L’anno appena trascorso ha visto la definitiva affermazione dell’ideologia, dei valori e della politica ispirata alla tecnocrazia. In cosa consistono i suoi principi fondamentali e quali sono le idee che questo movimento di pensiero intende affermare?
Noi di RF abbiamo cominciato ad occuparcene analizzando uno dei testi più rappresentativi, Il momento straussiano, del tedesco naturalizzato americano Peter Thiel, direttore di Palantir, società americana che sviluppa software per l’intelligenza artificiale. Dopo il nostro articolo sono seguiti numerosi contributi sulla stampa italiana e internazionale, perfino la traduzione italiana del saggio in questione.
Alla luce del dibattito che ne è seguito, e di una maggiore conoscenza delle idee del personaggio, quell’articolo, incentrato sulla confutazione degli argomenti di Thiel fondati sull’utilizzo parziale, e di fatto equivoco, della dottrina escatologogica di René Girard, oggi non lo riscriveremmo. Appaiono infatti del tutto inutili le discussioni e le analisi su chi si serve di Schmitt, di Leo Strauss e dello stesso Girard, per distogliere l’attenzione sul significato e le conseguenze (allarmanti) delle proprie teorie. Non facciamo difficoltà ad immaginare come, a leggere le tesi di Thiel, i tre grandi filosofi della politica del novecento si siano letteralmente rivoltati nella tomba. Meglio dunque lasciarli in pace e cercare in altri luoghi le influenze esercitate su tale pensatore.
I Tecnocrati americani tra le due guerre mondiali
La direzione verso cui guardare per comprendere le idee degli attuali tecnocrati si trova piuttosto in un movimento nato negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali. Ispirato dalle dottrine dell’economista e sociologo Thorstein Veblen (1857-1929), il movimento, diretto da un gruppo di ingegneri, era contraddistinto da una prospettiva di stampo materialistico, nazionalistico (una sorta di America first ante litteram) e apocalittico.
I valori e i principi fondamentali della Tecnocrazia erano contenuti in un corso di ventidue lezioni, un vero e proprio catechismo per i suoi follower, fondato sullo studio dell’energia e di come, la sua distribuzione e il suo uso, fosse il principale motore dello sviluppo umano.
Il programma dei Tecnocrati si proponeva di abolire il sistema dei prezzi e di porre fine al controllo privato delle risorse naturali. In questo senso la fiducia nei valori del mercato e del libero commercio era ad un livello molto basso: il loro scopo infatti era quello di controllare il meccanismo alla base della formazione della domanda e dell’offerta, il cui libero svolgimento era ritenuto la principale fonte di instabilità economica e sociale. La fluttuazione dei prezzi, tipica di un sistema capitalistico, era ritenuta addirittura più pericolosa della guerra: compito principale del credo tecnocratico era quello di controllarla per minimizzare l’inefficienza del mercato a favore della ferrea disciplina della macchina. La figura fondamentale in questo quadro era quella dell’ingegnere, chiamato ad esercitare il compito di guida morale e politica della società.
La diffidenza nei confronti della democrazia e del liberalismo era profonda (la mente liberale era definita come «aperta su entrambi i lati e che non contiene niente») in un contesto in cui il fascismo non era considerato il peggiore dei mali. Anzi, si potrebbe dire che per loro non era poi così insultante, come qualcuno ha detto di recente.
La riaffermazione politica e culturale dei valori americani era un altro degli scopi perseguiti: «La Tecnocrazia è pronta a salvare la civilizzazione americana, nel momento in cui la democrazia si rivelerà incapace di affrontare le sue inerenti forze distruttive» con la conseguenza di mettere tutto il continente americano sotto la grande custodia tecnologica statunitense. Di fatto, una rivisitazione della Dottrina Monroe del 1823 che, considerando ostile qualsiasi interferenza straniera, proclamava «l’America agli americani».
Altri ancora erano i temi del movimento: il nazionalismo e il sentimento anti immigrati; un certo anti intellettualismo; l’idea che il Big business, le banche, la borsa, sono i grandi burattinai che governano la scena mondiale; la storia qualcosa di cui diffidare in quanto scritta da studiosi di parte. Non ci sorprenderebbe scoprire che i tecnocrati fossero anche degli antisemiti.
Dopo la seconda guerra mondiale, il movimento manifestò un profondo e acceso risentimento contro la nascente Organizzazione delle Nazioni Unite, definita come una «cospirazione fluida e ben congegnata di una maggioranza fascista messa in piedi contro la Russia». La proposta di politica estera era chiara: chiusura di Free Voice of America e radio Free Europe; negoziati con la Russia e la Cina per una pace permanente; liberazione dal «grande Albatros morto» costituito dal Vaticano. Il tutto condito da riferimenti ad una battaglia apocalittica finale nella quale si deciderà il destino dell’America, vera e propria rappresentante del genere umano.
Come si vede si tratta di argomenti, religiosi o pseudo tali, molto simili alla propaganda degli attuali tecnocrati. In questo senso, un altro obiettivo del movimento consisteva nella necessità della riorganizzazione militare, tanto da auspicare un vero e proprio Esercito tecnologico per la nuova America (uno degli slogan preferiti era «Total conscription», cioè coscrizione totale, così come si fa in tempi di guerra o di profonda crisi). Non è un caso che tale argomento sia enfatizzato dagli odierni tecnocrati vicini a Palantir (che è anche la principale azienda fornitrice di strumenti tecnologici dell’attuale Dipartimento della Guerra americano), i quali, richiamando all’ordine gli ingegneri della Silicon Valley, puntano al riarmo dello Stato a sostegno della difesa dell’Occidente (nuovo nome per definire la difesa dell’America e dei suoi interessi).
