Prestigio e immaginazione, la vera duplice radice del principio di guerra

Il volume dedicato agli scritti sulla guerra di Simone Weil, di recente uscito nella collana Filosofi del Novecento a cura di Carlo Sini, è una fresca boccata d’ossigeno e di intelligenza per comprendere il fenomeno della guerra. Troppi i parvenu intellettuali e i sedicenti esperti universitari di politica internazionale apparsi recentemente sui giornali e sugli schermi per commentare la guerra della Russia contro l’Ucraina. Per capire, servono piuttosto i classici e soprattutto chi la guerra l’ha vissuta in prima persona.  È il caso dell’intellettuale francese di origine ebraica la quale, animata da autentici ideali di rinnovamento sociale e politico, prese parte alle lotte di rivendicazione operaie e alla guerra civile spagnola. La Weil, spirito inquieto come attestano ampiamente i suoi scritti, morì a soli 34 anni durante la seconda guerra mondiale, mentre era impegnata nella resistenza a fianco del governo francese in esilio in Inghilterra.

Gli scritti si compongono di una serie di articoli, progetti di articoli, lettere e altri frammenti che la Weil scrisse nel periodo tra le due guerre mondiali. Essi contengono delle affermazioni che possono valere da principi-guida in quell’intricato cespuglio di rovi costituito dalla guerra.
Il primo è un criterio semplice quanto sufficiente: non esiste un imperialismo fomentatore di guerre quanto piuttosto è la guerra, come fenomeno in sé, ad essere intrinsecamente imperialista. Prospettiva questa che contraddice l’opinione comune marxista che vede invece nell’imperialismo la radice di tutte le guerre. Per tale motivo, la Weil prende in rassegna le concezioni della guerra nella tradizione socialista non esitando  a mettere alla berlina lo stesso principio di Marx della guerra rivoluzionaria, definita come «la tomba di ogni rivoluzione». La tradizione socialista, osserva la Weil, non ha mai condannato la guerra come tale e questo costituisce il suo limite; senza dimenticare che lo stesso Lenin aveva preso a prestito Clausewitz sostenendo che «la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi». La conclusione logica era che bisogna giudicare una guerra non per la violenza dei mezzi impiegati ma per gli obiettivi perseguiti con questi mezzi: principio violentissimo fatto proprio da chi, ancora oggi, riempie spesso le piazze dicendo di manifestare per la pace.

Per la Weil si può parlare di guerra soltanto per astrazione. Oggi infatti la guerra è la subordinazione dei combattenti e dei civili all’apparato statale. Ecco allora un secondo grande principio: quello per cui il grande errore di tutti gli studi sui conflitti armati è considerare la guerra come episodio di politica estera, quando essa costituisce al contrario un fatto di politica interna. Si tratta di un’idea posta dallo stesso Robespierre, l’ideologo della guerra rivoluzionaria: «La guerra va bene per gli ufficiali militari, per gli ambiziosi, per gli aggiotatori». E, con l’onestà che la contraddistingue, la Weil ricorda anche che per Robespierre la guerra non avrebbe potuto liberare alcun popolo straniero perché «non si porta la libertà sulla punta delle baionette».

Un terzo criterio per decodificare non solo la guerra in corso ma tutte le guerre è quello secondo cui ogni conflitto che non ha un obiettivo definito è quello più minaccioso. Quando una lotta non ha uno scopo determinato, scrive la Weil, non c’è più misura né equilibrio né proporzione: iniziano le stragi dei civili, i bombardamenti diventano indiscriminati. Questi sono la prova della mancanza di qualsiasi intendimento razionale del conflitto. Allo stesso tempo diventa impossibile ogni tentativo di compromesso, i negoziati sono soltanto una strategia per prendere tempo. La mancanza di obiettivi definiti nasce dall’assenza di giustificazioni (semmai ce ne possano essere). Da ciò l’analogia con la guerra tra greci e troiani: un conflitto durato per oltre dieci anni in cui, a parte la causa scatenante costituita da Elena (che interessava soltanto a Paride), nessuno ha mai saputo spiegare le sue vere ragioni. Oggi il ruolo di Elena è fornito dalle parole prive di contenuto in cui il successo si definisce attraverso l’annientamento dei gruppi umani che sostengono le parole nemiche. Sicché «chiarire le nozioni, definire l’uso delle parole attraverso analisi precise, questo soltanto potrebbe salvare delle vite umane». La nostra civiltà sembra però inadatta a questo lavoro tanto che essa sembra vivere un’autentica decadenza intellettuale, lontanissima dalll’ammonimento di Confucio secondo cui la cosa migliore da fare per amministrare un Paese è l’uso delle parole.

Ecco allora un quarto criterio di giudizio: l’interesse nazionale. Senza troppi giri di parole, con quella capacità tutta filosofica di andare al nocciolo delle questioni, la Weil sostiene che l’interesse nazionale si definisce semplicemente come la capacità di fare la guerra. Ciò che un Paese chiama “interesse economico vitale” non è ciò che permette ai suoi cittadini di vivere, bensì la capacità di condurre un conflitto armato. Di conseguenza, la sicurezza nazionale è una condizione chimerica in cui un Paese conserverebbe la possibilità di fare la guerra privandone allo stesso tempo tutti gli altri: in altre parole, la guerra permanente. Questo dovrebbe essere un principio maggiormente preso in considerazione dai cosiddetti “realisti” (gli assertori cioè di una politica estera fondata sui criteri della realpolitik) i quali, presi da una certa boria geopoliticistica, finiscono per non spiegare nulla dopo aver avanzato tutte le ragioni che consentirebbero loro di spiegare tutto.

L’immaginazione popolare, ma così anche molti intellettuali, è solita imputare le guerre agli intrighi delle associazioni economiche (perché tanto per essa il nemico ultimo rimane sempre il capitalismo). Sforzo inutile, ribatte la Weil, secondo la quale tutte le assurdità della storia hanno la loro radice nella natura del potere la cui distribuzione è sempre frutto di un’illusione, cioè del prestigio, cuore stesso del potere. Di conseguenza, tutte le dispute e i conflitti si collocano a livello immaginario, provocando così guerre inestinguibili, proprio perché si pongono sul piano del prestigio, di cui si ha sempre pronta una debita scusa per occultarlo o giustificarlo. Ecco allora la guerra illimitata e infinita (come ha titolato un giornale pochi giorni fa): da ciò deriva non solo che non possono esserci obiettivi di guerra ma anche il fatto che la guerra è una catastrofe che può essere seguita, conclude Simone Weil, soltanto da una pace come nuova catastrofe. 

 

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