Spinoza “l’idealista”

Sono numerosi i modi per affrontare la filosofia di Spinoza e il primo a dimostrarcelo è stato lo stesso Spinoza. Dal Trattato sull’emendazione dell’Intelletto ai Cogitata Metafisica, dal Breve Trattato all’Etica, Spinoza sperimentò diverse strade per comunicare quella che in più parti della sua produzione scritta chiamava «la mia Filosofia». L’Etica, per vari motivi, è l’opera che ha avuto più successo, imprescindibile per qualsiasi aspetto della sua dottrina. Tuttavia, per una certa sua maggiore semplicità ed ingenuità nel porre le questioni, il Trattato sull’Emendazione dell’Intelletto è sicuramente un libro che andrebbe maggiormente approfondito. Come sanno coloro che frequentano questo autore, si tratta un testo interrotto proprio sul più bello per via di una insanabile contraddizione interna (per chi volesse approfondire la questione rimandiamo alla nostra Introduzione fatta qualche tempo fa). In realtà proprio l’ordine degli argomenti attorno ai quali è strutturata l’opera consente di comprendere uno degli elementi chiave della filosofia di Spinoza: il concetto dell’idea. Sgombriamo il terreno da ogni equivoco (anche in riferimento al nostro titolo): l’idealismo di Spinoza non ha nulla a che fare con quello di Hegel e dei suoi discepoli. Tanti sono i motivi che lo differenziano e il principale è il fatto che quella di Spinoza non è una filosofia del soggetto all’interno del quale si svolge il teatro del mondo. Il suo idealismo (se questo termine si deve usare a motivo della centralità dell’idea) consiste in una concezione dell’idea che, diversamente da Cartesio, esprime l’oggetto nei termini classici e scolastici dell’adeguazione: non solo cioè il criterio della chiarezza e della distinzione (da cui scaturisce la certezza dell’idea) ma anche il riferimento ad un qualcosa di immediato che, espresso nei termini della più radicale immanenza, restituisce al soggetto non solo certezza ma anche verità. 

La coincidenza di intelletto e volontà
L’idea è in primo luogo legata alla percezione. L’individuo, nel momento in cui percepisce, ovvero quando viene a contatto con altri corpi esterni, produce delle idee. La percezione, e quindi la formazione delle idee, è un processo necessario proprio a motivo di questo suo dipendere da cause esterne. Bisogna su questo porre attenzione: l’idea legata alla percezione mantiene una conoscenza parziale della realtà in quanto legata a percezioni che provengono da corpi finiti e le idee che ne nascono sono inadeguate proprio perché corrispondono a tale parzialità. Ora le percezioni, ossia le affezioni, producono opinioni che si accordano alle corrispondenti modificazioni del corpo. Le affezioni diventano cioè volizioni le quali (per effetto di quanto detto in precedenza) determinano l’agire. Su questo aspetto la distanza dalla filosofia di Cartesio e dal sentire comune degli individui è particolarmente significativa. Sia perché le idee inadeguate e confuse conseguono con la stessa necessità delle idee adeguate e distinte (tanto da potersi costruire anche  una serie scientifica), a differenza di Cartesio che riteneva invece che le idee inadeguate si producessero a caso; sia perché per Spinoza non esiste una facoltà chiamata volontà e l’uomo non può agire oltre quelle specifiche volizioni determinate dalle idee, a differenza di Cartesio per il quale l’agire umano è spiegato non solo da quelle affezioni/volizioni ma da una facoltà, chiamata volontà, che spiega l’agire in base al libero desiderio dell’uomo. Se per Cartesio la volontà si estende oltre l’intelletto, per Spinoza il perimetro della volontà è uguale a quello dell’intelletto e su questo il filosofo olandese si sofferma in modo particolare per sottolineare gli effetti benefici della conoscenza di tale dottrina (cfr. lo scolio di E2P49).

