Struttura del desiderio (17.I)

 

«Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere» (Spinoza, Trattato Politico, I, 4)

La struttura relazionale dell’esperienza
Ordinariamente, noi tendiamo ad assumere come reale “in sé” ciò che ci viene dato in quella che chiamiamo esperienza; scriveva, non senza qualche brivido, il “critico” Kant nell’Introduzione alla Critica della Ragion Pura: «non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall’esperienza»; per il senso comune (la considerazione “ordinaria”), nell’esperienza ci viene “dato” qualcosa e noi riteniamo che esso (siccome non lo produciamo) esista in sé indipendentemente da noi. Solo con fatica il senso comune può essere portato a riconoscere (ancora giusta la lezione kantiana) che sono le nostre strutture soggettive (trascendentali, per continuare a seguire Kant) a determinare “che cosa” effettivamente vediamo (se non entrassero in gioco da subito spazio, tempo e categorie, ma soprattutto l’Io penso, nemmeno sapremmo di vedere e, dunque, non vedremmo). Possiamo sinteticamente dire che l’esperienza è strutturalmente e inscindibilmente relazione tra soggetto e oggetto. Dopo la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg, la stessa fisica contemporanea (la meccanica quantistica), riconosce esplicitamente tale assunto. Continue Reading

La filosofia e la superbia

Fichte, nella lettera a Jacobi del 30 agosto 1795, scrive: “Noi cominciammo a filosofare per orgoglio (Übermut) e fummo portati così a perdere la nostra innocenza (Unschuld); abbiamo scoperto la nostra nudità e d’allora noi filosofiamo per il bisogno della nostra salvezza (Erlösung)”: questo è l’assunto che propongo a meditazione. Continue Reading

Metafisica post-melanconica

L’abbandono di un puro sguardo metafisico sul mondo rappresenta una delle peggiori derive della filosofia del nostro tempo. E per nostro tempo non si intende qui soltanto la filosofia contemporanea, piuttosto ci si riferisce almeno a tutta la cultura filosofica del Novecento. Una cultura che, in un modo o nell’altro, ha fatto sue posizioni nichilistiche e ha proseguito imperterrita sulla via tracciata dai moderni, per cui la metafisica si configura come antropologia e non come una filosofia della natura. Quella che Rocco Ronchi, infatti, nel suo Il canone minore definiva come «la linea maggiore» (cfr. Ronchi 2017) del pensiero occidentale intende la metafisica come una “struttura filosofica” il cui architrave è «l’intuizione della contingenza dell’ente. […] Il piano dell’esperienza è, infatti, un piano in cui si dà sempre dell’essere minacciato dal nulla» (Ivi, p. 69). La finitezza, la forma-Uomo, la inevitabile conclusione delle cose, sono tutti concetti afferenti ad una idea di metafisica appoggiata sulla contingenza. Scriveva ancora Ronchi in quell’importante testo: «contingenza significa dunque che la cosa, qualunque cosa, è, come tale, un non-niente: è in bilico sull’abisso del nulla» (Ibidem). Questa lettura storico-critica dell’approccio metafisico moderno risente inevitabilmente dell’insegnamento di Emanuele Severino, il cui lavoro sul concetto di nichilismo resta insuperato se si vuole uscire dalla gabbia dello schema moderno (si veda ad esempio, tra i tanti, Severino 1982). Continue Reading

Pensare la mente dentro l’infinito

Nella discussione sull’intelligenza artificiale ricorre continuamente la questione del rapporto tra mente umana e mente della macchina. La preoccupazione è quella di stabilire la superiorità della prima rispetto alla seconda, ricercando quei limiti oltre i quali per natura o per qualche altro motivo la mente della macchina non può superare la capacità di quella umana.  Continue Reading

Uno Spinoza tantrico

Che Spinoza fosse considerato l’ospite orientale della filosofia occidentale lo sapevamo già con Hegel. Che Spinoza, insieme a Bruno, fosse idealmente nato e cresciuto sulle rive del Gange lo aveva intuito Schopenhauer. Che Spinoza fosse, nel contesto dell’ampio mondo della spiritualità vedica, affine alla famiglia del tantrismo, lo stiamo imparando mano a mano che la conoscenza delle filosofie orientali progredisce in Occidente. Questo grazie anche ad un serio approccio al significato dello yoga, pratica meditativa tesa ad unire mente e corpo. 

