Riprendiamo a seguire il Wittgenstein del Tractatus: ciò di cui il pensiero rapportante-commisurante vuole essere immagine e raffigurazione (propp. 2.1 e 3) è il mondo, inteso come “la totalità dei fatti” (prop.1.1), la “totalità degli stati di cose sussistenti” (prop. 2.04), “la realtà nel suo complesso” (prop. 2.063). Se anche sia possibile raffigurare i fatti nel pensiero-linguaggio (ammesso, ma non concesso), “che” il mondo ci sia, si dia e si offra al pensare, non è né ammesso né concesso: “non come il mondo è, ma che esso è, è il mistico” (prop. 6.44). Lo “sforzo” di “dire il mondo” ha lo stesso destino dello sforzo di dire Dio: è vano. Per dirla alla greca, ogni dire è πρὸς ἡμᾶς, relativo alle nostre categorizzazioni e, dunque, sempre finito e “de-finente”. La stessa totalità dei definiti (i fatti) non può essere “detta” κατὰ φύσιν, di per sé; anche quel “tutto limitato” che è il mondo (prop. 6.45) sfugge al dire. Continue Reading
Fondamento e sistema empirico-formale (IV)
Intendiamo concludere la riflessione svolta nei precedenti articoli, e dedicata al tema del fondamento nonché alla sua innegabilità, mediante un’ultima considerazione, che riteniamo vada riservata al sistema empirico-formale.
Per quale ragione? Per la ragione che tale sistema, da un lato, richiede il fondamento come emergente, perché solo se assoluto esso è autentico fondamento.
Innegabile e inevitabile (III)
Nell’ultimo articolo, dicevamo che il finito, ancorché segnato dal limite, tuttavia non è sostituibile, proprio perché l’innegabile (il vero) non si colloca in continuità con l’inevitabile (le verità determinate, finite), sì che essi non sono fungibili.
Se l’innegabile sostituisse l’inevitabile, allora andrebbe ad occupare lo “spazio concettuale” che compete all’inevitabile e, dunque, decadrebbe ad inevitabile esso stesso. In questo senso, l’universo dei determinati, non essendo sostituibile, è imprescindibile, ma non per questo è intelligibile. Continue Reading
Principio e fondamento (II)
Nel precedente articolo abbiamo detto che solo l’assoluto, dunque l’intero, può avere valore di fondamento. Rileviamo che molto spesso, anche in ambito filosofico, i termini “fondamento” e “principio” vengono assunti come sinonimi.
A nostro giudizio, essi possono bensì venire assunti come sinonimi, ma a condizione di precisare bene il significato che si intende assegnare all’espressione “principio”. Continue Reading
Totalità e assoluto (I)
L’assoluto non può venire confuso con la totalità, se per “totalità” si intende l’insieme di tutte le determinazioni. Un conto, infatti, è il “tutto” inteso come “intero”; altro conto è il “tutto” inteso come “insieme” e che viene sovente definito “totalità”, intendendo il “tutto-di-parti”.
Per chiarire la differenza indicata, prendiamo le mosse da questo punto: la totalità intesa come “insieme”, va notato prima facie, non comprende soltanto tutte le cose (determinazioni), ma anche tutte le relazioni che sussistono tra tutte le cose, almeno se la relazione viene intesa come medio, ossia in forma di ipostasi.
La totalità configura, quindi, un’infinità quantitativa, ossia numerica, tant’è che sarebbe più corretto definirla “indefinitività”.
Anche la totalità, pertanto, risulta non determinabile, ma non per la ragione che, essendo assoluta, non può venire limitata, ma perché, essendo “indefinita” – giacché non si è mai in grado di affermare di avere colto tutte le possibili determinazioni –, essa costituisce una quantità incrementabile e ciò non la rende mai determinabile in forma definitiva. Continue Reading
“Essere o Non Essere”: non è questo il problema
Nel mese di novembre del 2014, l’Università di Macerata ha organizzato un convegno interdisciplinare dal titolo “Assoluto e Relativo”. Molto apprezzabile mi è sembrato l’intento alla base dell’iniziativa: raccogliere tentativi di ragionamento in termini assoluti, e non assolutistici, per trovare risposte soddisfacenti alle derive relativiste della contemporaneità.
