Shakespeare, un filosofo moderno dal cuore antico

È venuto il tempo di aggiungere un nome nuovo nella storia della filosofia, quello di William Shakespeare. Da anni ormai si moltiplicano gli studi sul suo spessore filosofico. I grandi filosofi, da Shaftesbury a Voltaire, da Marx a Hegel, passando per Hume, Lessing, Freud fino ad arrivare a Wittgenstein, hanno spesso tratto dalle sue opere e dalle sue citazioni vera e propria linfa vitale per il loro pensiero. Soprattutto negli ultimi venti anni è sempre più rilevante il numero di studiosi, soprattutto in area anglosassone e tedesca, che leggono le opere di Shakespeare come filosofiche fornendo numerosi quanto interessanti criteri di interpretazione. Ad esse però manca ancora quella sintesi concettuale che metta a fuoco in modo preciso le ragioni che fanno di Shakespeare un filosofo: in tal modo, convinti di poter colmare questa lacuna, abbiamo deciso di iniziare una serie di articoli per assegnare al drammaturgo inglese un posto nella storia della filosofia, in particolare della filosofia politica. Ce n’eravamo occupati già cinque anni fa ma ora lo faremo in modo sistematico, sapendo che una questione di tal tipo (in che misura Shakespeare sia filosofo) ha a che fare con il modo contemporaneo di pensare e classificare: nel cinquecento, al contrario, il poeta è assimilato all’opera del filosofo, che crea e non soggiace a regole, per sua natura, strumento di critica contro i tiranni.

Shakespeare, dopo la Bibbia, è l’autore che in Occidente, dalla modernità in avanti, ha avuto il numero maggiore di letture e di interpretazioni. Come spesso accade, proprio ciò che è più visibile finisce per essere nascosto alla vista. Shakespeare è ancora essenzialmente monopolizzato dalla letteratura e dalla critica specialistica la quale, concentrata nell’analisi letteraria, linguistica e teatrale delle sue opere, non sembra propensa a riservargli un posto nell’olimpo dei filosofi. Questo a causa di diverse ragioni: il fatto che Shakespeare non ha scritto saggi e trattati sistematici; che egli descrive e non teorizza; che mira all’azione e non alla contemplazione. Come si vede, si tratta di argomenti che possono essere facilmente confutati: non bisogna scrivere necessariamente dei lunghi volumi per essere filosofi (basti pensare a Socrate) e si dimentica che proprio le grandi tragedie dei drammaturghi (come Eschilo e Sofocle) contengono i quesiti fondamentali della filosofia affrontati dai filosofi successivi. Shakespeare ha poi una capacità unica nell’affermare grandi verità teoriche, attraverso la narrazione degli eventi e le battute dei suoi personaggi (spesso secondo la tecnica della rottura della “quarta parete”), di volta in volta affidate al fool, al coro, al saggio o alla riflessione interiore del personaggio principale.

In questo senso facciamo propria l’idea di Allan Bloom, uno dei maggiori discepoli di Leo Strauss, secondo il quale «la filosofia politica è il punto di partenza adeguato per l’elaborazione di un quadro concettuale nel quale possano essere inquadrati i problemi degli eroi shakespeariani; oppure, detto in breve, noi pensiamo che Shakespeare sia un autore eminentemente politico». (Bloom, 2015). Nel seguire questa prospettiva, sappiamo che non basta indicare l’interesse di Shakespeare per la filosofia, come se fosse una curiosità affidata a riflessioni sporadiche o a qualche battuta di spirito. Al contrario, è necessario mostrare come sia proprio quello filosofico il punto di vista privilegiato del pensatore inglese. Per fare ciò avremo come guida i suoi testi e il principio esegetico di comprendere l’autore nel modo in cui egli intendeva se stesso. Principio non facile da seguire, se si tiene conto del fatto che molti interpreti che si sono messi su questa strada hanno finito per leggere Shakespeare secondo categorie a lui estranee, finendo per consegnarci uno Shakespeare marxista o uno Shakespeare hegeliano, ecc. Abuso a cui si aggiunge quello storicistico secondo cui un pensatore è solo un figlio del suo tempo, delle condizioni sociali, economiche e materiali in cui viveva. La conseguenza è che le opere di Shakespeare sarebbero il prodotto ideologico di un certo momento storico a seconda della ricostruzione che ne viene fatta, per cui abbiamo avuto uno Shakespeare radicale, uno Shakespeare cattolico, uno Shakespeare che scrive come riflesso compiacente della dinastia Tudor. Tutte queste interpretazioni finiscono per cancellare l’opera del pensatore e contribuiscono a renderlo quasi ininfluente (e non è un caso che, secondo una di queste prospettive, il personaggio Shakespeare non sarebbe nemmeno esistito). In realtà tutte le opere di Shakespeare sono il prodotto di un autore che fornisce una spiegazione politico filosofica alla grandi questioni del potere e della sovranità: in questo (ancora su suggerimento di Bloom, 2004), siamo convinti che Shakespeare sia stato il primo filosofo della storia, nel senso che egli rappresenta quelli che sono i problemi comuni e permanenti del genere umano, al di là delle differenze di tempo, spazio e cultura. Vediamo di rintracciarne alcuni.

