Essere oggi, oltre il dualismo

L’essere umano si trova naturalmente in una condizione dualistica: oggi, ad esempio, appare diviso tra reale e virtuale, analogico e digitale. Ma quello del dualismo è un problema che ha sempre coinvolto l’uomo, il quale si trova a metà strada tra trascendenza e immanenza, e fin da Parmenide la filosofia ha sempre sottolineato la divisione interna dell’uomo. Questa scissione è causa di un sentimento di abissale insoddisfazione, di precipiziale frustrazione. Un sentimento che porta a sentirci come spezzati, ad esempio, tra un presente che viviamo ma non sentiamo e due aspetti che non riusciamo mai a raggiungere pienamente: un passato che abbiamo vissuto e resta in noi a livello di ricordo e un futuro che aspettiamo ma che non sappiamo cosa ci riservi. È il pensare al domani, in questo caso, a renderci insoddisfatti, tanto che spesso questa possibilità ci consegna all’immobilità come una pianta o un fiore. Ma se fossimo una pianta o un fiore ci troveremmo nella stessa situazione? Proveremmo lo stesso sentimento di angosciante naufragio?

Nel corso del XIX secolo il filosofo danese Soren Kierkegaard ha utilizzato una metafora tratta dal mondo vegetale per definire uno stato di immanenza capace di spezzare il dualismo. Per Kierkegaard, infatti, quella condizione di essere spezzato tra passato, presente e futuro, che genera angoscia, ci porta lontano da noi stessi e dalla nostra stessa essenza. Dovremmo allora fare qualcosa di diverso per superare questo stato di cose: «impariamo dal giglio e dall’uccello, quali maestri, il silenzio, impariamo a tacere. Infatti, è senz’altro il parlare che distingue l’uomo dall’animale, e ancor più dal giglio», scrive Kierkegaard in Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo, una breve orazione religiosa pubblicata per la prima volta nel 1849. Il silenzio però non deve illudere perché allude comunque a qualcosa. Esso, infatti, è ancora una forma di linguaggio, è assenza di parola e in quanto tale è segnato da questa mancanza. Il silenzio verso cui esorta Kierkegaard è il silenzio originario del giglio che non ha mai parlato e non sa neppure cosa significhi parlare. Il giglio non ha mai bramato esprimere sé attraverso il linguaggio perché è un essere che non desidera nulla e il desiderio altro non è che l’invenzione dello sconforto ed è quello che ci caratterizza. Il giglio non desidera nulla perché è lontano dal dire “io”. Non sa cosa sia “io”. Annullare sé di fronte a se stessi e scomparire completamente nel nulla, rendere il proprio sé nulla nel suo significato più radicato, farsi nulla, o ni-ente, nulla di ente, di fronte a Dio. Parlare è il vantaggio dell’uomo sugli altri animali e sul giglio, afferma Kierkegaard, ma parlare è un vantaggio che l’uomo ha a patto che sappia tacere, tacere veramente.

Dobbiamo dunque imparare il tacere: che non vuol dire non avere niente da dire ma l’impossibilità del dire. Il tacere è un’arte che nasce dal fatto che si può parlare ed è un’arte tanto grande proprio perché la tentazione di parlare ci tenta con tanta facilità. Per Kierkegaard è in questo silenzio estremo che sta quell’inizio che è prima di tutto cercare il regno di Dio. Per l’uomo quindi essere silenzioso è principalmente smettere di dire “io”. Ecco l’insegnamento del giglio nel prato: esso non anela perché, chi anela qualcosa, vorrebbe essere diverso da come è e quindi desidera solo chi è portato a cogliere se stesso come separazione, frattura, crepa e vive la propria condizione esistenziale come assenza di qualcosa di altro da se stesso. Il gesto di affermare continuamente “io” si inserisce invece in una struttura lavorativa fatta di sforzo, di corruzione e soprattutto desideri, di tormenti e livori, ma anche di attese e frustrazioni. Nel silenzio, insomma, si può dire che si gioca una partita, la partita del linguaggio che si quantifica attraverso la volontà di parlare, dire e in qualche modo oggettivare il mondo per soggettivare se stessi. 