Così, una volta uniti tutti questi puntini, si ottiene quello che Andrea Sangiacomo, un giovane filosofo italiano in servizio presso un’università olandese, ha definito, in un suo libro di recente pubblicazione, Lo Yoga di Spinoza con il sottotitolo significativo di pratica della potenza ed esperienza dell’infinito.

Lo yoga è una disciplina antichissima che unisce pratiche fisiche, mentali e spirituali con l’obiettivo di raggiungere equilibrio, consapevolezza e benessere interiore. Il termine yoga deriva dalla radice sanscrita yuj, che significa “unire” o “congiungere”, riferendosi all’unione di corpo, mente e spirito. Numerosi sono i tipi di yoga della tradizione orientale di cui solo una parte sono conosciuti in occidente. Bene dunque ha fatto l’autore ad intitolare il suo libro lo Yoga di Spinoza, cercando di individuare la pratica che meglio si accorda alla teoria dello spinozismo. Continue Reading

Istituire la vita

In un libro recente Roberto Esposito esplora a fondo l’idea di istituzione (Esposito 2023). Il tema, già sviluppato in lavori precedenti (si veda Esposito 2020), è quello dell’istituzione intesa come prassi umana che diviene giuridica in quanto punto di concentrazione delle innumerevoli relazioni che innervano e costituiscono la vita naturale dell’uomo. L’idea di istituzione è centrale nella riflessione giuridica del XX secolo (non solo Hauriou [1925] 2019; Romano [1918] 2018; ma anche, fuori dalla vulgata, il Carl Schmitt correttamente inteso: Croce e Salvatore 2020), ma Esposito estende il campo della ricerca e si cimenta nel tentativo di «proiettare una prospettiva istituente sul pensiero moderno, reinterpretandolo a partire da essa. Questa inversione prospettica mi ha consentito di leggere alcuni autori – Machiavelli, Spinoza, Hegel – in una chiave inconsueta rispetto alla loro collocazione canonica, riconoscendo in essi i prodromi della teoria delle istituzioni come si è andata formulando nell’ultimo secolo» (Esposito 2023, vii).

Tutte le epoche misurano il proprio orizzonte di senso giuridico sulla capacità di istituire la vita secondo una legge fornita di valore universale. A tal fine, è dunque decisivo il riferimento alla parola, che è giuridica solo in quanto espressa linguisticamente. il Nomos dunque è formulabile soltanto come Logos. Facendosi Nomos, la lingua si distacca dalla vita biologica in cui è originariamente inscritta, autonomizzando l’uomo dalla sfera naturale. È tale processo di emersione del Nomos, attraverso l’esperienza dell’istituzione, che estrae il propriamente umano dal magma della natura (Esposito 2023, 8).

Nelle pagine del libro di Esposito vengono via via messi a fuoco alcuni concetti cardine del pensiero istituzionale, che hanno plasmato il canone giuridico occidentale fino ai giorni nostri.

Vediamoli.

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A spasso nella casa dell’eterno

Nella parte sud della città di Brescia un lungo viale avvolto da enormi tigli incrocia via Callegari. All’angolo, nella piccola palazzina che nasconde un giardino interno, c’è la casa nella quale ha vissuto Emanuele Severino. La porta che dà sulla via è protetta da un cancelletto nero. Suoniamo al campanello e qualche secondo dopo il portoncino si apre: Anna Severino, la figlia del filosofo, ci viene incontro e ci fa entrare in quella che è diventata il Centro Casa Severino, per volontà dei figli e dell’Associazione Studi Emanuele Severino (ASES) Continue Reading

Ragione e rivelazione, due nemiche irriducibili

Ci sono molti modi per affrontare il problema del rapporto tra fede e ragione: la filosofia che accetta la rivelazione oppure la rivelazione che accetta la filosofia; la filosofia che viene posta come pari alla teologia oppure collocata in modo ancillare (e viceversa); infine fede e ragione pensate in collaborazione verso un fine superiore oppure in radicale conflitto.  

