La scienza dell’espressione infinita

Borges, nei celebri versi dedicati a Spinoza, lo esprime in modo efficace ed evocativo: «Qualcuno costruisce Dio nella penombra». Non è stato il solo, fortunatamente. Chi, rifiutando l’idea del cristallo o della cattedrale di ghiaccio, cioè come un complesso chiuso e definitivo, ha considerato la filosofia di Spinoza come un sistema nel suo formarsi, è stato un giovane studioso italiano, Fausto Meli, vissuto negli anni tra le due guerre mondiali e scomparso in modo prematuro a soli 22 anni. Di lui abbiamo poche notizie se non che fosse siciliano, insegnante di Filosofia all’Istituto Magistrale di Trapani, e che avesse studiato per un periodo alla scuola Normale di Pisa. I suoi scritti sono tre: uno sul pensiero politico e religioso di Fausto Socino; un altro su Jacopo Aconcio; un terzo sulla metafisica razionalistica di Spinoza. Tutti e tre i saggi sono raccolti nel volume intitolato Spinoza e due antecedenti italiani dello spinozismo, editi da Sansoni nel 1934 con prefazione di Giuseppe Saitta. Nell’ultimo saggio, troviamo una tesi originale quanto ben argomentata: quella secondo cui la filosofia di Spinoza non è scienza delle cose eterne, ma di ciò che ha interesse e valore, che distingue «tra una scienza che si giova di proposizioni che descrivono l’oggetto come esso è fuori dell’intelletto, ed una che si giova di definizioni che spiegano l’oggetto come è concepito o può essere concepito da noi» (p.100).

Contro il dualismo e il metodo del dubbio cartesiano
La filosofia di Spinoza è presentata nel suo carattere anticartesiano. In primo luogo il rifiuto del dualismo di oggetto e rappresentazione, posto il quale è impossibile giungere alla conoscenza vera. Il massimo che si possa fare, se si assume questa prospettiva, è arrivare all’idea come pittura muta, dice Spinoza, ovvero l’idea come copia di una realtà eminente ma solitaria, dice Meli. La filosofia di Cartesio si arresta all’idea chiara e distinta, la quale lascia il residuo dell’oggetto esterno, causa dell’incompletezza della conoscenza. Essa infatti, con il dualismo di oggetto e rappresentazione, ha bisogno di un segno, quello relativo all’impressione della realtà oggettiva dell’ideato; ma il segno non è mai, e non potrà mai essere, garanzia di verità. Da ciò il ricorso ultimo alla veracità divina come fondamento estrinseco della realtà.

Il carattere anticartesiano della filosofia di Spinoza si esprime poi nel rifiuto del dubbio metodico. Esso infatti altro non è che finzione giuridica, in quanto è impossibile sospendere il giudizio e fingere di non sapere ciò che si sa. Cercare la certezza per la certezza (il cogito) non significa nulla se prima non si è stabilito che cosa debba essere cercato. Per questo, scrive Meli, «l’argomento cartesiano del cogito si avvolge in un circolo da cui è preclusa l’uscita se non si ricorre all’attività produttiva del pensiero, che può elaborare dei concetti la cui verità è garantita non da un’intima ineffabile certezza, ma dell’espansione stessa che la mente fa delle sue forze native» (p.101).

L’idea adeguata ovvero della necessità
Il motivo fondamentale della filosofia di Spinoza è da ricercare nel problema dell’idea adeguata che si aggiunge all’idea chiara e distinta. In questo consiste la sua originalità e il passo avanti rispetto a Cartesio. Nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto quell’idea adeguata prende il nome di idea vera data, formula che contiene un termine (“data”) facilmente equivocabile con qualcosa che debba provenire dall’esterno. In realtà quel termine indica solo ed esclusivamente la necessità, carattere in cui consiste quell’idea, e la rinuncia a formule di mediazione o di immediatezza. Spinoza lo esprime in modo esplicito con l’idea di Dio, la quale deve essere intesa come necessità assoluta del sapere, e non, come voleva Cartesio, come ente perfettissimo. Sicché, spiega Meli, intendere l’idea vera data significa intendere la sua unicità, in modo tale che non vi possano essere altre idee con la quale essa debba essere confusa. L’indagine sulla natura dell’idea data sfocia in un pluralismo (questo Meli non lo dice ma lo lascia intendere) che trova unità nel principio della verità (verum index sui et falsi). Non bisogna pensare però che la necessità intelligibile si opponga all’esistenza di fatto. L’unità della sostanza si realizza piuttosto, dice Meli, attraverso l’unità dei suoi attributi. Per questo egli conferisce massima importanza al processo del conoscere che Spinoza definisce come il corretto ordine del filosofare. Tale ordine consiste nel vero metodo coincidente con l’idea dell’idea, autentico nodo della sua filosofia, da cui si muove lo sviluppo del pensiero come incremento continuo di realtà.

