Fondamento e sistema empirico-formale (IV)

Intendiamo concludere la riflessione svolta nei precedenti articoli, e dedicata al tema del fondamento nonché alla sua innegabilità, mediante un’ultima considerazione, che riteniamo vada riservata al sistema empirico-formale.

Per quale ragione? Per la ragione che tale sistema, da un lato, richiede il fondamento come emergente, perché solo se assoluto esso è autentico fondamento.

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Uno Spinoza tantrico

Che Spinoza fosse considerato l’ospite orientale della filosofia occidentale lo sapevamo già con Hegel. Che Spinoza, insieme a Bruno, fosse idealmente nato e cresciuto sulle rive del Gange lo aveva intuito Schopenhauer. Che Spinoza fosse, nel contesto dell’ampio mondo della spiritualità vedica, affine alla famiglia del tantrismo, lo stiamo imparando mano a mano che la conoscenza delle filosofie orientali progredisce in Occidente. Questo grazie anche ad un serio approccio al significato dello yoga, pratica meditativa tesa ad unire mente e corpo. 

Così, una volta uniti tutti questi puntini, si ottiene quello che Andrea Sangiacomo, un giovane filosofo italiano in servizio presso un’università olandese, ha definito, in un suo libro di recente pubblicazione, Lo Yoga di Spinoza con il sottotitolo significativo di pratica della potenza ed esperienza dell’infinito.

Lo yoga è una disciplina antichissima che unisce pratiche fisiche, mentali e spirituali con l’obiettivo di raggiungere equilibrio, consapevolezza e benessere interiore. Il termine yoga deriva dalla radice sanscrita yuj, che significa “unire” o “congiungere”, riferendosi all’unione di corpo, mente e spirito. Numerosi sono i tipi di yoga della tradizione orientale di cui solo una parte sono conosciuti in occidente. Bene dunque ha fatto l’autore ad intitolare il suo libro lo Yoga di Spinoza, cercando di individuare la pratica che meglio si accorda alla teoria dello spinozismo. Continue Reading

Il pensiero che dimentica la necessità del pensare

Nell’articolo “I sentieri e la palude” abbiamo cercato di mettere in evidenza che una questione dell’essere, che non sia al tempo stesso una questione della coscienza, conduce ad aporie inevitabili. Quando un’aporia non viene vista, e quindi viene subìta dal pensante, si producono pensieri e visioni del mondo che portano inevitabilmente a posizioni che non solo risultano contraddittorie, ma riverberano negativamente nell’esperienza vissuta degli uomini.

Nell’articolo “La macchinazione e l’inganno dell’esperienza vissuta” viene posto in evidenza come il pensiero moderno, cadendo nell’oggettivazione dell’essere nell’ente, giunga a ciò che Heidegger chiama “macchinazione”, che è il pensiero dominante l’attualità. Anche la coscienza cade in questa oggettivazione, con la conseguenza che le filosofie della coscienza che risultano da questa impostazione immettono anche la coscienza stessa nella macchinazione, riducendola a mera funzione coscienziale, e dunque a semplice presenza.

Obiettivo di questo articolo è mostrare, con l’ausilio del testo dei Quaderni Neri 1938/1939, che la critica di Heidegger alle filosofie della coscienza non riguarda l’Idealismo tedesco. Nei confronti di questa filosofia, entro la quale intendiamo quel movimento di pensiero che va da Kant a Hegel, da un lato Heidegger prende le distanze, da un altro lato ne cattura un valore che non è, come quello del pensiero moderno, oggettivistico, e quindi nel caso specifico “coscienzialistico”, ma metafisico, nel senso heideggeriano della storia dell’essere. Continue Reading

Essere oggi, oltre il dualismo

L’essere umano si trova naturalmente in una condizione dualistica: oggi, ad esempio, appare diviso tra reale e virtuale, analogico e digitale. Ma quello del dualismo è un problema che ha sempre coinvolto l’uomo, il quale si trova a metà strada tra trascendenza e immanenza, e fin da Parmenide la filosofia ha sempre sottolineato la divisione interna dell’uomo. Questa scissione è causa di un sentimento di abissale insoddisfazione, di precipiziale frustrazione. Un sentimento che porta a sentirci come spezzati, ad esempio, tra un presente che viviamo ma non sentiamo e due aspetti che non riusciamo mai a raggiungere pienamente: un passato che abbiamo vissuto e resta in noi a livello di ricordo e un futuro che aspettiamo ma che non sappiamo cosa ci riservi. È il pensare al domani, in questo caso, a renderci insoddisfatti, tanto che spesso questa possibilità ci consegna all’immobilità come una pianta o un fiore. Ma se fossimo una pianta o un fiore ci troveremmo nella stessa situazione? Proveremmo lo stesso sentimento di angosciante naufragio?

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