Politica e tragedia nell’umanesimo
Un primo tema è quello di avere messo in risalto il conflitto tragico tra necessità e libertà: nelle sue opere, i fatti si svolgono con la sensazione per cui se da una parte ciò che è stato non poteva essere evitato, dall’altro c’è sempre il sentore che le cose potessero andare in modo diverso da come sono andate. Questo è ciò che fa di Shakespeare un autore tragico e non è un caso che proprio nel suo periodo la tragedia rinasca come genere politico per eccellenza. Come scrive Ekkehart Krippendorff, fine e acuto studioso delle opere politiche di Shakespeare, «i suoi drammi storici offrono il più ampio panorama politico dai tempi dell’Iliade e costituiscono, insieme alle tragedie, un corpus che consente di comprendere i meccanismi della politica». Con Shakespeare la politica si mostra quel luogo in cui il pensiero, per essere tale, deve realizzarsi: ciò che è reale è razionale, ma ciò che è razionale non necessariamente è reale anche perché, come dice Amleto (il più filosofo di tutti i personaggi di Shakespeare) «ci sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogna la tua filosofia». Questo aspetto dell’unione tra politica e tragedia è ciò che rende Shakespeare un pensatore eminentemente umanista e di conseguenza di grande interesse per lo studio dell’influenza dell’umanesimo italiano in Europa. Il nome più importante da questo punto di vista è quello di Niccolò Machiavelli da cui Shakespeare trae temi essenziali, combinando l’osservazione secondo il quale il governante, guidato dalla fortuna, deve essere leone e volpe, forza e astuzia. Ma a differenza del fiorentino, l’inglese è più distante dall’azione permettendoci una più chiara visione filosofica. Un esempio è fornito dalla dottrina dell’impersonalità: i fatti in Shakespeare sembrano parlare da soli, tanta è la capacità dell’autore di mettere il pubblico faccia a faccia con i fatti rappresentati, senza che si abbia l’impressione di vederli con il filtro dell’autore, così come avviene in Machiavelli. Ma l’intera produzione shakespeariana sembra dipendere dai motivi dell’umanesimo e del rinascimento italiano: di fatto, come è stato scritto, se non ci fosse stato Poggio Bracciolini e gli altri cercatori di codici, Shakespeare non sarebbe esistito (Lewis, 1997): il debito dell’Europa e dell’Inghilterra nei confronti dell’Italia è immenso.

L’attenzione alla psicologia di governanti e governati
In secondo luogo Shakespeare ha in un certo senso colmato un gap storico: quello di analizzare le modalità con cui l’autorità retroagisce sul corpo sociale costituito da volgo, famiglie e individui. In altre parole, in che modo le istituzioni sociali sono implicate nel governo dello Stato. L’attenzione sulla psicologia dei personaggi è qualcosa che la filosofia politica non aveva mai praticato prima e ciò ha dirette ripercussioni sul rapporto tra governanti e governati, ambito che si estende fino agli strumenti della manipolazione del consenso. In questo senso Shakespeare sembra riprendere i suoi temi dalla riflessione di un altro umanista, meno noto ma altrettanto influente di Machiavelli, Francesco Patrizi, il quale sosteneva che il potere consiste in tre cose: ricchezza, pubblica autorità, e privata stima. Tutti questi temi sono sempre presenti nelle opere di Shakespeare, come a ricordarci che quella del potere non è questione che si possa comprendere attraverso una lettura univoca.

