Il valore sfuggito dell’essere nel parricidio di Parmenide (II)

Il nostro intendimento è mostrare che il parricidio non si risolve nella questione del “non-essere”, alla quale viene generalmente ridotto, ma investe i punti nodali del pensiero di Parmenide e, come conseguenza, quella questione.

Affinché ciò appaia in tutta evidenza, rifletteremo ora sul tema del principio. Ricordiamo che, a muovere dagli Insegnamenti non scritti, Platone affronta il tema del principio in modo sempre più netto ed esplicito: egli afferma l’esistenza di un terzo livello di realtà, come rileva Reale (Reale 2010, 216 e sgg.), oltre quello delle cose sensibili e delle idee, nel quale si disporrebbero, appunto, i principi, e cioè l’Uno e la Diade indefinita (o infinita). Per Platone, quindi, il principio, che in qualche modo è l’Uno, si pone solo in quanto si vincola al suo altro.

Dalla mescolanza dei principi, o meglio dall’intervento dell’Uno sulla Diade, si formano le idee, le quali sono molteplici, pur conservando ciascuna una sua intrinseca unità. L’Uno sarebbe, dunque, il principio di determinazione formale e la Diade un principio di variabilità indefinita che attende di venire definito.

Ciò che ci preme rilevare è che quell’Uno che si pone in relazione con la Diade non può essere assoluto, come vorrebbe Platone, né è pensabile effettivamente come Uno. Se, infatti, la relazione lo vincola alla Diade, allora esso è, da un certo punto di vista, autonomo, in quanto Uno, ma, da un altro punto di vista, dipendente, in quanto vincolato e, quindi, condizionato. Senza la Diade, questo è il punto, esso non sarebbe principio, così che la sua autosufficienza, in effetti, è solo parvente. Inoltre, esso si dividerebbe, in sé, nel suo essere autonomo et dipendente, così che cesserebbe, a rigore, di essere Uno.

Non di meno, v’è da notare che nella Repubblica (508 e successivi) Platone indica la necessità di un principio incondizionato o non ipotetico. Nel riferirsi a tale principio, Platone sembra mettere in discussione la sua determinabilità e questo, a nostro giudizio, è un punto davvero cruciale. Se, infatti, il principio o fondamento viene determinato, esso cessa di valere come assoluto e non può più emergere quale condizione incondizionata in grado di fondare la serie dei condizionati.

La nostra ipotesi è che anche Platone, seppure implicitamente, consideri inoggettivabile l’autentico fondamento, perché solo così esso può valere quale condizione di ogni oggettivazione. L’ipotesi è giustificata dall’analogia che egli pone con il sole. Come il sole inonda di luce le cose e consente che esse vengano viste, pur non essendo oggetto di visione diretta (Repubblica, 508e-509a), altrettanto il principio è la condizione trascendentale in virtù di cui si coglie il determinato, ma non può esso stesso venire colto, senza ricadere in quell’universo dei determinati dal quale si richiede esso emerga.

In effetti, questo è l’unico passo in cui sembra che Platone intenda far valere il principio come emergente oltre ogni determinazione. In numerosissimi altri passi, invece, egli lo determina e gli fa svolgere la funzione del porre i principiati. In Platone, insomma, il valore del principio viene a coincidere con la funzione svolta nella costituzione delle determinazioni, così che esso viene ad avere una funzione tetica, ma non una funzione critica.

Ebbene, anche questo ci sembra il grande limite del parricidio: non avere colto il valore dell’essere di Parmenide e averlo sostituito con un principio che svolge una funzione tetica. Il valore dell’assoluto, invece, non può non tradursi in una funzione critica, ossia nella de-assolutizzazione di ciò che, essendo finito, non può pretendere di essere assolutamente vero.

Del resto, se il principio è assoluto si può solo in-tendere di volgersi ad esso e mai pre-tendere di inglobarlo: esso emerge infinitamente oltre ogni relazione che voglia ridurlo a termine. Scrive Ross a proposito dell’aspirazione di dedurre dal principio nonché di cogliere relazioni tra universali: «Nel complesso questa rimane un’aspirazione inappagata [quella di cogliere relazioni tra universali]; senza Platone, però, non avremmo neppure l’aspirazione stessa. A volte egli espresse questa aspirazione troppo fiduciosamente, come nella Repubblica, dove parla di dedurre la natura completa del sistema delle Idee da un unico principio non ipotetico. In questo si sbagliava» (Ross 1989, 292).