Quest’ultimo è stato il modo in cui quel rapporto è stato interpretato da Leo Strauss in una storica quanto drammatica lezione tenuta al seminario teologico di Hartford, Connecticut, l’8 gennaio del 1948.  In quella lectio magistralis, dal titolo Reason and Revelation, Strauss esaminava fede e ragione nell’arena del conflitto, come si espresse esplicitamente; non cercava cioè di riunire gli elementi comuni che potevano garantire un accordo tra le due ma ne evidenziava i loro principi ultimi che le separavano in maniera irriducibile. Se la filosofia pretende di essere la vita nella conoscenza, la rivelazione la vita nell’obbedienza a Dio: ecco allora l’alternativa tra Atene e Gerusalemme, assunte rispettivamente come modello dell’antichità e modello della modernità. Vero che entrambe, filosofia e rivelazione, nascono come critica del mito e sono entrambe anti idolatre. La filosofia intende però questa sua natura come ricerca della verità, la conoscenza cioè come via alla felicità umana. Cosa che costituisce, osserva Strauss, il principio diametralmente opposto a quello biblico, quintessenza di ogni religione rivelata, in cui l’alternativa al mito è l’obbedienza al dio vivente.  Continue Reading

Il Dio di Spinoza, così lontano così vicino


Non si potrà mai insistere abbastanza sul fatto che il Dio di Spinoza, non solo rispetto alla tradizione religiosa, ma anche rispetto alla tradizione filosofica occidentale, sia un Dio di altra natura. Il modo principale per cercare di intenderlo è l’osservazione che Spinoza parte da Dio, come dice spesso nella corrispondenza con gli amici.
In che senso? Partire da Dio significa che l’intelletto umano è costituito dall’idea chiara e distinta di Dio: se l’intelletto umano non fosse costituito da questa idea chiara e distinta, non potrebbe partire da Dio. Ciò implica due rifiuti: da un parte quello di Cartesio che era partito dall’Io e dal Cogito; dall’altra il rifiuto della tradizione scolastica, la cui idea fondamentale è che l’intelletto umano non possiede un’idea chiara e distinta di Dio: secondo San Tommaso infatti l’idea di Dio, considerata in sé (quod ad se), è quanto di più chiaro e distinto ci possa essere; per l’intelletto umano (quod ad nos) non lo è.

Il ragionamento di Spinoza è molto più forte di quanto possa sembrare. Ed egli lo dimostra ricorrendo all’esempio paradossale secondo cui se anche rimanendo nell’amore di Dio non dovessimo conseguire la vita eterna, sarebbe comunque preferibile per l’intelletto umano rimanere in Dio. Per l’uomo infatti trovare qualcosa di meglio di Dio è totalmente insensato: come se un pesce, non potendo raggiungere nell’acqua la vita eterna, volesse vivere sulla terra abbandonando così il suo elemento naturale.

Questa radicalità di Spinoza nell’intendere Dio e l’intelletto umano non si accompagna però con l’utilizzo di un lessico altrettanto nuovo. Anzi, da questo punto di vista Spinoza è apparentato alla tradizione filosofica in molti aspetti della sua dottrina tanto da ingenerare equivoci e malintesi. Ciò avviene soprattutto a riguardo del concetto di causa efficiente, che accomuna sia il Dio di Spinoza che quello della tradizione scolastica medievale. I punti su cui dobbiamo incentrare la nostra attenzione sono almeno tre. Continue Reading

Che cosa sono analisi e sintesi?

In questa serie di articoli nei quali proviamo ad indagare filosoficamente il significato di alcuni termini di uso comune, non tanto per mostrarne l’errato utilizzo quanto piuttosto per arricchirne il senso e darne una lettura di più ampio respiro, abbiamo per forza avuto un approccio analitico in alcuni momenti. L’analisi, infatti, è uno dei versanti del processo gnoseologico che più comunemente si intende come il nostro processo gnoseologico. L’altro lato di questo promontorio è la sintesi. Analisi e sintesi, quindi, vanno a comporre una diade conoscitiva che per lo più intendiamo come lineare e collegata.

Nel tentativo di proporre una definizione: l’analisi è la scomposizione di un elemento che si vuole conoscere; la sintesi è la ricomposizione alla luce di ciò che si è inteso dello stesso elemento. L’osservazione analitica (lo si dice pure delle persone, dell’approccio che hanno nei confronti del modo di conoscere le cose) è orientata verso i punti che compongono le figure, mentre lo sguardo sintetico ci racconta di una “astrazione” che è riassemblaggio di parti suddivise.  Continue Reading

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