L’Io dissolto e gli psichedelici

Il rinnovato interesse intorno agli psichedelici si deve in prima istanza a una legittimazione scientifica che ha depotenziato le più intransigenti posizioni nei loro confronti e nei confronti delle droghe in generale. Ma quel che più interessa a una rivista di filosofia del così detto rinascimento psichedelico, è il dibattito che questo nuovo approccio apre e, soprattutto, le indagini intorno alla mente generate dall’utilizzo delle sostanze psichedeliche. Infatti, se non si liquidano ingenuamente come vaneggiamenti gli stati della mente raggiunti e raccontati da chi ha fatto uso di LSD, psilocibina o altre sostanze simili, queste dimensioni consentono di ragionare su aspetti interessanti come il rapporto fra l’io e il mondo, l’interno e l’esterno, il flusso e la staticità degli stati di coscienza.  Continue Reading

La dialettica vero – falso nella Fenomenologia dello spirito (I)

Per riflettere sul tema della dialettica di vero e falso a muovere dalla Vorrede della Fenomenologia dello spirito di Hegel, prendiamo avvio da quello che può venire considerato il punto che introduce direttamente al tema indicato. In tale punto, infatti, Hegel indica come deve venire intesa la «verità filosofica» (Hegel 1976, 1).

Hegel inizia il suo discorso con una precisazione e afferma che tale concetto non può venire adeguatamente espresso in una Prefazione.

Ordinariamente, egli scrive infatti, si è portati a pensare che la verità filosofica, poiché la filosofia «è essenzialmente nell’elemento dell’universalità la quale chiude in sé il particolare» (Hegel 1976, 1), sia reperibile «nel fine e nei resultati ultimi» (Ibidem), poiché in questi si trova espressa «la cosa stessa proprio nella sua perfetta essenza» (Hegel 1976, 1).

Di conseguenza, si tende a pensare che «Rispetto a questa essenza lo sviluppo dell’indagine dovrebbe propriamente costituire l’inessenziale» (Hegel 1976, 1). Continue Reading

Essere oggi, oltre il dualismo

L’essere umano si trova naturalmente in una condizione dualistica: oggi, ad esempio, appare diviso tra reale e virtuale, analogico e digitale. Ma quello del dualismo è un problema che ha sempre coinvolto l’uomo, il quale si trova a metà strada tra trascendenza e immanenza, e fin da Parmenide la filosofia ha sempre sottolineato la divisione interna dell’uomo. Questa scissione è causa di un sentimento di abissale insoddisfazione, di precipiziale frustrazione. Un sentimento che porta a sentirci come spezzati, ad esempio, tra un presente che viviamo ma non sentiamo e due aspetti che non riusciamo mai a raggiungere pienamente: un passato che abbiamo vissuto e resta in noi a livello di ricordo e un futuro che aspettiamo ma che non sappiamo cosa ci riservi. È il pensare al domani, in questo caso, a renderci insoddisfatti, tanto che spesso questa possibilità ci consegna all’immobilità come una pianta o un fiore. Ma se fossimo una pianta o un fiore ci troveremmo nella stessa situazione? Proveremmo lo stesso sentimento di angosciante naufragio?

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La dottrina del miracolo di Adriaan Koerbagh

La credenza nei miracoli, definibili come eventi che modificano l’ordine necessario della natura, costituisce un crocevia fondamentale per quanto riguarda l’adozione di un modello di pensiero trascendente o immanente nella cultura e nella società. Ammettere la possibilità dei miracoli significa escludere un criterio normativo per la lettura dell’ordine del mondo e riconoscere una dimensione non intelligibile capace di modificare in ogni momento la realtà naturale secondo i propri oscuri criteri.
La questione del miracolo è più complicata di quanto si possa pensare [1]. La riflessione su questo argomento ha dovuto fare i conti con concezioni radicate nel senso comune e confermate dal sistema teologico-politico. Con l’avvento del pensiero moderno, la credenza nei miracoli non viene meno se anche un autore come Hobbes riconosce ancora la loro possibilità [2]. Bisognerà attendere un filosofo definito “ateo” e “maledetto” come Spinoza affinché la questione venga liquidata definitivamente in base alla dichiarazione che i miracoli sono impossibili e che essi costituiscono il segno tangibile dell’ignoranza umana [3]. Rispetto a quanto si credeva fino a pochi anni fa, Spinoza non è tuttavia l’unico pensatore che abbia esplicitamente respinto la credenza nei miracoli.