Il punto che vorremmo mettere bene in luce è il seguente: la questione del parricidio di Parmenide concerne proprio la relazione. Si badi: non soltanto la relazione negativa all’essere, che configura il non-essere, ma anche la relazione al principio, se si tratta di un principio autenticamente assoluto, nonché la relazione tra le idee e le cose sensibili.

Ross mostra che Platone attribuiva alle idee, cioè agli universali, un’esistenza separata (choristós) dai particolari, cioè un’esistenza oggettiva (Ivi, p. 293), assumendole come entità presupposte dalla stessa attività conoscitiva. La separatezza delle idee indica la loro trascendenza, che non di meno trova conciliazione con l’immanenza, dal momento che esse vengono pensate anche come «presenti» nelle cose sensibili.

Ebbene, proprio la relazione tra le idee e le cose sensibili è risultata assai problematica e lo stesso Platone, nel Parmenide, ha discusso questa problematicità. Noi intendiamo prendere avvio da questa relazione per riflettere sulla relazione negativa all’essere, cioè sul non-essere, e sulla relazione come struttura dell’ordine formale.

La soluzione che è stata data al problema del rapporto tra universale e particolari varia da studioso a studioso, ma il punto è intendere questo legame, che non può non essere del tutto particolare. Ancora Ross ne rileva la particolarità, parlando di «profondità del legame» (Ross 1989, 297) e aggiungendo: «Platone potrebbe perfino avere avvertito che questa relazione è del tutto unica e indefinibile. Sia “partecipare” sia “imitare” sono metafore il cui scopo è esprimere questa relazione» (Ibidem).

Le cose partecipano delle idee e per questa ragione sono ciò che sono. Ma cosa si intende con il verbo “partecipare”? Ordinariamente, si intende che l’idea è presente nella cosa, la quale partecipa dell’idea. Se non che, la questione è che una relazione si pone a condizione di una omogeneità che deve sussistere tra i relati. Come è possibile instaurare una relazione con ciò che si è definito staccato (koristós)?

Qualora si ammetta che una tale relazione sia intelligibile, si dovranno contemplare tre possibilità della sua realizzazione. La prima possibilità consiste nell’elevazione delle cose sensibili, alle quali viene attribuito uno statuto ontologico ideale: solo così risulterebbe garantita l’omogeneità tra i relati.  Per la seconda possibilità, sono le idee che si abbassano e la relazione le materializza. Per la terza possibilità, si postula un quid medium che non è idea né cosa sensibile.

Ebbene, le prime due possibilità possono venire accantonate perché estranee al dualismo platonico. La terza viene presa attentamente in considerazione nel Parmenide e sostanzialmente si rileva come dia luogo ad un regresso che non può non andare avanti all’infinito. A tale regresso, Aristotele ha dato il nome di “aporia del terzo uomo”.

A noi sembra di poter aggiungere questa notazione: l’identità di un termine, cioè dell’idea, dovrebbe essere assoluta, cioè autonoma e autosufficiente, così almeno lo stesso Platone descrive ogni idea; se non che, nel momento in cui l’idea entra in relazione con altro da sé essa non può non subire una radicale trasformazione. Da autonoma e autosufficiente dovrebbe trasformarsi in un’identità dipendente e aperta alla differenza. Ci domandiamo: ciò non comporterebbe il suo perdere il valore ideale?

La notazione non si ferma all’aspetto indicato. V’è anche un aspetto ulteriore da considerare. L’altro termine, cioè la cosa sensibile, a rigore non può venire assunta come un’autentica identità, proprio per la ragione che non è autonoma né autosufficiente. Con la seguente conclusione, estremamente rilevante da un punto di vista teoretico-speculativo: la relazione non dovrebbe collocarsi tra l’idea e la cosa, ma nella struttura intrinseca della cosa, così da trasformarla in un segno, stante il suo essere riferendosi. La cosa, insomma, tenderebbe ad idealizzarsi.

Riferimenti bibliografici

  • Reale, Giovanni. 2010. Per una nuova interpretazione di Platone alla luce delle “dottrine non scritte”. Milano: Bompiani.
  • Ross, David. 1989. Platone e la teoria delle idee. Bologna: Il Mulino.

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Università per Stranieri di Perugia e Università degli Studi di Perugia · Dipartimento di Scienze Umane e Sociali Filosofia teoretica - Filosofia della mente - Scienze cognitive

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