo capitolo dei Supplementi, il cinquantesimo, è sintomatico essenzialmente di due cose: dell’enorme contrasto che Schopenhauer ha vissuto con l’ambiente filosofico tedesco e del rapporto ambivalente con Spinoza [1]. Entrambe queste cose, a ritroso potremmo dire, ci permettono di capire ancora meglio quanto nelle pagine precedenti l’autore ha trattato con dovizia e una acutezza importante. In queste poche pagine l’autore condensa alcune coordinate fondamentali per apprezzare lo sforzo immane che nel Mondo e poi nei Supplementi egli ha compiuto.  Continue Reading

Il valore sfuggito dell’essere nel parricidio di Parmenide (II)

Il nostro intendimento è mostrare che il parricidio non si risolve nella questione del “non-essere”, alla quale viene generalmente ridotto, ma investe i punti nodali del pensiero di Parmenide e, come conseguenza, quella questione.

Affinché ciò appaia in tutta evidenza, rifletteremo ora sul tema del principio. Ricordiamo che, a muovere dagli Insegnamenti non scritti, Platone affronta il tema del principio in modo sempre più netto ed esplicito: egli afferma l’esistenza di un terzo livello di realtà, come rileva Reale (Reale 2010, 216 e sgg.), oltre quello delle cose sensibili e delle idee, nel quale si disporrebbero, appunto, i principi, e cioè l’Uno e la Diade indefinita (o infinita). Per Platone, quindi, il principio, che in qualche modo è l’Uno, si pone solo in quanto si vincola al suo altro.

Dalla mescolanza dei principi, o meglio dall’intervento dell’Uno sulla Diade, si formano le idee, le quali sono molteplici, pur conservando ciascuna una sua intrinseca unità. L’Uno sarebbe, dunque, il principio di determinazione formale e la Diade un principio di variabilità indefinita che attende di venire definito. Continue Reading

Sento, dunque sono

La riflessione filosofica di Franciscus Hemsterhuis, autore olandese della seconda metà del Settecento, pone al centro il problema dei rapporti tra l’anima e il corpo. Entro il solco della tradizione platonico-cartesiana, l’autore tenta di concepire, accanto all’autonomia e alla specificità delle due componenti, una loro possibile relazione. L’elemento più rilevante su cui questo contributo tenta di far luce è la funzione affidata al corpo il quale, agendo sull’anima per il tramite degli organi, ne svela l’alterità. Dunque, l’esperienza mediata dal corpo acquisisce, nella prospettiva dell’autore olandese, una funzione centrale nella fondazione del mondo morale in quanto rivela il soggetto non soltanto in quanto essere percipiente, e dunque passivo rispetto alla conoscenza della realtà esteriore, ma anche in quanto essere morale e, dunque, agente investito di doveri verso le cose che sono fuori di lui. Continue Reading

Thymos, l’ira che scuote il petto e la mente degli uomini

La parte irascibile, che Platone aggiunge alla parte razionale e a quella concupiscibile dell’anima, è sempre stata considerata in modo residuale rispetto alle altre due. Già il significato etimologico del termine greco che la designa, thymos, indica in generale l’animo, l’emozione, la forza che deriva da un moto interiore che, come il fumo, evapora con la stessa rapidità e indistinzione con la quale era emerso. Spesso e volentieri viene confusa con il genere concupiscibile, in quanto non è facile distinguere forze interiori nei confronti delle quali la parte razionale deve esercitare il controllo. Tuttavia, per confutare questa associazione, Socrate narra, nel IV libro della Repubblica, il racconto di Leonzio. Questi, colto dal desiderio di vedere i cadaveri ammassati dal boia lungo un muro della città, dopo una prima repulsione, fu vinto dalla curiosità di vedere quello spettacolo raccapricciante. Una volta giunto sul posto, se ne uscì con questa esclamazione di protesta rivolta ai suoi occhi: «Ecco disgraziati, riempitevi di questa bella visione!» (439d-440a).
Il racconto mostra che il genere irascibile non solo non deve essere confuso con quello concupiscibile ma che anzi si oppone ad esso. Numerosi sono gli esempi che lo stesso Platone ci fornisce. L’uomo dall’animo nobile che sa di aver sbagliato, non si lascia prendere dall’ira e si sottopone docilmente alla pena. Al contrario, uno che sa di aver ricevuto un torto è disposto a negare in modo rabbioso tutti i suoi desideri (fame, sete, piaceri sessuali) pur di ricevere giustizia. Possiamo aggiungerne di altri: il desiderio di unirsi alla persona amata, da cui non si è contraccambiati, viene ostacolato dalla protesta contro se stessi, che chiamiamo senso dell’onore e della dignità; l’istinto di conservazione viene contraddetto dal sacrificio di sé costituito dal gesto di salvare una persona o una collettività in pericolo, che chiamiamo eroismo. Continue Reading