La tecnocrazia, un’idea filosofica
Lasciati i tecnocrati ai loro deliri, al fine di comprendere la tecnocrazia nel suo aspetto filosofico, sono invece utili le analisi di uno studioso che risponde al nome di Hermann Lübbe. Per lungo tempo docente di Filosofia e Scienze Politiche all’università di Zurigo, Lübbe (che proprio quest’anno compirà cento anni) nel saggio Tecnocrazia. Destini politici ed economici di un’idea filosofica, traccia un ampio quadro storico filosofico tentando di stabilire limiti e prospettive.
Emersa nel XVI secolo con Bacone, l’ideologia tecnocratica, che si propone di abolire la politica attraverso l’istituzione di una supremazia delle competenze, si è poi affermata con Saint-Simon (1760-1825) il quale ebbe il merito di “temporalizzarla”, cioè di far passare quell’utopia dal regno dello spazio (dove l’aveva collocata Bacone con la sua Nuova Atlantide) a quello del tempo, prevedendone l’avvento in tempi brevi. Successivamente, la tecnocrazia è entrata in molti aspetti della teoria e della prassi socialista, secondo la quale è il lavoro produttivo della tecnica a creare il benessere, non la politica.
Eppure, tutti i tentativi di instaurare la tecnocrazia, considerata come una variante del regno dei filosofi di Platone, finiranno per fallire. Emerge cioè una visione ottimistica, che molti hanno definito del “senso comune”, in base alla quale Lübbe è oppositore non solo di qualsiasi teoria della decadenza, ma anche di ogni visione ingenuamente progressista: in altre parole, della tecnica vanno rifiutate sia le dottrine catastrofiste sia quelle salvifiche. Tre sono gli argomenti sui quali il filosofo tedesco insiste.
Il primo è l’idea secondo cui è la tecnica stessa lo strumento di dissoluzione del totalitarismo tecnocratico. Nonostante le prospettive distopiche di Orwell, che pure viene invocato per descrivere l’attuale deriva, la tecnologia dell’informazione finisce per provocare la caduta del controllo totalitario. Questo non solo perché esiste una difficoltà tecnica a governare la propaganda, ma anche perché gli stessi regimi totalitari sono costretti a consentire lo sviluppo di isole (costituite da scienziati) entro le quali è permessa la libera circolazione del sapere. Lo sviluppo dell’enorme quantità di informazioni è anche il secondo argomento per la difesa della democrazia nei confronti della tecnica, grazie allo sviluppo di poteri periferici e non centralizzati.
Il terzo, infine, fa riferimento al caso americano dei Tecnocrati tra le due guerre. E’ certamente vero che una parte importante dell’eclissi di quel movimento si ebbe quando il suo leader, Howard Scott, fu scoperto essere un venditore di cera fallito, piuttosto che il grande ingegnere che asseriva di essere (una cosa simile non ci sorprenderebbe per gli attuali tecnocrati). Tuttavia il fallimento del loro programma avvenne quando, con il Piano Marshall, la razionalità economica prevalse sulla razionalità tecnica. L’argomento si fonda sulla tesi secondo cui le informazioni accessibili sul mercato non sono mai utilizzabili in economie pianificate, anche in quelle pianificate dalla tecnica. Ora, se questo è vero, è necessario però anche aggiungere (come facciamo noi), che il piano di aiuti americano, che diede vita alla Comunità Economica Europea, non fu semplicemente un trionfo dell’economia ma anche e soprattutto una vittoria della politica.
Quest’ultima osservazione ci apre ad alcune domande: siamo davvero sicuri che quella che stiamo vivendo sia l’età della tecnica? E’ proprio vero che la tecnica è il sottofondo e l’anima dell’Occidente? In quale senso e in che modo si afferma oggi la sua egemonia? Il sorgere e il declino dei tecnocrati, sia quelli storici che quelli attuali, sembrano piuttosto confermare il primato della politica, non quello della tecnica. Noi di RF, per il 18° anno consecutivo, saremo pronti online e in presenza, in questo caso già a partire dal ritiro di marzo sul pensiero e l’opera di Carl Schmitt, per rischiarare questi e altri temi di filosofia attuale e inattuale .
Riferimenti bibliografici
– Elsner, Henry. 1967. The technocrats; prophets of automation. Syracuse University Press.
– Lübbe, Hermann. 1998. Technokratie. Politische und wirtschaftliche Schicksale einer philosophischen Idee. WeltTrends Nr.18 (tradotto in Lübbe, Hermann. 2007. La politica dopo l’illuminismo. Lamezia Terme: Rubbettino, pp.7-39)
– Thiel, Peter. 2025. Il momento straussiano. Macerata: Liberilibri.
– Karp, Alexander C. – Zamiska, Nicholas W. 2025. The Technological Republic. London: The Bodley Head.
– The Economist, Minds like machines. Articolo pubblicato nel numero del 19 novembre 2011