Intendere la scienza intuitiva
La scienza intuitiva provvede lo strumento per adeguare l’intelletto finito alla natura infinita, dice Meli, senza pretendere tuttavia che la natura si riveli sempre e definitivamente. Pensare che essa ci fornisca una sorta di rivelazione significa male intendere il sistema di Spinoza. Se si interpreta l’intuizione come unico organo della filosofia, le attribuiamo un ruolo formale e astratto che lo stesso filosofo rifiuta. A questo serve l’esempio dei tre numeri che Spinoza usa per descriverla : «Dati per esempio i numeri 1,2,3 non è chi non veda che il quarto numero proporzionale è 6, e ciò molto più chiaramente, perché concludiamo il quarto numero dallo stesso rapporto che vediamo con un solo sguardo tra il primo e il secondo» (E2P40 ma anche TIE §23 e KV II, 1-3). Esempio chiaramente insufficiente con il quale egli vuole indicare la conoscenza nella sua vuota formalità. Ma per comprendere ciò bisogna considerare nel sistema tutte le sue opere, a partire dal Trattato teologico politico, e abbandonare l’idea secondo cui il Trattato sull’emendazione dell’intelletto contiene la ricerca del metodo della verità e l’Etica la verità: cosa che, attribuendo importanza assoluta a quest’ultima, finisce per svalutare l’altra insieme a quell’altra opera fondamentale che è il Breve Trattato (KV). «Intesa tra queste due opere l’Etica ci appare non come l’enunciazione dogmatica della verità ma conquista; non castello già costruito, ma opera continua di costruzione» (p.135).

Elevazione intellettuale non sistema pronto
Tutto ciò per Meli è quello che si deve intendere come razionalismo spinoziano: non costruzione dommatica ma opera di elevazione intellettuale. Opera dalla quale vengono estrapolate alcune questioni decisive.
In primo luogo il rapporto tra sostanza infinita e cose particolari: qui non si tratta di dedurre le cose particolari (non ha luogo cioè la critica hegeliana dell’acosmismo), in quanto la loro esistenza appare contingente finché la mente non si sia elevata ad un concetto adeguato della realtà.
In secondo luogo il vero senso della necessità, intesa non come coazione ma come impossibilità del contrario; in altre parole, usando una formula del Cusano, si deve dire quod esse non potest, non est, soltanto ciò che è può realizzarsi. Detto altrimenti, non esiste se non ciò che può essere: principio che elimina in radice qualsiasi contingenza, fondamento a sua volta di quella conoscenza inadeguata che è l’immaginazione.
In terzo luogo, l’idea per cui il contingente non è un momento positivo ma vive eternamente nel seno della necessità assoluta. Dio non solo non è dato con un colpo ma esso è già presente, sebbene conquista continua e continua adeguazione dell’intelletto.

Meli conclude con un pensiero che riassume perfettamente lo spirito dello spinozismo e che vale citare per intero: «Estendere agli altri il proprio interesse, la propria razionalità, è il mezzo migliore per l’uomo di mostrare la propria potenza: ciò che non entra in comunione con noi non ci porta né bene né male, non ci soccorre nel nostro sforzo di realizzazione del bene. Qui, in questo tendere della mente alla perfezione di sé e degli altri, vive Dio: nell’amor Dei intellectualis si realizza la sostanza spinoziana. Essa non è tanto una categoria logica, una nozione che basta avere nell’intelletto, simbolo o segno di una corrispondente realtà oggettiva ed eminente, quanto un ideale da attuare» (p.180). Non dunque sistema architettonico ma sistema organico: il razionalismo di Spinoza è ancora ben lungi dal considerarsi compiuto.

Riferimenti bibliografici
– Meli, Fausto. 1934. Spinoza e due antecedenti italiani dello spinozismo. Firenze: Sansoni.

3 Comments

  1. Del volume del Meli nel 1935 scrive una recensione (entrata nella storia della storiografia italiana) Delio Cantimori. Cantimori definisce, con non poca ironia, lo studio “l’opera migliore e più caratteristica” (p. 86) della Scuola del Saitta e della Normale di Pisa. La critica che lo storico muove all’autore è quella di aver dato una interpretazione “generica e non storicamente fondata” (p. 87) dell’insegnamento sociniano. Il Meli, pur mosso da “passione per la verità”, non aveva colto la differenza radicale tra i presunti precursori di Spinoza e Spinoza stesso: “il razionalismo sociniano è di carattere morale-giuridico, non di carattere filologico-ermeneutico” (p. 88). Per comprendere l’eventuale affinità tra sociniani e Spinoza si sarebbe dovuto, così notava Cantimori, ricostruire i reali rapporti tra i gruppi di eretici, i documenti dispersi “ai quattro canti d’Europa” e conoscere a fondo le dispute teologiche del tempo. Proprio per confutare la tesi azzardata del Mieli, Cantimori comincia a lavorare, conducendo ricerche minuziose negli archivi di mezza Europa, agli scritti che raccoglierà in quello che diverrà un capolavoro della storiografia: “Eretici italiani del Cinquecento” (1939).

  2. Nota molto interessante che riguarda la prima parte del libro di Meli, quella relativa a Socino ed Aconcio (gli antecedenti italiani dello spinozismo, secondo l’autore), e non la parte specifica su Spinoza oggetto del mio articolo. A questo punto invito Eleonora ad inviarci un intervento più dettagliato sulla questione di cui sopra. Non sono nelle condizioni di esprimere un giudizio in merito. Però un’impressione ce l’ho: un giovanissimo studioso di appena 20 anni avrebbe meritato, per saggi così innovativi ed originali, incoraggiamenti anziché bacchettate. Invece, le solita prassi dell’università italiana del parlare alla nuora perché la suocera intenda (Cantimori fu oltretutto allievo del Saitta alla Normale di Pisa da cui si era poi allontanato).

    1. Condivido in toto il tuo articolo, sottolieneando però che la parola “intellectualis” va letta nel suo significato etimologico e che parola “Dei” in Spinoza equivale a tutte le cose che sono in Dio, ovvero a Natura.

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