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Il nulla autocontraddittorio (III)

Per riprendere il discorso sull’aporia del nulla (prima e seconda parte, ndr), rileviamo che, a quanto detto nel precedente articolo, viene aggiunta da Severino un’importante precisazione, nella quale si dice che il momento positivo del «significato nulla» (inteso come «sintesi») non è costituito soltanto dall’essere formale, come invece poco prima aveva detto: «Precisando il senso del positivo significare del nulla, si osservi che la positività del significare non è data semplicemente dall’essere (essere formale) del nulla, ma anche dal concreto contenuto semantico che conviene al significato “nulla” in quanto distinto dal significato “essere” (formale)» (La struttura originaria, p. 214). In questo passo, egli vuole dire che anche il concreto contenuto semantico del nulla esprime una positività, per il fatto che ciò che esso concretamente significa non è ciò che concretamente significa l’essere.

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L’intimità terribile

Negli ultimi anni, soprattutto sulla scorta degli studi sulla contaminazione iniziati da Mary Douglas, l’antropologia si è molto occupata del disgusto, emozione di base già ampiamente studiata negli ambiti della psicologia per i suoi interessanti risvolti psico-sociali. In questo articolo riprenderemo alcuni di questi studi per offrire una riflessione filosofica sul ruolo di questa emozione tanto complessa, argomentando come il disgusto possa servire per comprendere meglio il modo in cui il soggetto interagisce con il mondo, co-costruendo se stesso e ciò che lo circonda attraverso sofisticate operazioni classificatorie successivamente incorporate e, iterativamente, messe di nuovo in gioco nell’incessante progetto che è il fare cultura.  Continue Reading

L’aporetica del nulla (II)

Per cercare di individuare come Severino potrebbe rispondere alle domande che gli abbiamo rivolto nel precedente articolo, torniamo dunque all’aporia del nulla. Quello che ci sembra di poter dire è che, per configurarla, non può bastare una formulazione: la si deve legittimare. Se la formulazione usata da Severino traduce effettivamente il principio di non contraddizione, allora anche tale principio andrebbe adeguatamente legittimato, perché chi argomenta su un punto cruciale, un punto sul quale poggia l’intero suo discorso, inclusi gli sviluppi ulteriori di esso, non può permettersi di presupporre alcunché. Continue Reading

Figure del cieco: l’artista e il filosofo in una lettura derridiana

Attraverso Derrida possiamo abbozzare un tentativo di decostruire la semantica del visibile insita allo sforzo filosofico come sia profondamente strutturata nell’impensato della cecità come contraltare gnoseologico-estetico per ripensare la condizione del filosofare, simile a quella dell’artista che lavora sulla soglia tra visibile e invisibile.

Through Derrida we can sketch an attempt to deconstruct the semantics of the visible inherent in the philosophical effort as it is deeply structured in the unthought of blindness as a gnoseological-aesthetic counterpart to rethink the condition of philosophizing, like that of the artist who works on the threshold between visible and Invisible.  Continue Reading

Socrate, giustizia in atto

L’accusa di essere empio corruttore dei giovani determina la condanna di Socrate davanti al tribunale ateniese. L’accettazione serena della pena e l’obbedienza alla legge della città, fino alle sue estreme conseguenze, sono l’ultimo atto di un uomo che nel corso della sua vita ha sempre preferito subire ingiustizia piuttosto che commetterla. La morte virtuosa di Socrate lascia un segno profondo nei suoi seguaci: come Platone, anche lo storico Senofonte scriverà una appassionata Apologia del maestro. Ma la difesa più riuscita della figura socratica si trova in un’opera senofontea troppo spesso trascurata, i Detti memorabili di Socrate, che ci restituiscono un vero maestro di virtù, di politica e delle cose umane. Dove si mostra che i fatti hanno un valore maggiore rispetto alle parole: se si possono dire cose giuste ed essere ingiusti, è impossibile essere ingiusti se si fanno degli atti giusti. Essere giusti dunque significa sempre e comunque evitare atti ingiusti.
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