Origine e legittimazione della sovranità
Un terzo motivo è determinato dal conflitto tra la politica, rappresentata come una pratica avente le sue tecniche, e le norme giuridiche e morali che governano il corpo sociale, norme che tuttavia devono essere implementate per l’ottenimento e la legittimazione del potere. Da questo punto di vista, Shakespeare è davvero il filosofo della sovranità che, impersonata dal Re (“la figura più strana di tutti gli esseri”) influenza la vita di tutti noi: «Se viviamo, viviamo per calpestare dei re, se moriamo, viva la morte quando con noi muoiono principi» (1 Enrico IV, V.II). La sovranità è quello che conta perché essa, vera fonte della morale, assume nella modernità quel ruolo etico che nell’antichità era assegnato alla famiglia.

Shakespeare è un moderno dal cuore antico. Leggendo i suoi drammi non si può non ritornare al dialogo in un certo senso fondativo della filosofia politica tra il poeta Simonide e il tiranno Gerone, con il primo impegnato ad incalzare il secondo con domande sull’essenza del potere.  Terminata la stagione degli specula principis, Shakespeare si colloca a metà strada tra Machiavelli e Hobbes: il primo, che indica nel crimine il fondamento dello Stato, si rivolge direttamente al sovrano; il secondo, per il quale lo Stato ha le sue radici nella paura della morte violenta, mette in guardia il cittadino dal mostro creato da egli stesso. Entrambi i temi sono riassunti in modo incisivo in Shakespeare il quale, facendo leva anche sull’altro tema essenziale delle sue opere, l’amore, si muove in modo sapiente ed originale su una difficile quanto proficua linea di confine.

Politica e teatro
Shakespeare realizza le parole di Democrito secondo cui il mondo è un palcoscenico e la vita un passaggio sulla scena. Il teatro però non è solo “infinite variety” ma segna storicamente la nascita della democrazia perché soltanto nella rappresentazione è possibile la riflessione razionale sulla politica. In questo senso Shakespeare (e questo è un quarto motivo tematico) ha il merito di creare uno spazio diverso dalla vita ordinaria (il suo Globe a forma di O) dove mettere in scena i drammi senza tempo del suo tempo. Il teatro ha la funzione di rendere più facile l’osservazione, secondo quanto già indicato da Platone nel secondo libro della Repubblica: così come per trovare l’essenza della giustizia, il filosofo greco era passato dallo studio dell’individuo a quello dello Stato, così quello inglese ci invita a studiare lo Stato in quell’ulteriore lente d’ingrandimento che è il teatro. Ad esso è assegnato il compito di mettere a nudo le leggi della politica, di smascherare i trucchi e le ambiguità del potere.

Capire questo significa comprendere l’evoluzione successiva della contemporaneità in cui la politica, per evitare la critica, si è fatta essa stessa teatro per evitare di essere messa sul banco degli imputati. Come scrive ancora Krippendorff: «oggigiorno la politica si è annessa il teatro, è divenuta show (…) gli spettatori cominciano ad abituarsi a considerare l’intero mondo della politica come un grande (e non proprio serio) spettacolo delle vanità messe in mostra pubblicamente». Da qui il teatrino della politica, contraffazione del vero teatro, il quale, quando riprende i suoi diritti, batte sui nervi scoperti del potere, così come dimostrato anche recentemente negli Stati Uniti dalla feroce polemica politica di cui si è resa protagonista l’amministrazione Trump (il quale amava twittare frasi di Riccardo III) avvenuta proprio su un dramma di Shakespeare, il Giulio Cesare.
Si aggiunga infine che la lettura di Shakespeare fornisce un efficace vaccino, di cui il pensiero oggi avrebbe tanto bisogno, contro il complottismo, rifugio dell’ignoranza e luogo in cui l’angoscia causata dall’incapacità di comprendere gli eventi storici si rifugia in modo eminente. Shakespeare ci insegna piuttosto che la caduta nella tirannia non è mai indipendente dalla complicità tra governati e governanti, cosa che andrebbe studiata nei minimi particolari. Come ha scritto Stephen Greenblatt nel suo Tyrant, Shakespeare ha capito che nemmeno coloro che sono al centro del potere hanno idea di ciò che sta per accadere: anzi sono proprio i privilegiati, “loro”, i potenti, coloro che per primi s’ingannano tanto da cadere nelle maglie create da loro stessi. Il complottismo finisce per morire nella culla.

