Percezione e coscienza (II)

Dicevamo, nello scorso saggio, che la domanda intorno alla realtà si converte nella domanda intorno alle cose che si presentano nell’esperienza ordinaria. La caratteristica fondamentale delle cose è che esistono. Con l’espressione “cosa”, del resto, è possibile indicare un qualunque oggetto, proprio in quanto “gettato di fronte” (ob-iectum) al soggetto. Certamente, può variare il campo dell’esistenza delle cose, nel senso che alcune si collocano nell’esperienza sensibile e altre nell’universo dei pensieri o delle fantasie. Tuttavia, il tratto distintivo di ciò che esiste (dell’esistente o ente) è che si presenta sempre come dotato di una propria forma determinata, una forma, cioè, che consente di riconoscerlo e di distinguerlo da ogni altro esistente (ente). Continue Reading

Quando l’essere è più della presenza

Heidegger sostiene che ogni vero pensatore pensa un solo pensiero. In cosa consiste l’unico pensiero di Heidegger? Che l’essere è più della presenza. Quando si legge il filosofo tedesco bisogna sempre ricordare che tutti i suoi scritti mirano a chiarire quella differenza, in cosa consiste quel di più, in cosa l’essere supera la presenza.

Presenza significa tutto quello che ha pensato il pensiero occidentale, sia sotto forma del dato immediato sia sotto la forma della ri-presentazione, chiamata anche coscienza o rappresentazione. Per questo Heidegger è contrario alla tradizione filosofica occidentale che ha pensato il soggetto e ha dimenticato l’essere. Per questo egli prende le distanze dalla filosofia moderna nella quale la coscienza e i fenomeni hanno giocato un ruolo predominante. 

Noi infatti, al contrario di quello che crede la fenomenologia, non vediamo l’apparire di case, di sedie, di auto o di altre persone: al massimo noi vediamo cose a cui assegniamo un nome corrispondente. Heidegger illustra questo punto con un esempio: il fabbro che dimentica il martello mentre lavora. Quando egli si “perde” nel suo lavoro e nella sua attività, il martello non è più nella sua coscienza, il fabbro diventa tutt’uno con il suo fare. La relazione soggetto-oggetto nasce solo quando insorge la coscienza del martello tenuto in mano come oggetto esterno. Questo significa per Heidegger attenzione a ciò che inconscio? No, in quanto l’inconscio è quella presenza di cui il soggetto non è ancora venuto a conoscenza. 

Questo pensiero fondamentale (l’essere è più della presenza) è evidente nel periodo successivo ad Essere e Tempo ed anzi costituisce lo stesso elemento grazie al quale Heidegger riformula le tesi espresse nel suo capolavoro. I Contributi alla filosofia sono il testo più sistematico di questo ripensamento, o meglio di questo dirigersi verso la dimenticanza dell’essere, come il filosofo chiama il fatto di aver tenuto conto dell’ente piuttosto che dell’essere. Da qui l’insistenza sulla domanda “Che cos’è filosofia?” particolarmente evidente nelle Riflessioni del 1931/1938 dei Quaderni Neri. Continue Reading

Il realismo contemporaneo (I)

La ricerca filosofica sorge come domanda di verità. Essa, insomma, si configura a muovere dalla domanda se ciò che si presenta, e si presenta nell’ordinario esperire, sia effettivamente vero, cioè se la sua verità coincida effettivamente con la forma del suo presentarsi.