Non solo chiare e distinte ma anche adeguate
Noi però vogliamo sapere delle idee adeguate che sole ci promettono la verità. Per farlo bisogna insistere sulla necessità delle idee inadeguate. A quanto detto in precedenza si deve aggiungere che i corpi esterni ci vengono dati attraverso le affezioni dei nostri corpi in quanto quello che giunge alla nostra mente non è il corpo esterno ma la modificazione del nostro corpo indotta dal corpo esterno. La domanda che ci si deve porre è la seguente: perché, non potendo noi percepire il corpo se non attraverso le sue affezioni, ciò che troviamo di comune in queste affezioni possiamo conoscerlo in modo adeguato? La risposta risiede nel fatto che questo qualcosa di comune si dà in modo identico in tutte le affezioni, sicché se le idee di queste affezioni sono inadeguate, le idee di ciò che è comune a tutte le affezioni sono necessariamente adeguate. Ma a questa risposta si deve aggiungere un’altra domanda: cos’è allora questo qualcosa di comune in tutti i corpi, nella parte e in ciascuna affezione corporea? Spinoza scrive nel corollario di E2P38 che «tutti i corpi convengono in certe cose che devono essere percepite da tutti adeguatamente, ossia in modo chiaro e distinto». Queste certe cose nelle quali tutti i corpi convengono non è nient’altro che l’estensione (uno dei due attributi della sostanza), definita come relazione tra moto e quiete: la conclusione quindi è che, comunque ci vengano date queste affezioni, in esse percepiamo sempre un certo rapporto tra il moto e la quiete. E questa percezione di ciò che è comune è necessariamente adeguata come viene detto in E2P39 secondo cui «nella mente sarà adeguata anche l’idea di ciò che è comune e proprio al corpo umano e a certi corpi esterni dai quali il corpo suole essere affetto, e che si dà ugualmente nella parte e nel tutto di ciascuno di questi». Nel corollario della stessa proposizione Spinoza avrà cura di specificare che «la mente è tanto più atta a percepire adeguatamente più cose, quante più cose il suo corpo ha in comune con gli altri corpi». La formazione delle idee adeguate è sempre legata ad una dimensione reale, materiale, potremmo dire di immedesimazione con il pensato. L’idea adeguata, a differenza di quella chiara e distinta di Cartesio, non ha più a che fare solo con il soggetto, con quell’Io pensante, ingombrante e petulante, ma con un qualcosa che, trascendendo l’individuo, si scopre in sé come già di tutto fornito: appunto idea vera data, come aveva osservato in quel trattato giovanile sull’intelletto. 

Vero è ciò che si modifica per adeguarsi all’oggetto
Il punto di partenza fondato sull’idealismo spinoziano ci aiuta a meglio comprendere anche l’essenza della verità. Spinoza sostiene che chi ha un’idea vera sa nello stesso tempo di avere un’idea vera e non può dubitare della verità della cosa stessa (E2P43). Anche questa affermazione è quanto di più distante si possa avere dalla filosofia cartesiana in quanto filosofia fondata sul dubbio e sul cogito. Nello scolio la critica si rende palese: «avere un’idea vera infatti non significa altro che conoscere perfettamente (…) e di questa cosa nessuno può proprio dubitare, a meno che non ritenga l’idea qualcosa di muto, come la pittura di un quadro», cioè le idee come mere rappresentazioni secondo quanto riteneva Cartesio. L’idea vera è quindi indice di se stessa e del falso: se qualcuno possiede la verità, questo significa che non può dubitare di averla. Alla verità non si arriva con un percorso e con un metodo, ma si scopre di essere e di abitare fin da sempre nella verità.
Rispetto a ciò, si può certo obiettare che si dia qualcuno che, immerso nella falsità, possa immaginarsi di essere nella verità. Come risolvere questo problema? In un’altra delle sue opere “minori”, il Breve Trattato (KV), Spinoza ci fornisce un’indicazione molto utile. Il criterio che distingue uno che sta nella verità rispetto ad uno che fa finta di esserci, è il fatto che il vero e il falso si modificano in modo diverso e cioè «l’uno si modifica facilmente e l’altro no» (KV II, 16). Questa affermazione deve essere intesa nel senso che colui che più facilmente viene modificato dall’oggetto è più perfetto (quindi vero) perché, accogliendo un numero più alto di modificazioni, riesce meglio ad essere adeguato all’oggetto (ricordiamo il corollario di E2P39 prima citato secondo cui «la mente è tanto più atta a percepire adeguatamente più cose, quante più cose il suo corpo ha in comune con gli altri corpi»). Questa modificazione è a sua volta in vista di una maggiore stabilità, ovvero: quanto più io riesco a modificarmi sull’oggetto, tanto più io ho consapevolezza di me stesso. Al contrario, colui che meno ha capacità di ricevere (e quindi di patire), non riuscendo a modificarsi in relazione all’oggetto in modo adeguato, avrà una consistenza molto minore finendo per essere preda di qualsiasi evento, costantemente variabile e volubile. Quell’affermazione («l’uno si modifica facilmente e l’altro no») non significa altro allora che l’individuo non ha consistenza al di fuori dell’idea vera data di cui, propriamente, è parte. In una lettera indirizzata a un suo amico (Bouwmeester), Spinoza ribadisce che con tale dottrina egli ha dimostrato e spiegato il vero metodo. Per raggiungerlo però non basta il solo intelletto ma è necessaria un’assidua meditazione e un proposito fermissimo. E come se non bastasse Spinoza aggiunge altre due condizioni: stabilire una regola di vita e un fine determinato nella vita. Il corpo cioè non è mai separato dalla mente e la verità è una residenza nella quale abitano entrambi. 

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