Tenuto conto di tutto ciò, quest’anno indagheremo gli otto drammi storici, apparsi tra il 1588 e il 1599, relativi alla storia inglese nel momento in cui la monarchia d’oltremanica si costituisce come stato moderno. Vedremo così in serie il Riccardo II, le due parti dell’Enrico IV, l’Enrico V; poi passeremo all’analisi dei temi delle tre parti sull’Enrico VI e il Riccardo III. Sarà un work in progress in cui invitiamo i nostri lettori a partecipare inviando suggerimenti, critiche, domande sulle opere in oggetto in modo verificare l’intento che ci siamo dati.

Riferimenti bibliografici
Diamo fin d’ora l’elenco della bibliografia esaminata riservandoci di aggiungere quella che di volta in volta sarà oggetto di consultazione.

Melchiori, Giorgio (a cura di). 1989. Teatro completo di William Shakespeare. Milano: I Meridiani – Arnoldo Mondadori Editore.

  • Asquith, Clare. 2005. Shadowplay. The hidden beliefs and coded politics of William Shakespeare. New York: Public Affairs
  • Bate, Jonathan. 2019. How the classics made Shakespeare. Princeton: Princeton University Press.
  • Bates, Ann Jennifer. 2010. Hegel and Shakespeare on Moral Imagination. New York: State University of New York.
  • Bloom, Allan (with Jaffa Harry). 1981. Shakespeare’s politics. Chicago: The University of Chicago Press.
  • Bloom, Allan. 1993. Shakespeare on Love and Friendship. Chicago: The University of Chicago Press.
  • Bloom, Harold, 2001. Shakespeare. L’invenzione dell’uomo. Milano: Rizzoli (ediz. orig. 1998).
  • Craig, Leon Harold. 2015. The Philosopher’s English King. Rochester: University of Rochester Press.
  • Fitter, Chris. 2012. Radical Shakespeare. Politics and Stagecraft in the Early Career. New York: Routledge.
  • Greenblatt, Stephen. 2018. Tyrant. Shakespeare on Politics. Norton & Company.
  • Hamlin, Hannibal. 2013. The Bible in Shakespeare. Oxford: Oxford University Press.
  • Kermode, Frank. 2004. The age of Shakespeare. Modern Library, OEB.
  • Krippendorff, Ekkehart. 2005. Shakespeare politico. Roma: Fazi editore (ediz orig. 1992).
  • Krippendorff, Ekkehart. 2017. L’arte di non essere governati. Roma: Fazi editore (ediz. orig. 1999).
  • Lake, Peter. 2016. How Shakespeare put politics on the stage. Yale: Yale University Press.
  • McGinn, Colin. 2008. Shakespeare filosofo. Roma: Fazi editore (ediz orig. 2006).
  • Meyer, Edward. 1897. Machiavelli and the Elizabethan Drama, Weimar: Emil Felber Verlag.
  • Moore, Andrew. 2016. Shakespeare between Machiavelli and Hobbes. Maryland: Lexington Books.
  • Nuttall, Anthony D. 2007. Shakespeare the Thinker. Yale: Yale University Press.
  • Stanley, Stewart . 2010. Shakespeare and Philosophy. New York: Routledge.
  • Windham, Lewis. 1966. The Lion and the fox. London: University Paperbacks (ediz orig. 1927).

 

 

 

 

 

3 Comments

  1. Analisi molto dettagliata ed innovativa, dopo la lettura dell’articolo, le opere di Shakespeare si possono analizzare sotto altri punti di vista. Grazie per gli spunti ed il rigore analitico.

  2. Ho letto con attenzione l’articolo di Maurizio: interessante e coinvolgente.

    Riporto, di seguito, alcune considerazioni che mi sono venute in mente durante la lettura.