Fin dal primo intervento, si è proposta la domanda fondamentale: “che cosa compete all’assoluto, l’Essere o il Non Essere?” Come ha immediatamente fatto notare il professor Francesco Totaro nel suo intervento Assoluto, relativo, prospettiva, in Occidente è stato Parmenide a dettare la via, mettendo direttamente in bocca alla Verità queste parole:
Quale origine vuoi cercare? Come e donde il nascere? Dal Non Essere non ti permetterò né di dirlo né di pensarlo. Infatti non si può né dire né pensare ciò che non è
(Parmenide, Frammento 8) Continue Reading
Il valore sfuggito dell’essere nel parricidio di Parmenide (II)
Il nostro intendimento è mostrare che il parricidio non si risolve nella questione del “non-essere”, alla quale viene generalmente ridotto, ma investe i punti nodali del pensiero di Parmenide e, come conseguenza, quella questione.
Affinché ciò appaia in tutta evidenza, rifletteremo ora sul tema del principio. Ricordiamo che, a muovere dagli Insegnamenti non scritti, Platone affronta il tema del principio in modo sempre più netto ed esplicito: egli afferma l’esistenza di un terzo livello di realtà, come rileva Reale (Reale 2010, 216 e sgg.), oltre quello delle cose sensibili e delle idee, nel quale si disporrebbero, appunto, i principi, e cioè l’Uno e la Diade indefinita (o infinita). Per Platone, quindi, il principio, che in qualche modo è l’Uno, si pone solo in quanto si vincola al suo altro.
Dalla mescolanza dei principi, o meglio dall’intervento dell’Uno sulla Diade, si formano le idee, le quali sono molteplici, pur conservando ciascuna una sua intrinseca unità. L’Uno sarebbe, dunque, il principio di determinazione formale e la Diade un principio di variabilità indefinita che attende di venire definito. Continue Reading
I due corni dell’orrore metafisico di Kolakowski
Conosciuto come grande storico delle idee e dei movimenti religiosi del ‘600, Leszek Kolakowski (1927-2009) è anche filosofo dalle posizioni eccentriche, inizialmente marxista ma poi espulso dalle file del movimento per le sue tesi radicali (che poi finirono per diventare realtà, come l’approdo necessariamente staliniano del marxismo). Anche la sua metafisica, consegnata in un testo del 1988 dal titolo Orrore Metafisico, è semplice quanto radicale: l’idea cioè che con la nozione di perfetto, che ha sostituito quella di creazione, il pensiero greco fu il primo a scoprire nella filosofia una dimensione nullificante. Si tratta in altre parole di quella dimensione che da Parmenide fino a Spinoza, passando per il neoplatonismo di Damascio, giunge ad un Ultimo che coincide con l’ente posto al di là di qualsiasi concettualizzazione. Tale prospettiva ha sostituito tutte quelle mitologie poietiche e quelle religioni che si fondavano sul cruor dei, il sangue divino frutto di violenza, facente perno su una teologia che prefigura un Dio che ama talmente la sua creazione da offrirsi in sacrificio per salvare il mondo. Al suo posto, dopo il fallimento dell’Assoluto, il pensiero ha voluto fondare la nozione di Cogito dando vita però allo stesso medesimo risultato: l’orrore metafisico.
“Essere o Non Essere”: non è questo il problema
Nel mese di novembre del 2014, l’Università di Macerata ha organizzato un convegno interdisciplinare dal titolo “Assoluto e Relativo”. Molto apprezzabile mi è sembrato l’intento alla base dell’iniziativa: raccogliere tentativi di ragionamento in termini assoluti, e non assolutistici, per trovare risposte soddisfacenti alle derive relativiste della contemporaneità.