Il valore della domanda non viene misconosciuto, giacché non si può non riconoscere che la ricerca sorge nell’intento di rispondere, direttamente o indirettamente, alla domanda di verità. La vera difficoltà, invece, consiste nel rispondere a tale domanda, ossia nel definire cosa sia effettivamente “verità”. Ebbene, la difficoltà nel rispondere ha prodotto la rinuncia alla ricerca radicale e ha suggerito l’obiettivo di stabilire solo se la teoria sia conforme all’esperienza che intende spiegare, onde mettere l’uomo nella condizione di poter prevedere l’esperienza e di intervenire su di essa. Continue Reading

la relazione come atto (VI)

Nell’ultimo saggio siamo pervenuti a questo punto teoreticamente decisivo: intendere la relazione come costrutto mono-diadico significa riproporre il circolo vizioso, il diallele. Cerchiamo di comprendere il perché e di indicare la ragione per la quale la relazione risulta intelligibile solo se intesa come atto. Continue Reading

Istituire la vita

In un libro recente Roberto Esposito esplora a fondo l’idea di istituzione (Esposito 2023). Il tema, già sviluppato in lavori precedenti (si veda Esposito 2020), è quello dell’istituzione intesa come prassi umana che diviene giuridica in quanto punto di concentrazione delle innumerevoli relazioni che innervano e costituiscono la vita naturale dell’uomo. L’idea di istituzione è centrale nella riflessione giuridica del XX secolo (non solo Hauriou [1925] 2019; Romano [1918] 2018; ma anche, fuori dalla vulgata, il Carl Schmitt correttamente inteso: Croce e Salvatore 2020), ma Esposito estende il campo della ricerca e si cimenta nel tentativo di «proiettare una prospettiva istituente sul pensiero moderno, reinterpretandolo a partire da essa. Questa inversione prospettica mi ha consentito di leggere alcuni autori – Machiavelli, Spinoza, Hegel – in una chiave inconsueta rispetto alla loro collocazione canonica, riconoscendo in essi i prodromi della teoria delle istituzioni come si è andata formulando nell’ultimo secolo» (Esposito 2023, vii).

Tutte le epoche misurano il proprio orizzonte di senso giuridico sulla capacità di istituire la vita secondo una legge fornita di valore universale. A tal fine, è dunque decisivo il riferimento alla parola, che è giuridica solo in quanto espressa linguisticamente. il Nomos dunque è formulabile soltanto come Logos. Facendosi Nomos, la lingua si distacca dalla vita biologica in cui è originariamente inscritta, autonomizzando l’uomo dalla sfera naturale. È tale processo di emersione del Nomos, attraverso l’esperienza dell’istituzione, che estrae il propriamente umano dal magma della natura (Esposito 2023, 8).

Nelle pagine del libro di Esposito vengono via via messi a fuoco alcuni concetti cardine del pensiero istituzionale, che hanno plasmato il canone giuridico occidentale fino ai giorni nostri.

Vediamoli.

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Il modello sistemico-relazionale (IV)

Dopo avere esaminato – nei precedenti saggi – il modello riduzionistico, prendiamo in esame il modello sistemico-relazionale. Con tale modello, si impone innanzi tutto la necessità di valorizzare il costrutto relazionale. In tale modello, infatti, viene messa in primo piano la relazione e si enfatizza il suo ruolo. Continue Reading

Ragione e rivelazione, due nemiche irriducibili

Ci sono molti modi per affrontare il problema del rapporto tra fede e ragione: la filosofia che accetta la rivelazione oppure la rivelazione che accetta la filosofia; la filosofia che viene posta come pari alla teologia oppure collocata in modo ancillare (e viceversa); infine fede e ragione pensate in collaborazione verso un fine superiore oppure in radicale conflitto.  