    “L’intera produzione shakespeariana sembra dipendere dai motivi dell’umanesimo e del rinascimento italiano”

    Affermazione più che mai vera, ma aggiungerei che Shakespeare, 500 anni fa, produceva già ispirato da ciò che sarebbe accaduto 5 secoli dopo, quindi ispirato da un futuro che non conosceva ma che potrebbe tranquillamente collocarlo tra gli scrittori contemporanei.

    “Shakespeare si colloca a metà strada tra Machiavelli e Hobbes: il primo, che indica nel crimine il fondamento dello Stato, si rivolge direttamente al sovrano; il secondo, per il quale lo Stato ha le sue radici nella paura della morte violenta, mette in guardia il cittadino dal mostro creato da egli stesso. Entrambi i temi sono riassunti in modo incisivo in Shakespeare il quale, facendo leva anche sull’altro tema essenziale delle sue opere, l’amore, si muove in modo sapiente ed originale su una difficile quanto proficua linea di confine”

    Anche in questo caso Shakespeare delinea modalità, atteggiamenti e costumi tipici del mondo attuale (soprattutto il nostro) dove il crimine continua ad essere il leitmotiv di uno stato arrogantemente “democratico”, stato mostro creato e voluto da cittadini inconsistenti che credono in qualsiasi utopia e spesso ciechi e immobili di fronte alla decadenza attuale.

    “Shakespeare ha capito che nemmeno coloro che sono al centro del potere hanno idea di ciò che sta per accadere: anzi sono proprio i privilegiati, “loro”, i potenti, coloro che per primi s’ingannano tanto da cadere nelle maglie create da loro stessi”

    E’ quasi destabilizzante dover riscontrare in un’eccellenza del passato la capacità di saper descrivere, così minuziosamente, la realtà odierna al punto di doversi realmente domandare: “Ma Shakespeare è realmente esistito o non è forse lo pseudonimo di un genio attuale ?”

    “………….. Il complottismo finisce per morire nella culla.”

    ….alla luce di continue evocazioni di complotti, veri o falsi che siano, in realtà, spesso, tutto muore sul nascere non tanto nella possibilità che possano non esistere quanto nell’arroganza e nella menzogna con cui vengono sostenuti………da entrambe le parti !!!

    Senza ombra di dubbio Shakespeare è stato un filosofo moderno. In realtà Shakespeare è un filosofo attuale.

    1. Nell’introduzione al suo Shakespeare on love and friendship, Allan Bloom scrive: «Racine e Molière in Francia, Lessing e Goethe in Germania, Dante e Petrarca in Italia non hanno più vitalità agli occhi delle giovani generazioni. Essi sono morti, pura cultura. Nessuna persona normale preferirebbe spendere un po’ del suo tempo per quei grandi scrittori rinunciando ad andare al concerto di un gruppo rock. Shakespeare è praticamente il nostro unico legame con i classici e con il passato. Il futuro dell’educazione ha molto a che fare con la questione se saremo in grado di aggrapparci a lui oppure no». Queste parole mi sembrano la miglior risposta al commento di Federico che sottolinea la contemporaneità e l’attualità di Shakespeare, ma anche la sua importanza per l’educazione dei giovani. Io ne sono personalmente convinto e per questo motivo ho deciso di imbarcarmi in quest’impresa.
      Aggiungo un’altra cosa in merito alla capacità di Shakespeare di essere talmente attuale da far dubitare della sua esistenza e quindi della sua individualità. Shakespeare è davvero il genio, colui cioè che, attraverso le cose e gli eventi singoli, conosce le idee generali ed eterne, e così facendo si spoglia della sua individualità e viene a situarsi al di là del tempo e dello spazio. Shakespeare è dunque (in termini schopenhaueriani) un puro soggetto della conoscenza il quale, riassumendo in sé la conoscenza delle idee e la capacità di riprodurle in un preciso materiale (quello dei concetti tradotti in rappresentazione scenica), è contemporaneamente un genio della filosofia e dell’arte. Ridurlo ad una lettura scettica, psicologista o storicistica è sminuirne il valore e l’opera.
      In merito agli altri temi da te accennati (Machiavelli, Hobbes, essenza dello Stato) avremo modo di discuterli a partire dalla prossima puntata.

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