Thymos, l’ira che scuote il petto e la mente degli uomini

La parte irascibile, che Platone aggiunge alla parte razionale e a quella concupiscibile dell’anima, è sempre stata considerata in modo residuale rispetto alle altre due. Già il significato etimologico del termine greco che la designa, thymos, indica in generale l’animo, l’emozione, la forza che deriva da un moto interiore che, come il fumo, evapora con la stessa rapidità e indistinzione con la quale era emerso. Spesso e volentieri viene confusa con il genere concupiscibile, in quanto non è facile distinguere forze interiori nei confronti delle quali la parte razionale deve esercitare il controllo. Tuttavia, per confutare questa associazione, Socrate narra, nel IV libro della Repubblica, il racconto di Leonzio. Questi, colto dal desiderio di vedere i cadaveri ammassati dal boia lungo un muro della città, dopo una prima repulsione, fu vinto dalla curiosità di vedere quello spettacolo raccapricciante. Una volta giunto sul posto, se ne uscì con questa esclamazione di protesta rivolta ai suoi occhi: «Ecco disgraziati, riempitevi di questa bella visione!» (439d-440a).
Il racconto mostra che il genere irascibile non solo non deve essere confuso con quello concupiscibile ma che anzi si oppone ad esso. Numerosi sono gli esempi che lo stesso Platone ci fornisce. L’uomo dall’animo nobile che sa di aver sbagliato, non si lascia prendere dall’ira e si sottopone docilmente alla pena. Al contrario, uno che sa di aver ricevuto un torto è disposto a negare in modo rabbioso tutti i suoi desideri (fame, sete, piaceri sessuali) pur di ricevere giustizia. Possiamo aggiungerne di altri: il desiderio di unirsi alla persona amata, da cui non si è contraccambiati, viene ostacolato dalla protesta contro se stessi, che chiamiamo senso dell’onore e della dignità; l’istinto di conservazione viene contraddetto dal sacrificio di sé costituito dal gesto di salvare una persona o una collettività in pericolo, che chiamiamo eroismo.

L’anima è agitata da impulsi opposti. In questo conflitto la parte irascibile deve allearsi con la parte razionale («così come avviene per il cane richiamato dal pastore per essere ammansito» dice Platone) affinché entrambe possano comandare sulla parte concupiscibile. Quest’ultima, essendo la parte più grande dell’anima, è portata a dominare le altre a causa della sua volontà mai sazia di piaceri e di ricchezze. Quella razionale ha bisogno di molto studio e disciplina, cosa che Platone esprime con la metafora della seconda navigazione in cui la nave, anziché con le vele rese inservibili a causa dell’assenza di vento, deve essere sospinta a forza di remi.

A differenza delle altre due invece, la parte irascibile è contraddistinta dal bisogno di essere educata, il che rimanda alla necessità di un alfabeto delle emozioni. Ancora nel IV libro della Repubblica ad esempio, Platone considera il coraggio, uno dei termini della galassia del thymos, come una certa capacità di conservazione generato dall’educazione. Nel Lachete, il coraggio viene definito una forza d’animo guidata dall’intelligenza. Il senso di giustizia che comanda il thymos fa sì che esso sia sede di virtù come la moralità, l’idealità, la gloria, tutti sentimenti che guidano la ricerca del bene comune.

Dal significato individuale a quello politico del thymos
Il thymos fa riferimento ad un generico concetto di animo che può designare diversi comportamenti. Il termine greco, a motivo della sua indeterminatezza, porta dietro di sé una costellazione di affetti: dall’ira (che pure ha il suo termine tecnico, orghè) al coraggio; dalla grandezza d’animo alla magnanimità (che per Aristotele corrisponde alla più grande delle virtù); dalla dignità al rispetto; dal riconoscimento all’onore; dalla vanità alla gloria. Esso è determinante per la giustizia, l’ingrediente fondamentale di ogni società umana, che si ha solo quando le parti dell’anima sono in equilibrio, raccordate quasi che fossero tre suoni di un’armonia. Al contrario, l’ingiustizia è la sommossa di queste tre facoltà, di cui una ruba il mestiere all’altra, dice ancora Platone.
Nel dialogo socratico tutti gli uomini sono costituiti da queste tre parti dell’anima. Tuttavia, ogni individuo è caratterizzato dal predominio di una parte rispetto alle altre; sicché, in virtù del principio per cui il simile va con il simile, la comunità umana, cioè lo Stato, si divide in classi sociali che riuniscono gli individui in cui predomina una parte piuttosto che un’altra. Ecco allora che gli uomini nei quali prevale la parte concupiscibile danno vita alla classe dei commercianti; gli uomini in cui domina la parte razionale sono chiamati al governo dello Stato (motivo per cui i filosofi rivestono il ruolo politico); gli uomini nei quali spicca la parte irascibile costituiscono la classe dei guerrieri. Essi hanno il compito di vigilare sulle minacce interne ed esterne allo Stato e per questo motivo sono anche chiamati custodi. Vivendo con l’idea di combattere, essi sono disposti a mettere a repentaglio la loro vita e per questo, onorati e riconosciuti, costituiscono la classe aristocratica per eccellenza.

La centralità del thymos nella saggistica politica
Il parallelismo tra anima e Stato è uno dei luoghi più significativi della filosofia politica di tutti i tempi. Hobbes è stato tra coloro che maggiormente hanno posto attenzione al thymos, dedicando al tema dell’onore il capitolo 10 del Leviatano. In merito alla condizione naturale dell’umanità, Hobbes inserisce tra le cause di contesa l’orgoglio, anch’esso riconducibile al thymos. Con fine realismo, il filosofo inglese osserva che l’orgoglio non è necessariamente richiesto per grandi cause perché lo vediamo piuttosto all’opera per «delle inezie, ad esempio una parola, un sorriso, una divergenza di opinioni, e qualsiasi altro segno di disistima, direttamente rivolto alla loro persona o a questa di riflesso» (Leviatano, I, cap.13). Al giorno d’oggi, vediamo come una precedenza non data all’incrocio può scatenare le peggiori ire tra gli automobilisti. A differenza delle api e delle formiche, gli uomini sono continuamente in competizione fra loro per l’onore e la dignità: di conseguenza «su questo terreno nasce fra gli uomini l’invidia e l’odio e infine la guerra» (Leviatano, I, cap.18)

Nel linguaggio hegeliano il thymos è la lotta per il riconoscimento, vero e proprio motore della storia. Ricollegandosi a questa lettura, l’analisi del thymos è il cuore di uno dei saggi più importanti e allo stesso tempo più misconosciuti di filosofia politica degli ultimi cinquant’anni: La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. Liquidata come esaltazione trionfalistica della democrazia di mercato (cosa che dimostra ignoranza o malafede), la tesi del filosofo americano sostiene che proprio il tramonto del thymos è all’origine della crisi politica contemporanea. Questo declino sarebbe stato causato anche dall’idea del thymos come lato oscuro dell’uomo, che avrebbe condotto molti filosofi a credere che esso sia la fonte di tutti i mali dell’uomo. Ma ciò non è credibile. Ecco allora la protesta di Nietzsche: Was ist vornhemen, che cos’è aristocratico, cosa rimane di nobile, se tutti i valori della nobiltà sono decaduti? È la domanda che ancora oggi torna al centro della vita politica e culturale, in particolare sotto la forma delle varie istanze legate alla dignità, al riconoscimento e al rispetto dei diritti degli uomini, termini dietro i quali si nasconde oggi la forza potente e poco tranquilla del thymos.

Foto Tiago Felipe Ferreira

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