Quest’ultimo è stato il modo in cui quel rapporto è stato interpretato da Leo Strauss in una storica quanto drammatica lezione tenuta al seminario teologico di Hartford, Connecticut, l’8 gennaio del 1948.  In quella lectio magistralis, dal titolo Reason and Revelation, Strauss esaminava fede e ragione nell’arena del conflitto, come si espresse esplicitamente; non cercava cioè di riunire gli elementi comuni che potevano garantire un accordo tra le due ma ne evidenziava i loro principi ultimi che le separavano in maniera irriducibile. Se la filosofia pretende di essere la vita nella conoscenza, la rivelazione la vita nell’obbedienza a Dio: ecco allora l’alternativa tra Atene e Gerusalemme, assunte rispettivamente come modello dell’antichità e modello della modernità. Vero che entrambe, filosofia e rivelazione, nascono come critica del mito e sono entrambe anti idolatre. La filosofia intende però questa sua natura come ricerca della verità, la conoscenza cioè come via alla felicità umana. Cosa che costituisce, osserva Strauss, il principio diametralmente opposto a quello biblico, quintessenza di ogni religione rivelata, in cui l’alternativa al mito è l’obbedienza al dio vivente.  Continue Reading

Il Dio di Spinoza, così lontano così vicino

Non si potrà mai insistere abbastanza sul fatto che il Dio di Spinoza, non solo rispetto alla tradizione religiosa, ma anche rispetto alla tradizione filosofica occidentale, sia un Dio di altra natura. Il modo principale per cercare di intenderlo è l’osservazione che Spinoza parte da Dio, come dice spesso nella corrispondenza con gli amici.
In che senso? Partire da Dio significa che l’intelletto umano è costituito dall’idea chiara e distinta di Dio: se l’intelletto umano non fosse costituito da questa idea chiara e distinta, non potrebbe partire da Dio. Ciò implica due rifiuti: da un parte quello di Cartesio che era partito dall’Io e dal Cogito; dall’altra il rifiuto della tradizione scolastica, la cui idea fondamentale è che l’intelletto umano non possiede un’idea chiara e distinta di Dio: secondo San Tommaso infatti l’idea di Dio, considerata in sé (quod ad se), è quanto di più chiaro e distinto ci possa essere; per l’intelletto umano (quod ad nos) non lo è.

Il ragionamento di Spinoza è molto più forte di quanto possa sembrare. Ed egli lo dimostra ricorrendo all’esempio paradossale secondo cui se anche rimanendo nell’amore di Dio non dovessimo conseguire la vita eterna, sarebbe comunque preferibile per l’intelletto umano rimanere in Dio. Per l’uomo infatti trovare qualcosa di meglio di Dio è totalmente insensato: come se un pesce, non potendo raggiungere nell’acqua la vita eterna, volesse vivere sulla terra abbandonando così il suo elemento naturale.

Questa radicalità di Spinoza nell’intendere Dio e l’intelletto umano non si accompagna però con l’utilizzo di un lessico altrettanto nuovo. Anzi, da questo punto di vista Spinoza è apparentato alla tradizione filosofica in molti aspetti della sua dottrina tanto da ingenerare equivoci e malintesi. Ciò avviene soprattutto a riguardo del concetto di causa efficiente, che accomuna sia il Dio di Spinoza che quello della tradizione scolastica medievale. I punti su cui dobbiamo incentrare la nostra attenzione sono almeno tre. Continue Reading

Il monismo e la relazione negata (III)

Riprendiamo l’analisi con la seguente precisazione: per la presente ricerca, non risulta essenziale considerare l’aspetto per il quale il riduzionismo si è spesso accompagnato al determinismo.

Ci interessa sottolineare, però, che in taluni casi il riduzionismo si è saldato con una forma di naturalismo fisicalistico sempre più radicale, così che quella concezione che è stata definita “monismo materialista” può venire oggi considerata la forma più estrema di riduzionismo.

In tale prospettiva, viene bandita ogni forma di dualismo, perché ritenuta contraria alla concezione scientifica del mondo. Il dualismo, questo è il cuore della questione, viene considerato con sospetto in ogni sua forma, proprio perché contrasta con la riduzione dell’oggetto di indagine alla realtà fisica, considerata appunto l’unica realtà veramente esistente.

Il tema della contrapposizione tra monismo e dualismo è intrinsecamente vincolato al tema del riduzionismo e ora cercheremo di precisarne la ragione. Continue Reading