Corpo a corpo con l’immagine

L’articolo affronta il tema della corporeità approfondendo quelle che sono le modalità attraverso cui osserviamo le immagini del nostro mondo e qual è il ruolo svolto dal corpo in questa attività percettivo-conoscitiva. L’analisi proposta si concentra sulla prospettiva antropologica applicata alle immagini inaugurata da Hans Belting. A partire da tale “antropologia delle immagini” risulta possibile comprendere la natura relazionale del fenomeno dell’immagine e la sua articolazione secondo la triade mezzo-immagine-corpo. L’importanza della corporeità e di una certa attivazione corporea necessaria per percepire le immagini che colpiscono il nostro sguardo diventa il nucleo centrale dell’argomentazione proposta. Il corpo viene presentato come il “luogo delle immagini” e l’attività percettiva viene interpretata come la realizzazione di un incontro-scontro tra il mio corpo ed il corpo dell’immagine. Continue Reading

La scienza dell’espressione infinita

Borges, nei celebri versi dedicati a Spinoza, lo esprime in modo efficace ed evocativo: «Qualcuno costruisce Dio nella penombra». Non è stato il solo, fortunatamente. Chi, rifiutando l’idea del cristallo o della cattedrale di ghiaccio, cioè come un complesso chiuso e definitivo, ha considerato la filosofia di Spinoza come un sistema nel suo formarsi, è stato un giovane studioso italiano, Fausto Meli, vissuto negli anni tra le due guerre mondiali e scomparso in modo prematuro a soli 22 anni. Di lui abbiamo poche notizie se non che fosse siciliano, insegnante di Filosofia all’Istituto Magistrale di Trapani, e che avesse studiato per un periodo alla scuola Normale di Pisa. I suoi scritti sono tre: uno sul pensiero politico e religioso di Fausto Socino; un altro su Jacopo Aconcio; un terzo sulla metafisica razionalistica di Spinoza. Tutti e tre i saggi sono raccolti nel volume intitolato Spinoza e due antecedenti italiani dello spinozismo, editi da Sansoni nel 1934 con prefazione di Giuseppe Saitta. Nell’ultimo saggio, troviamo una tesi originale quanto ben argomentata: quella secondo cui la filosofia di Spinoza non è scienza delle cose eterne, ma di ciò che ha interesse e valore, che distingue «tra una scienza che si giova di proposizioni che descrivono l’oggetto come esso è fuori dell’intelletto, ed una che si giova di definizioni che spiegano l’oggetto come è concepito o può essere concepito da noi» (p.100). Continue Reading

Il corpo come problema cosmologico

L’idea di questo testo è un confronto su come filosofia e antropologia tematizzando il corpo. Se l’antropologia filosofica della prima metà del Novecento e, più di recente, Renaud Barbaras, hanno trattato della posizione “cosmologica” del corpo umano all’interno del sistema dei viventi, intendiamo problematizzare questa interpretazione attraverso un confronto con l’antropologia contemporanea, che ha proposto modi alternativi di considerare sia il corpo sia il concetto di “umano” attraverso lo studio di altre ontologie. Nella prima parte viene ricostruita la questione della differenza tra Leib e Körper tra fenomenologia e antropologia filosofica, che porta a trattare dell’idea di posizione dell’uomo nel cosmo – posizione che viene identificata attraverso la sua corporeità. Nella seconda parte viene trattato specificatamente il problema del corpo in alcuni autori della svolta ontologica in antropologia, per condurre nell’ultima parte a considerazioni sul rapporto tra filosofia e antropologia.
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