Nel precedente articolo abbiamo detto che solo l’assoluto, dunque l’intero, può avere valore di fondamento. Rileviamo che molto spesso, anche in ambito filosofico, i termini “fondamento” e “principio” vengono assunti come sinonimi.
A nostro giudizio, essi possono bensì venire assunti come sinonimi, ma a condizione di precisare bene il significato che si intende assegnare all’espressione “principio”.
Se, infatti, per “principio” si intende il “primo elemento” di una serie o il “punto di movenza” di una procedura, allora esso non può non venire distinto dal “fondamento”.
Per svolgere la funzione dell’“inizio” o del “cominciamento”, cioè dell’aprire una serie o del valere come assunto di un sistema o di una procedura, infatti, il principio non può non essere determinato e, in quanto tale, non gli si può attribuire valore assoluto, ma solo relativo: relativo alla serie che esso apre o al processo che da esso è innescato. Più che di valore, quindi, si dovrebbe parlare di funzione, la quale si svolge sempre in riferimento ad altro da sé.
Di contro, il “fondamento”, per essere autentico fondamento, deve fondare sé stesso; dunque, deve essere autonomo e autosufficiente, cioè deve essere assoluto, giacché soltanto l’assoluto non dipende da altro (non è funzione di altro da sé).
Il determinato, invece, si pone perché si oppone, così che la differenza viene insopprimibilmente implicata, anche se viene implicata per venire esclusa.
Precisamente per questa ragione, il fondamento non svolge una funzione, almeno se “colto” a muovere dalla sua assolutezza, cioè dal suo valore, che consiste proprio nel suo essere, che si traduce poi, inevitabilmente, nel suo valere quale esclusione in atto di ogni altro dal fondamento stesso.
Per usare un linguaggio preciso, che eviti al massimo equivoci interpretativi, riteniamo utile, pertanto, non utilizzare le due espressioni, “principio” e “fondamento”, come sinonimi: alla parola “principio” riteniamo corretto attribuire il significato di “iniziale”, per lo meno nella misura in cui lo si intende in senso determinato.
Per precisare, invece, il discorso in ordine all’assolutezza del fondamento e, dunque, all’impossibilità del suo coglimento, intendiamo sottolineare un aspetto che giudichiamo della massima importanza: un tale “coglimento” non può non avere valore soltanto ideale, giacché fattualmente si può cogliere l’assoluto (l’infinito) solo a muovere dal relativo (finito), negandolo dunque come assoluto.
Il punto da rimarcare con forza, tuttavia, è che l’intenzione oltrepassa il semplice punto di vista, precisamente per la ragione che si intende cogliere l’assoluto andando oltre il relativo.
Per cercare di chiarire il tema dell’intenzione, che è centrale nella nostra ricerca, iniziamo con il riflettere sul “so di non-sapere” socratico.
A nostro giudizio, tale costrutto è fondamentale, perché indica l’emergenza del sapere sul non-sapere. Soltanto in virtù del sapere autentico, cioè di quel sapere che coincide con la presenza del fondamento a sé stesso, e che per questo emerge come il “trascendentale”, è possibile infatti cogliere il limite di ogni sapere che ha contenuti determinati e che per questa ragione vale come un sapere solo “formale”.
Il sapere formale, inoltre, se viene pensato alla luce del sapere autentico, non può non risultare un sapere non effettivo, dunque un non-sapere, stante l’irriducibile distanza che pone tra sapere e saputo.
Ebbene, così come il vero sapere mette in evidenza il limite del non-sapere, altrettanto l’assoluto, che coincide con il sapere autentico perché coincide con la verità, consente di cogliere il limite del relativo.
Se ne ricava che l’assoluto, o il sapere che è tutt’uno con l’assoluto, è la condizione incondizionata, ossia la condizione inoggettivabile di ogni oggettivazione.
L’assoluto, quindi, non può venire determinato, ma è in virtù dell’assoluto che viene determinato il determinato ed è sempre in virtù dell’assoluto che la coscienza può cogliere il limite della propria dimensione empirica ed emergere come coscienza trascendentale.
Se l’emergenza della coscienza trascendentale oltre l’universo empirico-formale configura la verticale, ossia l’innegabile esigenza di fondamento, di contro l’universo che domanda di venire fondato costituisce la dimensione orizzontale, che non è innegabile ma soltanto inevitabile: il soggetto che ricerca la verità (il cercante) si colloca proprio in tale universo, così che da esso non può prescindere, ancorché di esso la coscienza riesca a cogliere il limite.
Se la coscienza coglie il limite del sistema (universo), ciò significa che non è totalmente ed esclusivamente immersa nel sistema (universo) stesso.
Si dirà, allora, che il soggetto, per il suo collocarsi nel sistema, è “empirico” e la stessa coscienza è empirica, nella misura in cui ha un contenuto determinato.
Per contrario, si intende il soggetto “trascendentale” (e la coscienza “trascendentale”) quando si parla del suo andare oltre il limite che segna il finito.
Ancorché segnato dal limite, tuttavia, il finito non è sostituibile, proprio perché l’innegabile non si colloca in continuità con l’inevitabile, sì che essi non sono fungibili.
Precedenti articoli di questa serie
– Totalità e assoluto (12 ottobre 2025)
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