Il passo da fare sarebbe allora quello di tentare di superare il dire e trasformarsi in qualcuno che ascolta. Cosa dovrebbe però ascoltare qualcuno che deve essere ascolto, senza dire “io”? Naturalmente non dovrebbe ascoltare altri discorsi, altro linguaggio. Ma neppure la preghiera o la parola di Dio, perché non sarebbero altro che altre parole. Dio per Kierkegaard non parla perché non ha la volontà di parlare, non ha bisogno di dire “io” per essere, è già. Così come non parla il giglio nel campo che tace e attende, non chiede “quando arriverà la primavera?” perché sa che arriverà a tempo debito e che non gli sarebbe di nessuna utilità saper fissare le stagioni dell’anno. Fare silenzio e porsi come uno che ascolta vuol dire prendere parte senza desideri, senza volontà, allo svolgersi della vita, al dispiegarsi silenzioso del mondo.

Ciò verso cui bisogna tendere è allora non pensare di vivere come un giglio, perché questo sarebbe impossibile, quanto respirare la vita che ci si trova a vivere senza un domandare ulteriore, senza un pensiero sul futuro, ed entrare a far parte di questo sentire la vita intensamente. Come Gilles Deleuze si chiede “cosa può un corpo?”, perché quello che può è davvero insospettabile, così noi dobbiamo lasciare libero sfogo a ciò che in noi resta di animale, liberarci della parola “io” e tornare ad essere ciò che eravamo. “Divenir-animale”, come lo chiama Kierkegaard, è quel processo che porta un “io” a cercare di liberarsi di quello stesso “io”. Solo l’uomo può tornare a essere quello è perché gli altri già lo sono nel momento. Il giglio non si domanda come si diventa fiore, lo è in questo momento. La ninfea non si chiede come si sboccia, lo fa nonostante tutto. L’uomo invece è il solo essere che pensa a se stesso come a un essere dicotomico, diviso tra la trascendenza del domani e l’immanenza di un presente che gli sfugge continuamente, tra un essere e un dover essere che non si incontrano mai. Il giglio, al contrario, ma anche la ninfea o qualsiasi altro animale, vivono la propria vita fino in fondo, fino al limite massimo e mettendoci tutto il vigore e l’energia che gli sono possibili; e si trovano a vivere la vita che vivono, senza domandarsi se avrebbero potuto viverne un’altra, vivono una vita che non hanno scelto, ma anche se avessero avuto la possibilità di scegliere un’altra vita non avrebbe fatto differenza e probabilmente avrebbero scelto la stessa vita. Il giglio è se stesso nonostante l’ambiente faccia di tutto per impedirgli di sbocciare ed è se stesso sempre e comunque e fa esplodere la sua bellezza anche se intorno ha solo macerie. Non si domanda perché sia nato in un terreno poco fertile, non si chiede perché è spuntato in un campo battuto dal vento. Il giglio è obbediente al volere di Dio e per questo spensierato. “Osserva l’erba nel campo – scrive Kierkegaard – che è oggi”. È la gioia. Essere la gioia è diverso dal provare gioia: solo chi dice “io” ha stati d’animo e prova qualcosa. Ma provare la gioia significa ancora una volta porre una barriera dualistica fra noi e la gioia. Essere gioia è essere davvero oggi, essere presenti a se stessi in un oggi senza nessuna preoccupazione per il domani. Non è leggerezza o superficialità quella del giglio, è silenzio e obbedienza.

L’oggi dell’essere davvero oggi non è l’oggi che si inframmezza fra uno ieri e un domani; non è un oggi storico, cronologico, inchiodato dentro un calendario. È un oggi senza domani e senza ieri. È ora e basta. Il giglio vive solo un giorno perché è ora. Il suo è un giorno breve per giunta, eppure è gioia perché è davvero oggi. Essere gioia è essere incondizionatamente ora. Essere tutt’uno con la vibrazione del mondo. Essere davvero oggi significa essere intrecciati con l’infinito essere del piano di consistenza. Solo a questo a punto forse potremmo pensare di aver realmente annullato ogni dualismo.

Riferimenti bibliografici

Kierkegaard, Søren. 2011. Il giglio nel prato e l’uccello nel cielo. Roma: Donzelli editore.

 

Photo by Deyan Sight on Unsplash

Insegnante di Filosofia e storia nei licei umbri, è autore del libro "L'amore, la violenza e la filosofia", pubblicato nel 2022 da Arcana edizioni. Il suo interesse è concentrato soprattutto sul rapporto tra i mezzi d'intrattenimento e la filosofia.

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